La donna che sbatteva nelle porte di Marina Massironi

 

“ La donna che sbatteva nelle porte è un titolo che può indurre a pensare a delle cose goffe, spiritose e simpatiche, ma in realtà è la scusa che il mio personaggio, Paula Spencer, racconta ai medici quando va a farsi medicare dalle botte del marito”. È Marina Massironi , conosciuta e apprezzata dal grande pubblico più che altro come attrice comica, a dar voce al dolore di questa donna di 39 anni, protagonista dell’omonimo romanzo di Roddy Doyle ambientato a Dublino e rappresentato in un monologo emotivamente molto mosso la cui regia e l’adattamento del libro per la scena è curato da Giorgio Gallione (che già si è cimentato con testi scritti da autori del calibro di Calvino, Pennac, Benni, McEwan, Sepulveda).

Lo spettacolo è narrato da Paula appena dopo aver ricevuto da un poliziotto la notizia della morte di suo marito, Charlo Spencer, che aveva ucciso la Signora Fleming. Da questo momento ha inizio un lungo flashback, che non segue, però, un andamento cronologicamente lineare, ma è fatto di continui salti in avanti e indietro, di ricordi che ritornano, fastidiosi, martellanti, ripetuti dalla protagonista con le stesse parole per sottolineare la crudeltà di ciò che è avvenuto e le devastanti conseguenze che ha generato.

Così si va dal periodo della formazione, il primo incontro con Charlo, gli anni felici e anche un po’ folli vissuti con lui, descritti con tono ironico e permissivo che riesce a far sorridere, nonostante il contesto sia quello di una realtà fortemente maschilista dove non è per nulla facile per un’adolescente crescere e diventare donna, soprattutto se la famiglia non è d’aiuto e non ti fa sentire amata. Ma all’improvviso ecco Charlo: Paula diventa la sua ragazza e, agli occhi degli altri, è un’altra persona, una persona rispettabile perché tutti hanno paura di lui che incarna il prototipo del “bello e maledetto” con un passato da ladruncolo. Innamorati l’uno dell’altra decidono di sposarsi, dopo poco Paula resta incinta e si verifica il primo episodio di violenza, solo per avergli risposto male alla richiesta di preparargli il tè: La volta dopo per avergli dato un uovo non abbastanza cotto, e poi perché stirando gli aveva rovinato una camicia e così via, per 17 lunghi anni.

Paula conta le ferite e i segni lasciati sul proprio corpo: naso rotto, costole incrinate, capelli che mancano, denti che ballano, punti sul mento, un timpano perforato, bruciature su braccia e gambe, un bambino perso per colpa sua, pugni, calci, spintoni, testate. La distrusse, la fece a pezzi, ma lei lo adorava quando lui la smetteva e tutto tornava come prima.

Soltanto quando questo calvario cessa, Paula si rende conto di quanto questo sia inaccettabile: “Non si picchia la persona che si ama. […] Non ti metti a piegarle le dita fino a quando si spezzano. Non la picchi davanti ai bambini. Questo non è amore. Non è possibile amare qualcuno, poi picchiarlo, e poi amarlo di nuovo, dopo aver lavato via il sangue.”

Paula, allora, inizia a bere; in realtà non le piace, le dispiace e si sente in colpa, specialmente per i suoi 4 figli, ma ne ha un disperato bisogno per poter andare avanti. Sua madre, la gente per le strade, nei negozi e in qualsiasi luogo non le dicevano niente, davano uno sguardo veloce al suo viso martoriato, ma non la guardavano con attenzione. Per tutti lei era un fantasma. Era il suo piccolo segreto e tutti l’aiutavano a mantenerlo. Oppure sentivano l’odore dell’alcool e tiravano le conclusioni come i dottori e le infermiere che la curavano. “ Chiedetemelo. Gli avrei detto tutto. Se me lo chiedevano. Gliel’avrei detto sottovoce. Però prima me lo dovevano chiedere”.

E questo “chiedetemelo ”, urlato più volte nel monologo, rimarrà invece un grido soffocato che la protagonista non avrà mai il coraggio di esternare. Paula arrivò spesso fino alla porta e uscì in giardino, ma poi tornò sempre indietro, fino a che un giorno trovò la forza di colpire ripetutamente con la padella il suo aguzzino e a sbatterlo fuori casa. Fu Nicky, la figlia maggiore, a darle la forza, o meglio il fatto che Charlo stesse per farle del male e questo non poteva proprio permettere che accadesse. Quando tutto finì, provò una sensazione meravigliosa: aveva finalmente fatto qualcosa di buono.

Al termine dello spettacolo, dopo un lungo scrosciare di applausi, la Massironi ringrazia e invita il pubblico a donare una piccola offerta alla cooperativa sociale Cerchi d’acqua (il cui banchetto si trova all’interno del teatro), che affronta il complesso problema della violenza alle donne all’interno della famiglia “per aiutare” , spiega l’attrice, “le tante Paula che sono intorno a noi” .

 

Teatro Elfo Puccini
C.so Buenos Aires, 33, Milano

Fino al 24 febbraio
da martedì a sabato alle ore 21.0
domenica alle ore 15.30
I biglietti sono acquistabili direttamente alla biglietteria del teatro e online.

 

(di Giulia Bellini)

 

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