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	<title>attori &#8211; Gilt Magazine</title>
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		<title>Metropolitan&#8217;s scenography. Il palcoscenico sulla realtà.</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Oct 2015 08:00:09 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="230" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2015/10/1000x300-768x230.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2015/10/1000x300-768x230.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2015/10/1000x300-300x90.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2015/10/1000x300-480x144.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2015/10/1000x300.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Il teatro non è il paese della realtà : ci sono alberi di cartone, palazzi di tela, un cielo di cartapesta, diamanti di vetro, oro di carta stagnola, il rosso sulla guancia, un sole che esce da sotto terra. Ma è il paese del vero: ci sono cuori umani dietro le quinte, cuori umani nella sala, cuori umani sul palco.&#8221;</em><br />
(Victor Hugo)<br />
Il teatro nasce per rendere tangibile l&#8217;aspirazione umana di creare un rapporto con le divinità, attraverso riti e danze, e allo stesso tempo intrattenere rapporti sociali. Dal medioevo ai giorni nostri, ha subito infinite evoluzioni e sfumature, rimanendo sempre un nodo di congiunzione tra le varie arti.<br />
L&#8217;aspetto che rende il teatro infinitamente affascinante è la sua casualità: &#8220;Teatro&#8221; è una relazione tra un attore e uno spettatore, ed è una relazione così personale che ognuno potrebbe dire di vivere storie differenti ogni volta.<br />
Il confine tra palco e realtà è sempre labile, indossare una maschera è un atto prima di tutto ludico: infatti in alcune lingue, come l&#8217;inglese (&#8220;to play&#8221;), il francese (&#8220;jouer&#8221;) e l&#8217;ungherese (játszik), il termine coincide con il verbo &#8220;giocare&#8221;.<br />
Ludico sì, ma è il modo in cui spesso ci presentiamo alla realtà. E allora aveva ragione Camus quando, nel suo teatro dell&#8217;assurdo, diceva che la vita si trasforma in un palcoscenico, dove tutti noi recitiamo delle parti ed indossiamo delle maschere, talvolta senza neanche accorgercene.<br />
De Filippo diceva che il teatro è una delle testimonianze più certe del bisogno dell’uomo di provare in una sola volta più emozioni possibili, da qui il titolo che Gilt ha voluto dedicare alla più attuale delle sette arti, chiamando questo numero “ Metropolitan’s scenography&#8221;.<br />
Racchiudendo in chiave contemporanea e parafrasando a 360 gradi il tema, Joseph Chen , fotografo newyorkese , firma un bellissimo servizio fotografico che Gilt Magazine ha voluto reinterpretare omaggiando uno dei più grandi padri del teatro moderno , Pirandello , da cui il titolo &#8220;9 LOOKS IN SEARCH OF A MODEL&#8221;.<br />
Ma il teatro non è solo ciò che si vede sul palcoscenico.<br />
&#8220;Dietro le quinte&#8221; è un modo un po&#8217; generico per definire tutto ciò che c’è dietro uno spettacolo teatrale o un’esibizione di danza. Ma ciò che non si vede, spesso, o quasi sempre, è la parte più affascinante. Pensate che una sfilata dura in media 15 minuti, ma il lavoro e la preparazione che ci sono dietro, durano ogni volta sei mesi. Pensate all’emozione che si racchiude nei momenti immediatamente precedenti la messa in scena, al momento in cui, carichi di entusiasmo,tensione ed adrenalina, gli attori si augurano l’in bocca al lupo.<br />
Eppure non c’è bisogno di salire su un palco o di indossare le punte di ferro per capire cosa intendo: “dietro le quinte” è un inno a ciò che non si vede, a ciò che non è detto, scontato, percettibile. Sono le emozioni, le sconfitte, sono la quotidianità che vive ognuno di noi. E&#8217; una melodia canticchiata distrattamente nella metro.<br />
“Drifts a melody so strange and sweet in this sentimental bliss” cantava Ella Fitzgerarld in uno dei più romantici testi della storia. Ed è così che ci stiamo addentrando nella stagione invernale: ballando un dolcissimo lento.<br />
Cala ormai definitivamente il sipario sulla bella stagione, facendo spazio al ritmo e alla routine a cui siamo tutti abituati e che, ammettiamolo, dopo un po&#8217; ci manca.<br />
Ma autunno è anche rinascita, è rimettersi in gioco, aggiornarsi, è, soprattutto, tempo di coccolarsi con qualche nuovo acquisto. Ottobre è l’applauso che precede l’esibizione, è l’aspettativa mista a curiosità.<br />
E’ il mese in cui dobbiamo mettere in pratica tutte le lezioni imparate durante le fashion weeks di settembre. Londra, New York, Milano, Parigi: sarà estate prima di passarle in rassegna tutte.<br />
Quindi care lettrici, mi raccomando, armatevi tutte di tè caldo e sedetevi comode a leggere i nostri suggerimenti per l’A/I 2015!<br />
Il vero must di questa stagione è lo stile boho chic: Isabel Marant, antesignana di questo trend, ci ha istruite a dovere sull’accostamento di frange e pesanti tessuti jaquared; per Marni e Valentino la parola chiave è una sola: pelliccia, rivisitata in chiave patchwork, o color block, come propongono Moschino e Fendi, e per le meno audaci, sì alle più classiche: affrontare il freddo non è mai stato così facile!<br />
I cappotti diventano over e gli abiti mini. Versace e Saint Laurent azzardano con paillette, lustrini e tulle, per una moda che stupisce anche a basse temperauture.<br />
E le gonne? Gucci e Ferragamo non hanno dubbi: a pieghe, ampie o plissè, rigorosamente sotto il ginocchio.<br />
Rinunciare alla sensualità mai, Alberta Ferretti docet: siamo ormai abituate alla maestosità dei suoi abiti, che sono sempre un tripudio di femminilità e ricercatezza. Pizzi, trasparenze e pois su abiti lingerie che saranno perfetti per le occasioni più mondane: mensieur Scognamiglio è d’accordo.<br />
“Bene” direte voi, “e per me che tutte le mattine vado al lavoro?” Non temere cara lettrice, la moda pensa a tutti, e per te Marc Jacobs ha riservato dei deliziosi tailleur in colori pastello…Ah! Non ve lo avevo ancora detto? Uno dei trend di questa stagione sono proprio loro, i colori pastello! Lo avreste mai immaginato? Scopriteli nella nostra rubrica!<br />
I maglioni diventano sculture con Delpozo, e per rimanere in tema noi siamo andati alla mostra di Michelangelo nella stupenda cornice del Castello Sforzesco, voi avete tempo fino al 10 gennaio, correte!<br />
Moda è anche arte, e la collaborazione tra il New York City Ballet e lo stilista Zuhair Murad è la prova che questo connubio può essere magico. Lo stilista ha infatti creato per il giovane coreografo Myles Thatcher i costumi per il suo spettacolo sulle note di William Walton.<br />
Qui su Gilt non manca proprio nulla: uomini, abbiamo pensato anche a voi! Non perdetevi la nostra recensione sulla nuovissima Audi A4, e tenentevi pronti a festeggiare insieme a Porsche i 30 anni del marchio alla Fiera Auto e Moto d’Epoca di Padova in programma dal 22 al 25 Ottobre prossimo.<br />
Infine, nella nostra rubrica prêt-à-porter troverete utili consigli sull’abbigliamento più adatto per andare a teatro, ma mi raccomando, qualunque cosa indossiate, lasciate il segno con il vostro profumo: sarà il ricordo migliore che avranno di voi.</p>
<p><em><strong>Viviana Liguori</strong></em></p>
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		<title>Cinema Oscar, favoriti Day-Lewis e Hathaway</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Feb 2013 18:15:28 +0000</pubDate>
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<p>Con 12 nomination<em> “Lincoln”</em> di <strong>Steven Spielberg</strong> è il film favorito, ma le recenti previsioni dei bookmakers mostrano le quotazioni di <em>“Argo”</em> (ultimo film di <strong>Ben Affleck</strong>) in continua crescita, al punto da prevedere una dura battaglia tra i due.<br />
A concorrere nella stessa categoria come miglior film ci sono anche <em>“Django Unchained”</em> di <strong>Quentin Tarantino</strong>, <em>“Il lato positivo”</em> di <strong>David O. Russel</strong>, il musical <em>“Lès Miserables”</em> con la regia di<strong> Tom Hooper</strong>, <em>“Vita di Pi”</em> di <strong>Ang Lee</strong>, <em>“Zero dark thirty”</em>, film sulla cattura e l’uccisione di Osama Bin Laden diretto da <strong>Kathryn Bigelow</strong>, “<em>Re della terra selvaggia</em>” di <strong>Benh Zeitlin</strong> e in ultimo <em>“Amour”</em> film francese di <strong>Michael Haneke</strong>.</p>
<p>Quest’anno <strong>Daniel Day-Lewis</strong> potrebbe vincere il terzo Oscar della sua vita per la sbalorditiva interpretazione dell’ex presidente degli Stati Uniti: <em>Abramo Lincoln</em>. Le previsioni lo preannunciano già vincente nella categoria miglio attore protagonista, ma si sa che nelle competizioni le sorprese non mancano, specialmente trovandosi come lui a contendere il premio con attori di grande talento come <em>Hugh Jackman (“Lès MIseables”), Joaquin Phoenix (“The master”), Danzel Washinton (“Flight”) e Bradley Cooper (“Il lato positivo”)</em>.</p>
<p>La candidata favorita per la vittoria finale nella categoria<strong> miglior attrice non protagonista</strong> è <strong>Anne Hathaway</strong> per l’interpretazione di <em>Fantine</em> (ruolo che precedentemente interpretò anche sua madre a teatro quando lei era bambina) nell’illustre musical <em>“Lès Miserables”</em>, ma insieme a lei corrono per l’ambita statuetta anche <strong>Sally Field</strong> nel ruolo di <em>Mary Todd Lincoln</em>, <strong>Amy Adam, Helen Hunt e Jaki Weaver</strong>.</p>
<p>Nella categoria<strong> miglior attrice protagonista</strong> spicca il nome di <strong>Jessica Chastain</strong> diretta da Kathryn Bigelow in “Zero dark thirty” (film intorno al quale ci sono state molte polemiche di recente) che gareggia contro <strong>Naomi Watts</strong>, grande interprete nel dramma “The impossible”, capace di raccontare perfettamente il terribile tsunami avvenuto in Thailandia nel 2004, <strong>Jennifer Lawrence</strong> (“Il lato positivo”) già vincitrice del Golden Globe, la veterana <strong>Emmanuelle Riva</strong> (85 anni) per l’interpretazione in “Amour” e <strong>Quvenzhanè Wallis</strong>, attrice di nove anni e in assoluto la più giovane mai candidata all’Oscar nella storia della manifestazione.</p>
<p>Non poteva mancare <strong>Robert De Niro</strong> candidato come miglior attore non protagonista sempre per “Il lato positivo” in gara insieme a <strong>Christoph Waltz</strong> per l’indimenticabile interpretazione nel western di Tarantino “Django Uncained”,<strong> Tommy Lee Jones</strong> in “Lincoln”, <strong>Philip Seymour Hoffman</strong> per “The Master” e <strong>Alan Arkin</strong> per “Argo”. L’unico italiano in gara per la statuetta è <strong>Dario Marianelli</strong> che ha ottenuto la nomination per la colonna sonora di “Anna Karenina”; il musicista aveva già vinto un Oscar quattro anni fa per il film “Espiazione”.</p>
<p>Adesso non resta che attendere la diretta che incomincerà con lo <strong><em>speciale red carpet alle 22.50 del 24 febbraio, seguito dallo show alle 2.30 su Sky Cinema Oscar.</em></strong></p>
<p><em>And the winner is&#8230;</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(di<em><strong> Hilary Tiscione</strong></em>)</p>
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		<title>Una stella per Burton sulla “Walk of fame”</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Feb 2013 10:10:14 +0000</pubDate>
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<p>Il prossimo <strong>primo marzo</strong> si terrà a <strong>Los Angeles</strong> una <strong>cerimonia</strong> in onore della&nbsp;<strong>stella</strong> che porta il nome di <strong>Richard Burton</strong> che apparirà postuma sulla famosa&nbsp;<span style="text-decoration: underline;"><em><strong>“Walk of fame”</strong></em></span>. La stella risiederà accanto a quella del suo grande amore: <em>Liz&nbsp;Taylor</em>. Alla cerimonia saranno presenti le <em><strong>due figlie di Burton (Kate e Maria&nbsp;Burton) e Martin Sheen</strong></em>, anche lui attore di origini gallesi, pronuncerà un&nbsp;discorso in suo onore.</p>
<p><strong>Burton</strong> incominciò a studiare recitazione giovanissimo e nel 1950 firmò un&nbsp;importante contratto con la <strong>20th Century Fox</strong>, grazie al quale presto diventò&nbsp;una stella del cinema a Hollywood e nel mondo, in quello che per molti è&nbsp;considerato il periodo d’oro del cinema.&nbsp;Quando iniziò a farsi strada a Hollywood era sposato con l’attrice gallese&nbsp;Sybil Williams, ma ben preso si guadagnò la fama, in tutto l’ambiente, di&nbsp;irresistibile amante, incurabile donnaiolo e grande bevitore.<br />
In occasione di una festa in California, Burton si trovava ospite in una casa&nbsp;di lusso, circondato da bellissime donne che elogiavano il suo trionfo sociale,&nbsp;quando ad un certo punto andò a posarsi su di lui lo sguardo di una giovane ragazza seduta dall’altro lato della piscina che, come lui stesso scrisse in&nbsp;uno dei suoi tanti diari, <em>“alzò gli occhi dal suo libro, si tolse gli occhiali&nbsp;da sole e mi guardò. Era così straordinariamente bella che mi venne quasi da&nbsp;ridere […], era indubbiamente stupenda. Era sontuosa. Una mora di una&nbsp;generosità incontenibile. Era in poche parole davvero troppo, e non solo: mi&nbsp;ignorava completamente.”&nbsp;</em>Era Liz.</p>
<p>All&#8217;inizio Liz Taylor lo considerava infatti un uomo volgare e non era certo&nbsp;interessata ad un tipo di quel genere.&nbsp; Non si rividero più per nove anni,&nbsp;entrambi erano sposati e con vite distinte. Ma nel 1962 a farli avvicinare fu&nbsp;il set di “Cleopatra”, uno dei film più costosi di tutti i tempi, al punto da&nbsp;mandare quasi in fallimento la 20th Century Fox. Durante le riprese i due si&nbsp;innamorarono follemente e nacque così la storia d’amore più importante,&nbsp;discussa e tormentata del mondo del cinema. Quello che successe dopo è storia.&nbsp;Si sposarono e poi divorziarono per poi sposarsi ancora e divorziare nuovamente senza mai smettere di amarsi.</p>
<p>Un amore travagliato, una storia senza fine,&nbsp;fuori e dentro i set cinematografici (hanno recitato insieme in diverse&nbsp;pellicole, tra cui <em>“International hotel”, “Castelli di sabbia”, “Chi ha paura&nbsp;di Virginia Woolf?” e “La bisbetica domata”</em> di <strong>Franco Zeffirelli, regista e amico&nbsp;di Burton</strong>), sempre sotto i riflettori, sempre&nbsp; sotto lo sguardo indiscreto di&nbsp;un pubblico che di quell&#8217;amore non sembrava proprio poter fare a meno. Dopo il&nbsp;secondo divorzio con la Taylor nel 1976, Burton tentò un altro matrimonio con&nbsp;la modella Suzy Hunt che fallì, per poi in fine sposare la sua segretaria Sally&nbsp;Hay, ma l’amore smisurato per Liz lo accompagnò sempre, sino all’ultimo giorno&nbsp;della sua vita quando, a causa di una emorragia celebrale, morì ancora giovane&nbsp;a soli 58 anni all’ospedale di Ginevra. Era il 5 agosto 1984.</p>
<p>Questa volta il loro destino li riunirà sulla <em><strong>celebre “Walk of fame”</strong></em> dove&nbsp;potranno rimanere insieme per sempre uno di fianco all’altra.</p>
<p>(di <strong><em>Hilary Tiscione</em></strong>)</p>
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		<title>“C come Chanel” &#8211; Milena Vukotic è il mito di Coco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Feb 2013 18:52:44 +0000</pubDate>
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<p>Non solo una grande stilista, ma una figura simbolo della cultura popolare del Novecento che, seppure non amasse definirsi femminista, rivoluzionò il disegno dell’abito femminile proprio, per paradosso, attraverso la rivisitazione di capi tipicamente maschili, contribuendo all’imponente trasformazione del ruolo della donna.</p>
<p>“<em>Fino a quel momento avevamo vestito donne inutili, oziose, donne a cui le cameriere dovevano infilare le maniche; invece, avevo ormai una clientela di donne attive; una donna attiva ha bisogno di sentirsi a suo agio nel proprio vestito. Bisogna potersi rimboccare le maniche”</em>.&nbsp; Queste le parole dell’emancipata <strong>Coco</strong>, <strong>all’anagrafe Gabrielle Bonheur Chanel </strong>e a lei è dedicato&nbsp;<strong>“C come Chanel”&nbsp;</strong>, lo spettacolo in scena al <strong>Teatro Franco Parenti fino al 17 febbraio. </strong></p>
<p>A interpretarla la poliedrica <strong>Milena Vukotic</strong> che passa con disinvoltura dalla televisione d’intrattenimento al cinema d’autore e al teatro più impegnato. Sul palco anche <strong>David Sebasti</strong> che ricopre tutti i ruoli maschili come il fedele <strong>maggiordomo</strong>, l’amatissimo <strong>Boy Capel </strong>e il poeta<strong> Jean Cocteau</strong>, per le cui opere Coco lavorò come costumista. <strong>Roberto Piana</strong> firma la regia, gli splendidi costumi sono di <strong>Alessandro Lai,</strong> mentre il testo è scritto dalla giovane <strong>Valeria Moretti</strong>.</p>
<p>L’intento dell’autrice non è stato quello di raccontare dettagliatamente l’intera esistenza di “Mademoiselle”, anche perché ricca di avvenimenti e articolata è la sua vita così come il lungo periodo storico che fa da cornice (1883 – 1971), quanto piuttosto di evocare, attraverso un succedersi di immagini quasi oniriche, di suggestioni e di emozioni, a tratti dolorose e anche ironiche, il sapore di quegli anni trascorsi intensamente dalla regina indiscussa dell’eleganza, tanto forte quanto fragile, che però si considerava <em>“solo una semplice sarta”</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Teatro Franco Parenti<br />
</strong>Via Pier Lombardo, 14, Milano<br />
dal 5 al 17 febbraio<br />
martedì alle ore 20.30<br />
mercoledì alle ore 19.45<br />
da giovedì a sabato alle ore 20.30<br />
domenica alle ore 16.00</p>
<p>I biglietti sono acquistabili direttamente alla biglietteria del teatro e online.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(di <strong><em>Giulia Bellini</em></strong>)</p>
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		<title>L’ “Occidente solitario” di Santamaria e Nigro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Feb 2013 16:26:25 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="273" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/02/L’-“Occidente-solitario”-di-Santamaria-e-Nigro_1-768x273.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/02/L’-“Occidente-solitario”-di-Santamaria-e-Nigro_1-768x273.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/02/L’-“Occidente-solitario”-di-Santamaria-e-Nigro_1-300x106.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/02/L’-“Occidente-solitario”-di-Santamaria-e-Nigro_1-480x170.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/02/L’-“Occidente-solitario”-di-Santamaria-e-Nigro_1.jpg 930w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>&nbsp;</p>
<p><em>“Non c’è niente di più comico dell’infelicità”</em>, diceva <strong>Samuel Beckett</strong> e proprio in questa frase è racchiusa l’essenza di “<strong><em>Occidente solitario</em></strong>”, la commedia noir in scena al <strong>Tieffe Teatro Menotti</strong> <strong>fino al 10 febbraio</strong> con la <strong>regia di Juan Diego Puerta Lopez</strong>.</p>
<p>L’autore è <strong>Martin McDonagh</strong>, pluripremiato commediografo inglese di origine irlandese e regista del film <em>“In Bruges – La coscienza dell’assassino”,</em> che propone un testo forte, dal linguaggio crudo, spesso volgare che potrebbe urtare la sensibilità di qualcuno e per questo rischioso, ma perlomeno non lascia indifferenti e riesce persino a divertire grazie al tono grottesco che trapela in ogni battuta.</p>
<p>A <strong>Claudio Santamaria</strong> e<strong> Filippo Nigro</strong> spetta l’arduo compito, perfettamente riuscito, di rendere in qualche modo simpatici due personaggi per nulla accattivanti, che il pubblico non può amare in nessun momento, ma che non abbandona fino alla fine e che può anche comprendere nonostante la loro brutalità. A tal proposito, azzeccata è l’associazione di <strong>Santamaria</strong>: <em>“Faccio sempre questo paragone: mi ricorda un po’ la vecchia commedia all’italiana che aveva la capacità di farti sorridere di cose veramente terribili come ne “I Mostri” con Vittorio Gassman o, penso a “Parenti serpenti” di Monicelli”.</em></p>
<p>L’intera vicenda ruota intorno a due fratelli: <strong>Coleman </strong>e <strong>Valene</strong>, due disadattati, due eterni bambini che nonostante giochino a massacrarsi, a vendicarsi e a ricattarsi, regredendo di scena in scena, non possono fare a meno l’uno dell’altro perché paradossalmente l’unico modo che conoscono di volersi bene, di dimostrare affetto, è proprio odiarsi. Del resto sono cresciuti con un padre ubriacone e rozzo e violenta è la realtà in cui vivono, un paesino della provincia irlandese dove omicidi e suicidi sono all’ordine del giorno, dove si respira quotidianamente rabbia, risentimento, cinismo, dove i buoni sentimenti sono tenuti ben nascosti o addirittura totalmente assenti.</p>
<p>L’ambientazione principale è il salotto di casa dei protagonisti e ciò che salta subito all’occhio è la quantità di statuine religiose disseminate un po’ ovunque, oltre a una grande “V” segnata di rosso su ogni mobile e parete. Già da queste stranezze si evince la personalità problematica, disturbata e maniacale di Valene che colleziona oggetti sacri e con la propria iniziale vuole sottolineare al fratello le sue proprietà, il quale lo stuzzica di continuo mangiando le sue patatine o peggio rovesciandogliele in testa, cuocendo nel forno le sue statuine e altri dispetti di vario genere. Immancabile è la bottiglia di whisky bevuto come se fosse acqua, non solo dai fratelli, ma anche da <strong>Padre Welsh</strong> (interpretato da <strong><em>Massimo De Santis</em></strong>), un prete dalla fede vacillante che vorrebbe essere d’aiuto ai suoi parrocchiani e soprattutto ai due uomini affinché pongano fine alle loro stupide liti, ma che perderà miseramente la sua battaglia e travolto dal fallimento si toglierà la vita. A nulla servirà il conforto della giovane <strong>Mary</strong>, chiamata da tutti <em>“ragazzina”</em> (<strong><em>Azzurra Antonacci</em></strong>, che sostituisce in questa seconda stagione Nicole Murgia) che spaccia a domicilio alcool di contrabbando, innamorata di Padre Welsh e molto più saggia, a dispetto dell’età, di quanto potrebbe sembrare. Particolarmente intenso è l’ultimo faccia a faccia tra i due sul molo, appena prima dell’insano gesto del prete che congeda la ragazza con un tenero bacio sulla fronte consegnandole una lettera destinata ai due fratelli nella quale li prega di salvare la sua anima, condannata a bruciare fra le fiamme dell’inferno, perdonando a vicenda i torti subiti e imparando ad andare d’accordo. Così, in un primo tempo, cercheranno di fare i due in virtù di quel foglio di carta che Valene appende sotto il crocefisso che, simbolicamente, viene illuminato per ricordare le parole dell’amico scomparso, ma tutto si trasforma in una sorta di gara a chi rivela lo sgarbo maggiore, le scuse, quindi, non saranno mai realmente sincere e, andare a bere al pub è l’unica soluzione per interrompere l’ennesima lotta…almeno per qualche istante!</p>
<p>L’autore si limita a rappresentare la vita di queste persone senza esprimere alcun giudizio morale. Aspra è, invece, la critica verso un certo bigottismo cattolico; si accenna infatti al problema della pedofilia dei preti irlandesi e al fatto che si può uccidere anche venti persone, ma se poi ci si pente si può aspirare comunque al Regno dei Cieli, mentre se ci si suicida si precipita inesorabilmente all’inferno come spiegherà Padre Welsh.</p>
<p><strong><em>“Occidente solitario”</em></strong> una pièce che, nonostante tutto, rimane nel cuore e che i due protagonisti sono ben contenti di interpretare: <em>“È un testo che ho adorato dalla prima lettura &#8211; racconta Filippo Nigro &#8211; ero convinto che fosse un bel testo e lo sono ancora”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Tieffe Teatro Menotti</strong><br />
Via Ciro Menotti, 11, Milano</p>
<p><strong><em>dal 29 gennaio al 10 febbraio</em></strong><br />
martedì, giovedì, venerdì e sabato alle ore 21:00<br />
mercoledì alle ore 19.30<br />
domenica alle ore 17:00<br />
I biglietti sono acquistabili direttamente alla biglietteria del teatro e online.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(di <strong><em>Giulia Bellini</em></strong>)</p>
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		<title>Un “Miserable&#8221; da Oscar per Jackman</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Feb 2013 15:34:11 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it/lifestyle/teatro-e-cinema/un-miserable-da-oscar-per-jackman/">Un “Miserable&#8221; da Oscar per Jackman</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it">Gilt Magazine</a>.</p>
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<p>L&#8217;attesa è finita. Le luci in sala si spengono. Tre, due, uno&#8230; In origine fu <strong>il romanzo più famoso di Victor Hugo</strong>, nel <strong>1980 fu trasformato in un musical colossale da Claude-Michel Schönberg</strong>, che si occupò delle musiche <strong>e da Alain Boublil</strong>, cui si devono i testi. Ora quello straordinario show approda <strong>sul grande schermo, per la regia di Tom Hooper</strong>. Siamo nella Francia della prima metà dell&#8217;Ottocento. Protagonista de <strong>“Les Miserables” è Jean Valjean</strong> (magistralmente interpretato da <em><strong>Hugh Jackman</strong></em>), appena uscito di prigione in cerca di redenzione. Sotto falso nome, diventa un fortunato imprenditore e sindaco di una città della provincia francese. Perseguitato dall&#8217;ispettore <strong>Javert</strong> (cui dà il proprio volto<strong><em> Russell Crowe</em></strong>) per aver violato la libertà condizionata, è costretto a fuggire nuovamente, portando con sé la piccola orfana<strong> Cosette</strong>, che alleva come una figlia (interpretata dalla bellissima <em><strong>Anne Hathaway</strong></em>.</p>
<p>Il film, estremamente commovente e ricco di sentimenti, offre al pubblico la possibilità di apprezzare le <strong>doti canore di Hugh Jackman, che in “Who am I?”</strong> dà il meglio di sé, incarnando i travagli personali di un uomo che, dopo essersi costruito una nuova vita, la deve distruggere e abbandonare nel nome di un bene superiore. A lui Tom Hooper ha affidato il ruolo di protagonista, non solo per le sue capacità artistiche e per la provenienza da un passato ricco di esperienze nei musical, ma soprattutto per <em>“la straordinaria grazia e bontà che lo contraddistinguono”</em>, doti così simili a quelle possedute dal personaggio immaginato da Hugo, per cui <em>“sceglierlo per interpretare Jean Valjean è stata una decisione assolutamente naturale ”.</em></p>
<p>Con ben <strong>8 nomination</strong>, tra cui <strong>Miglior Attore (Hugh Jackman), Migliore Attrice Non Protagonista (Anne Hathaway) e Miglior Film</strong>, <em>Les Miserables</em> è dunque uno dei favoriti alla Notte degli Oscar.</p>
<p><strong><em>Il 2013, non vi è alcun dubbio, è l&#8217;anno di Hugh Jackman, cinematograficamente parlando</em></strong>. L&#8217;attore australiano, già vincitore di un Golden Globe , dopo averci accompagnato nei tumultuosi sobborghi della Parigi del 1832 (con Les Miserables ), ci porterà nelle moderne strade di Tokyo con il nuovo film di James Mangold, <strong><em>“The Wolverine”</em></strong>, e sarà uno dei protagonisti della commedia americana <strong><em>“Movie 43&#8243;</em></strong>.</p>
<p><strong><em>“The Wolverine”</em></strong>, tratto dall&#8217;omonima <strong>serie a fumetti di Frank Miller (300, Sin City)</strong>, è un film estremamente adrenalinico ed è stato definito dal regista un <em>“fever dream”</em> per il mix di elementi tradizionali nipponici (ninja, yakuza, samurai) e lo stile d&#8217;interpretazione realistico dei protagonisti. Per interpretare il suo ruolo, Jackman si è sottoposto ad una preparazione fisica speciale perché <em>“ potesse essere percepita fisicamente la rabbia presente nel corpo di Wolverine”</em>. In <strong>“The Wolverine”</strong> non mancherà nemmeno l&#8217; elemento romantico: <strong>Mariko </strong>(la modella<em> Tao Okamoto</em>), figlia di un boss giapponese, intreccerà una relazione non facile con l&#8217;uomo dalle lame di adamantio.</p>
<p><strong><em>“Movie 43”</em></strong>, infine, permetterà al pubblico di apprezzare le capacità comiche dell&#8217;attore australiani che, in questa pellicola, è l’affascinante scapolo ambito da una imbarazzatissima <strong><em>Kate Winslet.</em></strong></p>
<p>Con tutti questi film in uscita, il 2013 sarà proprio l&#8217;anno di Hugh Jackman.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Les misérables</em></strong><br />
Regista: <strong>Tom Hooper</strong><br />
31 gennaio &#8211; 152 minuti</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(di <strong><em>Ylenia Manfredi</em></strong>)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Muccino &#8211; Vi racconto “Quello che so sull’amore”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Jan 2013 09:39:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Teatro e Cinema]]></category>
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<p>Il protagonista del nuovo film di&nbsp;<strong>Muccino,&nbsp;</strong><em>Quello che so sull’amore,&nbsp;</em>più che svelarsi secondo le caratteristiche che ha, si può facilmente descrivere in negativo, ovvero secondo ciò che non è.</p>
<p>George Dryer (interpretato dall’affascinante&nbsp;<strong>Gerard Butler</strong>) non è un buon&nbsp;<strong>padre</strong>, non è un buon&nbsp;<strong>marito</strong>, non è un uomo di successo perché la sua carriera di&nbsp;<strong>calciatore</strong>&nbsp;si è interrotta per un grave infortunio, ma soprattutto non è la persona che vorrebbe essere. Se ne accorge tardi forse, ma quando se ne rende conto fa di tutto, lottando contro l’ombra di ciò che è stato, per riconquistare i suoi affetti: suo figlio Lewis e l’ex moglie (la splendida, anche se relegata a un ruolo non di spessore,&nbsp;<strong>Jessica Biel</strong>), unica vera donna che abbia mai amato nonostante la fama, non troppo lontana dalla realtà, di inguaribile donnaiolo. L’unico modo per riappropriarsi di ciò che ha perso è ritornare ad apprezzare le cose semplici che aveva dimenticato e così George da calciatore di successo diventa l’allenatore della squadra di calcio del figlio, squadra che neanche a dirlo non ha mai vinto un partita prima del suo arrivo e da uomo agiato abituato al lusso si ritrova a non riuscire a pagare l’affitto di una misera dependance.</p>
<p>L’unico aspetto che sembra non variare nonostante il cambio di vita è l’effetto che George ha sulle&nbsp;<strong>donne</strong>: nel suo lungo e tortuoso cammino di purificazione da se stesso dovrà tentare di resistere alle tentazioni delle sfacciate madri dei suoi allievi, interpretate dalle superbe&nbsp;<strong>Catherine Zeta Jones</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Uma Thurman</strong>.</p>
<p>Riuscirà il nostro eroe nella sua impresa? Certo è che se da una parte molto spesso sbagli e sia sempre in bilico tra ciò che era e ciò che vorrebbe essere, George ha a suo favore l’amore incondizionato del figlio e dell’ex moglie, coloro che, nonostante abbiano subito le sue pazzie e il suo lavoro, sentimentalmente più maturi di lui, con pazienza e senza troppe spiegazioni, gli faranno capire cos’è l’<strong>amore</strong>, semplicemente dimostrandolo.</p>
<p>All’interno di una trama che lascia a desiderare, così semplice che dopo i primi due minuti non si fatica a capire quale sarà il finale,&nbsp;<strong>Muccino insiste più sui sentimenti che sui colpi di scena</strong>: l’amore, la fiducia (anche quella persa), il sentimento paterno, la responsabilità e la consapevolezza sono gli ingredienti di una ricetta facile, dal risultato quasi scontato e prevedibile, che vede diventare l’ex vincitore un perdente e poi ancora un vincitore, ma questa volta nella partita della vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(di <strong><em>Marina De Faveri</em></strong>)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Senza malizia verso alcuno,con carità verso tutti” by Spielberg</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Jan 2013 09:37:46 +0000</pubDate>
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“Senza malizia verso alcuno,con carità verso tutti”</em> (<strong><em>Abramo Lincoln</em></strong>). L’ultimo attesissimo film di <strong>Steven Spielberg</strong> narra la storia del sedicesimo&nbsp;presidente degli Stati Uniti d’America: <em><strong>Abramo Lincoln</strong></em>.</p>
<p>Il celebre regista non ha voluto raccontare l’intera vita dell’ex presidente,&nbsp;ma diversamente <strong>ha concentrato la narrazione sugli ultimi quattro mesi di&nbsp;presidenza</strong>, nei quali Lincoln maggiormente si impegnò per <strong><em>eliminare la&nbsp;schiavitù negli Stati Uniti</em></strong>, riuscendo a far approvare il tredicesimo&nbsp;emendamento. <strong>Spielberg</strong> racconta, in merito, un episodio della sua vita molto&nbsp;significativo riguardo il momento in cui si appassionò a quello che fu il più&nbsp;grande uomo del diciannovesimo secolo. Aveva sei anni quando suo zio lo portò a&nbsp;vedere da vicino la statua del <em>“Lincoln Memorial”</em>; inizialmente la trovò così&nbsp;mastodontica da riuscire a guardargli solo le mani, ma una volta superata la&nbsp;paura iniziale, quando riuscì ad osservarla pienamente, ne rimase così&nbsp;affascinato da non volersene più separare.</p>
<p>Lavorava da dodici anni a questo progetto. L’ossessione verso questo&nbsp;personaggio storico lo ha portato a concentrarsi a lungo sulla perfetta&nbsp;realizzazione di un film che riesce a mostrare in totale pienezza l’umanità che&nbsp;ha fatto di questo presidente un vero eroe.&nbsp;Dal momento in cui ha messo mano al progetto, il regista aveva in mente un&nbsp;unico solo attore al quale proporre questa parte: <strong>Daniel Day-Lewis</strong>, considerato&nbsp;da sempre un gigante nell’ambito della recitazione. Un attore di fama mondiale,&nbsp;vincitore di due premi Oscar (<em>“Il mio piede sinistro”</em> nel 1990 e<em> “Il&nbsp;petroliere”</em> nel 2008) che, nonostante abbia alle spalle una carriera&nbsp;ammirevole, ammette la timidezza e la soggezione iniziale nell’avvicinarsi a&nbsp;un uomo di tale grandezza. Quando gli venne proposta la parte, la rifiutò per&nbsp;ben due volte, ma il regista non smise di ritentare perché credeva fortemente&nbsp;che nessuno potesse interpretare sul grande schermo Lincoln meglio di Day-Lewis. Racconta in un’intervista che il film non avrebbe mai potuto prendere&nbsp;forma se Daniel non fosse riuscito ad identificarsi completamente con la&nbsp;sceneggiatura, tanto da non voler più uscire dai panni del personaggio dopo l’ultimo giorno di riprese. Ha avuto bisogno di un anno di tempo per potersi&nbsp;preparare al meglio e la sua straordinaria interpretazione è&nbsp; stata premiata di&nbsp;recente ai <strong>Golden Globe</strong> con la vittoria nella categoria miglior attore&nbsp;protagonista. Inoltre è già considerato il film favorito agli <strong>Academy Awards</strong> di&nbsp;quest’anno con ben dodici candidature.</p>
<p>Nel cast recita anche <strong>Sally Field</strong> nei panni della moglie di Lincoln (<strong>Mary Todd&nbsp;Lincoln</strong>) che ebbe per la sua carriera un ruolo primario, in quanto lo spinse a&nbsp;compiere scelte che forse non avrebbe mai affrontato, oltre ad essere la sua&nbsp;più grande fan. Lo appoggiò in ogni scelta sempre.</p>
<p>Questo film è certamente un grande omaggio a un uomo che contribuì a rendere&nbsp;questo mondo migliore, che fu un grande esempio per tutti noi.<br />
(di<em><strong> Hilary Tiscione</strong></em>)</p>
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		<title>“Il Figlio dell’altra” &#8211; Quindi, io sono l’altro? Errore o destino?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Jan 2013 21:24:19 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it/lifestyle/teatro-e-cinema/quindi-io-sono-laltro-errore-o-destino/">“Il Figlio dell’altra” &#8211; Quindi, io sono l’altro? Errore o destino?</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it">Gilt Magazine</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="273" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/01/Quindi-io-sono-l’altro-Errore-o-destino-_1-768x273.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/01/Quindi-io-sono-l’altro-Errore-o-destino-_1-768x273.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/01/Quindi-io-sono-l’altro-Errore-o-destino-_1-300x106.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/01/Quindi-io-sono-l’altro-Errore-o-destino-_1-480x170.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/01/Quindi-io-sono-l’altro-Errore-o-destino-_1.jpg 930w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Il film <strong><em>“Il Figlio dell’altra”</em></strong> è stato presentato al Torino Film Festival e uscirà <strong>nelle sale il 31 gennaio 2013</strong>. Interpretato da ottimi attori tra i quali spicca la dolcezza di <strong><em>Emmanuelle Devos</em></strong> (la mamma israeliana), tratta di uno&nbsp;<strong>scambio</strong>&nbsp;che cambierà le vite di due famiglie e non solo.</p>
<p>Due ragazzi,&nbsp;<strong>Joseph</strong>&nbsp;(Jules Sitruk), ebreo, e&nbsp;<strong>Yacine</strong>&nbsp;(Mehdi Dehbi), arabo, scambiati per errore e dati a madri diverse, dopo aver scoperto la verità cercheranno di avvicinarsi e abbattere le barriere del&nbsp;<strong>Muro</strong>&nbsp;che separa Tel Aviv dai territori arabi della Cisgiordania.<br />
La rivelazione porta sconforto tra le famiglie che coltivano entrambe dissensi di tipo&nbsp;<strong>razzista</strong>, ma il coraggio delle rispettive madri e il desiderio di capirsi dei due ragazzi si riveleranno più forti dei pregiudizi razzisti che covano il padre di Joseph e il fratello maggiore di Yacine.</p>
<p>Un film&nbsp;<strong>commovente,</strong>&nbsp;ma mai indulgente o buonista, che rivela l’insensata&nbsp;<strong>assurdità</strong>&nbsp;biologica del razzismo e la volontà di pace comune ad entrambi i popoli. Facendo leva sul dramma della&nbsp;<strong>gente comune</strong>, la regista francese Lorraine Lévy, di origini ebraiche, affronta un tema delicatissimo e attuale come quello dell’eterna guerra tra israeliani e palestinesi.</p>
<p>La soluzione non si trova nella “Storia” fatta solo di litigi tra potenti, ma sta nelle “Storie” delle persone comuni che hanno nel&nbsp;<strong>cuore</strong>&nbsp;la capacità di riuscire a trovare una via di fuga a questo assurdo&nbsp;<strong>odio</strong>. La Lévy, inoltre, delega il ruolo di pacificatrici alle&nbsp;<strong>donne</strong>&nbsp;le quali, a differenza dei padri che si oppongono ad accettare la verità, possono spingere gli uomini a essere migliori e a tendere la&nbsp;<strong>mano</strong><strong>&nbsp;</strong>verso l’altro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(di <strong>Martina Ingallinera</strong></em><em>)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>&#8220;Riesci a immaginare&#8221; The master</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Jan 2013 14:53:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Teatro e Cinema]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="273" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/01/Riesci-a-immaginare-The-Master-_1-768x273.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/01/Riesci-a-immaginare-The-Master-_1-768x273.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/01/Riesci-a-immaginare-The-Master-_1-300x106.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/01/Riesci-a-immaginare-The-Master-_1-480x170.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/01/Riesci-a-immaginare-The-Master-_1.jpg 930w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>È&nbsp;un film tremendamente ben recitato <strong>&#8220;The Master&#8221;</strong> di <strong>Paul Thomas Anderson</strong> (<em>Il petroliere</em>,&nbsp;<em>Magnolia</em>), ma quando si prova a voler cogliere qualche riferimento ulteriore che esuli dal rigido sentiero della narrazione di una semplice storia, il nostro sguardo si perde nel buio. Scova solo qua e là qualche flebile raggio di luce.</p>
<p>Due attori da Oscar ma dov&#8217;è il filo logico, l&#8217;introspezione? È un film piatto, eccessivamente piatto, nonostante l&#8217;eccellente fotografia.</p>
<p>La prolissa vicenda ambientata negli anni &#8217;50 si basa su un gruppo riunito attorno al capo di una setta battezzata &#8220;La Causa&#8221;, Lancaster Dodd (<strong>Philip Seymour Hoffman</strong>), sedicente &#8220;<em>scrittore, medico, fisico nucleare e filosofo teoretico</em>&#8221; che col suo credo funge da collante tra i fedeli, inclusa la figlia Mary-Sue (<strong>Amy Adams</strong>).</p>
<p>Un giorno, tra i preparativi per il matrimonio della figlia, Dodd chiede aiuto a Freddie Quell (<strong>Joaquin Phoenix</strong>), un ex marine che si risveglia sulla nave di Dodd, in qualità di marinaio e preparatore di bevande alcoliche &#8220;miracolose&#8221; sfruttando come ingrediente, tra gli altri, del solvente per vernici.</p>
<p>I primi contatti tra i due non sono dei migliori. Quell, del resto, non viene da un passato facile: tra una madre finita qualche anno prima in manicomio, un padre deceduto per alcol e gli orrori della guerra dai quali cerca di fuggire, resta sempre marchiato dal trauma mentale che si porta dietro dalla fine del conflitto.</p>
<p>Una volta giunti a terra si scopre di più su &#8220;La Causa&#8221;, chiamata così per fuorviare ogni collegamento a Scientology, nata più o meno negli stessi anni, e sul suo modo di &#8220;curare&#8221; i pazienti. Il &#8220;Maestro&#8221; Dodd basa infatti le proprie teorie su una &#8220;nuova scienza&#8221; nettamente contrapposta a quella ufficiale. Anche se in teoria il metodo sembra funzionare, in pratica non è così. Quell si sottopone alla curiosa terapia di Dodd a base di domande su amori, affetti, istinti sessuali repressi ricevendo, di contro, risposte costantemente monosillabiche.</p>
<p>Sembra essere perplesso anche lo spettatore in sala che si aspetta continuamente quel fil-rouge, quella flebile lucina che pare scorrerci dinanzi agli occhi all&#8217;inizio ma che poi si affievolisce via via e non perviene più fino alla fine del film, in cui Freddie, semplicemente, scompare, con una risatina. Ma è forse proprio l&#8217;impianto di una sceneggiatura piatta che si lega alle teorie pseudo-scientifiche di Dodd il vero leitmotiv da seguire. Le lente vicende che si susseguono sembrano infatti funzionali alla pedanteria che circonda tutto il film. Per ricostruire il mondo devastato dalla guerra è allora necessario effettuare un processo di trasmigrazione dei propri ricordi traumatici nell&#8217;immaginazione come unica possibilità di riscatto, nella ferma credenza che tutto sia ancora possibile. Non a caso un&#8217;adepta domanda al maestro come mai, nel suo libro, si sia passati da un &#8220;riesci a ricordare?&#8221; ad un &#8220;riesci a immaginare?&#8221;.</p>
<p>Questa continua ricerca &#8220;a tentoni&#8221; di un tracciato da seguire, da parte dello spettatore vanifica, ad ogni modo, tutta l&#8217;aura mistica che invano il regista cerca di evidenziare.<br />
The Master tradisce le attese come l&#8217;allievo, prima o poi, è tradito dal maestro. Anche se con qualche buono spunto, nel complesso resta un film ridondante e di debole impatto emotivo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(di<strong><em>&nbsp;</em></strong><strong><em>Luca Schirripa</em></strong>)</p>
<p>&nbsp;</p>
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