Moda e Cinema, un amore durato quarant’anni

L’Era del Costumismo.

Il Cinema è fin da sempre ricordato come la grande fabbrica dei sogni, dei desideri, produttrice di vite meravigliose e brillantinate, di esperienze uniche e straordinarie e di realtà irraggiungibili e fittizie come un modellino di plastilina.

La Moda, dal canto suo, anch’ essa vera e propria macchina produttrice, si è occupata per tutta la storia dell’uomo di segnare un inizio ed una fine ad ogni epoca, ad ogni decennio, secolo, trascorso, millennio, momento. La moda è fin da sempre l’ombra degli avvenimenti e lo specchio delle personalità, lascia trasparire le crisi e le ondate di ricchezza, le gioie e gli umori di un popolo, i costumi e le tradizioni. Il cinema veste lo spirito dell’uomo e lo rappresenta, della stessa cosa si occupa la moda, ma con il corpo.

Impossibile lobotomizzare quindi queste due arti complementari, impossibile parlare di moda senza citare l’impronta profonda che il grande schermo ha calcato nel cemento fresco della sua esistenza, lasciando una traccia permanente ed evocativa. Non è possibile, viceversa, raccontare il cinema e le sue dive senza citare i grandi costumisti e gli stili che queste hanno lanciato ed assorbito dalla moda.
La figura del costumista cinematografico nasce dalla seconda metà degli anni Venti. Prima di allora erano le attrici stesse a provvedere personalmente al proprio guardaroba o al limite, per i film storici, ci si affidava all’utilizzo di abiti presi a nolo in qualche sartoria teatrale.
È perciò d’obbligo iniziare a parlare dell’influenza reciproca tra moda e cinema partendo dagli anni Trenta, vera sorgente di quell’influsso e sposalizio che durerà per molto molto tempo ancora.

La terza decade del ‘900, è il periodo in cui si assiste ad un vero e proprio trionfo della femminilità, finalmente il punto vita ritorna protagonista e la moda, influenzata dalla crisi del ’29 che ha dato origine alla Grande Depressione, sceglie di tornare a vestire la donna con abiti più morbidi e quindi affascinanti, con gonne lunghe, abbandonando perciò i vestitini scintillanti e frangettati dei Ruggenti anni Venti.
La meravigliosa star de L’Angelo Azzurro (1930) Marlene Dietrich indossa con grande eleganza il pantalone battezzandolo a capo di grande classe e charme. Gli anni Trenta, sono anche quelli in cui l’industria tessile, in risposta alla gravosa situazione economica, introduce per la prima volta le fibre sintetiche come il nylon, utilizzato per le calze al posto della seta.

In questo decennio diventa straordinariamente famoso il costumista Adrian, considerato ad oggi il più celebre dei costumisti cinematografici. Nei primi anni della sua carriera creò abiti per Rodolfo Valentino, ma divenne davvero famoso per aver inventato l’immagine di grandi dive come Greta Garbo e Joan Crawford, per la quale disegnò gli abiti con le spalle imbottite, lanciando così una moda che si affermò a livello mondiale.

Nonostante questo periodo sia stato impregnato di novità dal punto di vista della moda inerente al cinema, non significa che la figura professionale del costumista abbia già raggiunto la rilevanza che merita. Dovremo infatti aspettare la decade successiva, il 1948, anno in cui verrà istituito il premio Oscar per i costumi nonché simbolo della considerazione crescente di cui godrà tale maestranza.
Con l’arrivo del secondo conflitto mondiale, lo stile della donna si fa naturalmente più sobrio e pratico, sostanzialmente uniformato a quello del soldato. Solo verso la fine degli anni’40, a guerra finalmente finita si affaccerà sul mercato della moda una grande innovazione, il famoso New Look di Christian Dior, termine che venne coniato per ricordare la collezione Corolle dello stilista francese, fatta di abiti opulenti e romantici, come rappresentante di una vera e propria svolta rispetto ai drammatici anni della guerra.
Nei film di questo decennio arriva protagonista il fascinosissimo ”foulard” e il ”tailleur” che Ingrid Bergman indossa nel film Casablanca (1942) risulterà essere il più venduto nella storia della moda americana.

Già da tempo infatti i Grandi Magazzini statunitensi hanno dedicato un intero reparto alla vendita di abiti prodotti in serie su modello di quelli indossati dalle dive di Hollywood nei grandi capolavori del cinema. Un usanza estinta molti anni fa.

Gli anni’40 sono anche il periodo in cui il famosissimo sarto francese Paul Poiret iniziò a perdere tutta la sua fama di artista progressista ed innovativo che era, dovendosi occupare unicamente della realizzazione delle divise per i soldati. Quest’ultimo, considerato nella moda al pari di Picasso nell’arte, veniva spesso accusato per la “sfacciata modernità dei suoi modelli”. Fu il primo stilista a dedicarsi alla collezione di profumi, fu lui a liberare le donne dal corpetto e a lanciare i pantaloni alla turca.
Gli anni Cinquanta furono invece il decennio più prolifico per la meravigliosa Edith Head, costumista statunitense famosa per aver vinto addirittura otto Premi Oscar, più di ogni altra donna nella storia del Cinema. Fu lei a realizzare gli abiti per Gloria Swanson in Viale del Tramonto (1950), Audrey Hepburn in Vacanze Romane (1953) e Grace Kelly in La Finestra sul cortile (1954).
A disegnare invece l’abito nuziale della principessa Grace di Monaco nel 1956 fu un’altra grande collaboratrice della MGM, conosciuta come Helen Rose, la costumista prediletta di Elizabeth Taylor. La Rose infatti realizzò per lei molti capi tra i quali il famoso abito bianco dal corpetto drappeggiato che venduto in copia ai Grandi Magazzini nel’58 realizzò il record di incassi.
Gli anni di metà ‘900 sono anche quelli in cui, con l’arrivo della televisione, inizia a scomparire l’idealizzazione dei Divi, che divengono anzi sempre più accessibili ed imitabili.

È questa l’era di Marlon Brando e James Dean con i loro jeans, la t-shirt bianca e il giubbotto sventolati con sex appeal in film come Il Selvaggio (1953) e Gioventù Bruciata (1955).
Gli anni Cinquanta vedono convivere nella moda e quindi nel cinema, stili di abbigliamento molto diversi, c’è quello della perfetta casalinga e quello delle prosperose Pin Up. Vanno di moda gli occhiali modello Cat Eye, la frangetta e l’uso dei bigodini.
È questa l’era di Travilla, costumista conosciuto per aver vestito Marylin Monroe in otto dei suoi film, realizzando oltre al famoso abito bianco in Quando la moglie è in vacanza (1955), anche quello rosa indossato in Gli uomini preferiscono le bionde (1953) e quello rosso indossato in Niagara.
Sono questi gli anni gloriosi della bellissima Brigitte Bardot e della sua imitatissima coda di cavallo, delle ballerine e del reggiseno a balconcino. Sono anche gli anni della tutt’altro che prosperosa Audrey Hepburn e del suo sodalizio indimenticabile con lo stilista Givenchy, entrambi genitori della fama ottenuta dal meraviglioso tubino nero di Colazione da Tiffany.
D’altra parte del mondo, in Italia, le prosperose attrici mediterranee Silvana Mangano, Gina Lollobrigida e Sophia Loren lanciavano lo stile audace e popolano, semplice e procace del Neorealismo, mentre Michelangelo Antonioni e la sua sensibilità trasformava Lucia Bosè e Monica Vitti in Dive grazie all’aiuto delle due grandi maison romane, Fausto Sarli e le Sorelle Fontana.
Gli anni Sessanta, quelli della minigonna di Twiggy Lawson, del meraviglioso Gattitoni nero indossato da Anita Ekberg in La Dolce Vita, dei colori sgargianti e dei pattern optical e geometrici sono anche gli anni delle lotte nei quartieri londinesi tra i gruppi Mod, che vestivano con abiti di sartoria italiana e svettavano con Vespe e Lambrette rifugiati nei loro Parka della Royal Air Force, contro i Rockers, caratterizzati da moto, berretto di cuoio, giacca di pelle, jeans e stivali da motociclista.
Gli anni’60, sono ahimè quelli in cui finisce la bella era del “Costumismo”, le case cinematografiche hanno sempre meno denaro da spendere e perciò fanno utilizzare ai costumisti abiti già confezionati. Le scelte del costumista cinematografico non sono più l’origine del tormentone ma lo specchio dell’estro degli stilisti.

È il 1966, anno in cui fu assegnato per l’ultima volta il Premio Oscar per i costumi ad un film che non fosse storico o fantasy, è la fine di una grandiosa era ed il sorgere di un nuovo inizio.

 

di (Giulia Betti)

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