Food waste fashion: la rivoluzione dei tessuti da scarti alimentari

Si può ottenere la pelle dall’uva? E una cravatta da una buccia d’arancia? La risposta è sì, se si scelgono tessuti derivati da scarti alimentari, l’avanguardia della sostenibilità che combatte gli sprechi e celebra l’inventiva green

Cos’hanno in comune l’industria della moda e quella del cibo? Producono rifiuti. 92 milioni di tonnellate è la cifra stimata della quantità di scarti prodotti ogni anno dall’industria del fashion, i quali finiscono per creare gigantesche discariche in luoghi più o meno remoti del pianeta. Al contempo, il 17% del cibo prodotto annualmente nel mondo finisce nell’immondizia.

Proprio a fronte di questi dati allarmanti, la comunità scientifica, insieme a pionieri e creativi di entrambi i settori, si sta mobilitando per cercare soluzioni che pongano fine ad uno spreco scriteriato. È nata così l’idea dei tessuti da scarti alimentari, che trasformano lo spreco in risorsa e, perché no, in perle di design. Ma cosa sono queste fibre avanguardistiche e quali sono i brand che le utilizzano?

Tessuti da scarti alimentari: Wine Leather

L’industria del food waste fashion ha del fantascientifico. Basti pensare a Vegea, brand tutto italiano che ha deciso di rivoluzionare il settore produttivo puntando sul riutilizzo di materie prime vegetali e biomasse dell’industria agricola per creare indumenti, articoli d’arredo e prodotti automotive. Una delle loro invenzioni più sorprendenti è la Wine Leather, la pelle derivata dalle vinacce e dagli altri residui di vinificazione. Letteralmente, pelle d’uva.

La produzione di questa fibra vegetale consente di evitare l’utilizzo del petrolio e di grandi masse d’acqua per i processi di trasformazione, rendendone la realizzazione altamente sostenibile. Calvin Klein ha di recente approfittato del know-how di Vegea nel pellame a basso impatto ambientale, utilizzandolo per una linea sofisticata di sneakers e accessori come cinture e portafogli da uomo.

Il sottobosco diventa fashion con Mylo

Da sempre pioniera nell’abbandono dei materiali di origine animale, Stella McCartney ha reso protagonista della sua collezione Primavera/Estate 2022 una fibra all’avanguardia: Mylo, la non-pelle (dall’inglese unleather) ricavata dal micelio, ovvero l’apparato vegetativo dei funghi.

Derivato dall’immaginazione futuristica dell’azienda Bolt Threads, Mylo è un materiale “infinitamente rinnovabile”, realizzato tramite riproduzione in piantagione verticale dei processi vitali del sottobosco. Il risultato è un prodotto morbido e versatile del tutto simile alla pelle animale, ma senza gli sprechi derivati dalla produzione di quest’ultima.

L’intera collezione SS 22 di Stella McCartney mette al centro i funghi e il loro mondo affascinante, e Mylo trova la sua massima espressione nella borsa Frayme Mylo, contraddistinta dalla maxi catena tipica degli accessori McCartney e in pendant con un abbigliamento dal lusso fiabesco.

Dal frutteto al guardaroba: Apple Skin

Quando ingegneria, creatività e amore per la natura si incontrano, i confini del possibile diventano più labili. Basti pensare all’azienda Frumat, che nelle valli di Bolzano ha escogitato un modo per trasformare i residui della raccolta e lavorazione delle mele in pellame.

Apple Skin deriva infatti dai semi, bucce e altri scarti di mela ottenuti dalla produzione di succhi e marmellate. Un tempo considerati rifiuti, questi elementi vengono triturati, essiccati e polverizzati; la polvere viene poi miscelata ad un tipo particolare di resina poliuretanica e solidifica in un materiale del tutto simile alla pelle.

Questo prodotto tanto sorprendente è sfruttato al massimo delle sue potenzialità da Ashoka Paris, brand francese totalmente improntato a rivoluzionare il mondo del lusso tramite materiali innovativi ed ecosostenibili. Le borse e gli accessori realizzati in Apple Skin sono di molteplici tipi e declinati in numerose colorazioni, tutti dal design essenziale ma dai dettagli curati per elevare qualsiasi outfit quotidiano.

Agrumi e lusso si incontrano: Orange Fiber

Poter dare ad un prodotto alimentare una seconda vita tramite processi di riciclo e riutilizzo è anche un modo per celebrare la terra in cui esso viene prodotto. L’italiana Orange Fiber è così in grado di infondere nelle sue fibre un pizzico della magia della Sicilia e di tutti i territori famosi per la produzione di agrumi. L’azienda Made in Sicily ha infatti brevettato un modo per recuperare gli scarti di lavorazione di arance & co., estrarne la cellulosa e trasformarli in tessuti da scarti alimentari di lusso.

A beneficiare delle caratteristiche green di Orange Fiber sono marchi come E. Marinella, maison napoletana di accessori e indumenti di alta gamma specializzata nella produzione di cravatte. Proprio una capsule collection di cravatte e foulard vede protagonisti i tessuti ricavati dagli agrumi, che ben si sposano con le fantasie delicate ed i colori luminosi che richiamano i paesaggi e gli scenari indimenticabili delle coste mediterranee.

di Martina Faralli

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