A Venezia79 la “Siccità” di Paolo Virzì

Virzì si aggancia all’attualità proponendo una riflessione sulla crisi della collettività

Nel film non c’è un vero protagonista, Virzì ci racconta la vita di una serie di persone, legate  direttamente o indirettamente l’una con l’altra, durante una crisi di siccità nella loro città, Roma. Il  bollettino televisivo scandisce a più ripresa i giorni che mancano alla chiusura dell’acqua pubblica, e nel frattempo si dipanano storie molto diverse l’una dall’altra, ma legate da alcuni fili conduttori. 

In primo luogo, non sembra casuale la scelta narrativa: i personaggi sembrano arenati su loro  stessi, c’è una mancanza di condivisione e di apertura che fa pensare a una siccità umana, parallela a quella climatica. Da qui la scelta di raccontare più voci disperse.  

Emblematica la figura del tassista, interpretato da un grande Valerio Mastandrea, che parla con le  proprie allucinazioni, rivolgendosi ai genitori e al presidente per cui un tempo lavorava.  “Lasciatemi in pace!” gli urla, ma non può fare a meno di rievocarli. Sono il sintomo di un vuoto e di mancanza di vitalità che contamina, come il virus trasportato dagli insetti, un po’ tutti i personaggi.  

Colpisce anche come la televisione appaia impotente e fragile, e non potente come ce la  immaginiamo di solito, soprattutto in film critici verso l’indifferenza sociale. Pensiamo  all’americano “Don’t look up”, in cui la televisione contribuisce a mistificare la notizia della stella  cadente imminente, criticando con una metafora la spettacolarizzazione e la desensibilizzazione  dei media a riguardo della crisi climatica. Certo, anche in questo film il Professor Del Vecchio  (Diego Ribon) si lascia sedurre dalla macchina televisiva, ma soprattutto dall’incontro con la diva  Valentina (Monica Bellucci), e il povero disoccupato (Max Tortora) viene ignorato in favore del  giovane immigrato mediaticamente più conveniente, ma pure quel mondo arriva a far pena per  come si mostra incapace di reagire di fronte alla crisi. Anche Valentina è un personaggio solo, che  cerca di nascondere paure illudendosi che non sta cambiando nulla. La scena con lei e il Professore  è l’unica in cui si menziona l’altro tema climatico, ovvero l’innalzamento dei mari, confermando  esplicitamente un agganciamento all’attualità, che prima poteva essere dissimulato  dall’immaginaria crisi nella capitale.  

Ma cosa vuole dirci Virzì? Che nelle difficoltà a comunicare sono i riti collettivi che possono ancora una volta salvarci. Al concerto stonato di vite disperse fa da contraltare l’orchestra di musica  barocca, centrale soprattutto all’inizio e alla fine del film. Il gesto, la dedizione, l’esser coinvolti e  concentrati tutti per qualcosa, sono i miracoli che quest’orchestra riesce a fare, suggerendo la via  di una possibile redenzione. Nel film scoprirete perché.  

L’unica pecca è che il film si chiude come i personaggi stessi, e dimentica un po’ la crisi climatica  sullo sfondo. Non siamo al livello di cinema d’autore, ma comunque di fronte a un buon cinema italiano capace di emozionare e far riflettere.

di Marco Aliano

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