“Il cinema può e deve fare la sua parte, magari anche con una commedia leggera, capace di portare lo spettatore a riflettere su argomenti complessi, seppur con un sorriso.” È questa la visione con cui il regista Giorgio Amato accompagna Election Day, la nuova commedia distribuita da Medusa, nelle sale dal 9 luglio. Un film che, dietro il ritmo brillante e una notte elettorale ricca di colpi di scena, affronta temi estremamente attuali: il peso dell’immagine pubblica, la comunicazione, il giudizio sociale e la velocità con cui uno scandalo può cambiare il destino di una persona.
Tra i protagonisti troviamo Giulia Gualano, attrice dal percorso artistico costruito con studio, disciplina e una continua ricerca espressiva. Dopo una formazione che attraversa danza, teatro e recitazione cinematografica, Giulia interpreta Anita, una donna brillante, competente e determinata, chiamata a gestire la notte più delicata della carriera del suo capo. Un personaggio moderno, complesso e profondamente umano, che diventa lo spunto per riflettere sul modo in cui vengono ancora percepite l’ambizione femminile, la reputazione e il rapporto tra identità reale e immagine pubblica.
L’abbiamo incontrata per parlare di Election Day, del suo lavoro sul personaggio e di come, oggi più che mai, il mestiere dell’attore significhi osservare la società, comprenderne le contraddizioni e trasformarle in emozioni sullo schermo
Anita è una donna brillante, preparata e profondamente determinata. Eppure, quando una donna mostra ambizione e autorevolezza, il giudizio spesso cambia rispetto a quello riservato a un uomo. Interpretando questo personaggio, hai avuto la sensazione che questo doppio standard sia ancora molto presente nella società di oggi?
Io credo che questo pregiudizio sia ancora presente e sia diventato più sottile, più difficile da scardinare. Non è più il classico “è una donna in carriera, che antipatica, pare senza cuore”. È più subdolo: la stessa identica scena, lo stesso identico comportamento, in un uomo diventano “determinazione”, “preparazione”, mentre in una donna diventano “freddezza”, “calcolo”, “arrivismo”.
Anita fa esattamente quello che farebbe un uomo nel suo ruolo: tiene tutti sotto controllo, cerca di gestire la crisi, coordina la notte più difficile del suo capo. E al pubblico, lo vedo dalle reazioni fin dai primi passaggi del film, non sta simpatica allo stesso modo in cui starebbe simpatico un uomo con lo stesso identico comportamento. Insomma, il pubblico non giudica Anita nello stesso modo in cui giudicherebbe un uomo identico a lei.
Non credo che il pregiudizio sia sparito. Credo abbia solo imparato a travestirsi meglio.
“Election Day” racconta il peso dell’immagine pubblica e di quanto, oggi, basti un attimo per cambiare completamente la percezione di una persona. In un’epoca dominata dai social media, quanto è importante, secondo te, riuscire a distinguere ciò che siamo davvero da ciò che gli altri credono che siamo?
Qui devo essere sincera: parto svantaggiata, o forse avvantaggiata, dipende dai punti di vista. Non sono una che vive costantemente sui social, non ho mai avuto il vizio di raccontare la mia vita privata online, quindi la “percezione” di cui parli io la controllo pochissimo, semplicemente perché non alimento quasi nulla da controllare. E devo dire che mi sta benissimo così.
Ho visto colleghi passare più tempo a costruire un’immagine di sé che a costruire un personaggio da interpretare in un film, e non li invidio per niente, anche perché poi diventa una schiavitù. Il momento in cui ricomincio a usare i social in modo più assiduo coincide quasi sempre con l’uscita di un film, come in questo caso, e spesso mi sono dimenticata persino come si usano nel modo più performante.
L’altro giorno ho chiesto a un giornalista, che mi invitava a “collaborare” a un post su Instagram che riportava una mia intervista, quale fosse la differenza tra “collaborazione” e “condivisione”, e mi sono resa conto di quanto possa sembrare boomer.
Il film, e il personaggio che interpreto, però, mi hanno fatto riflettere lo stesso, anche se da una posizione un po’ defilata. Anita fa di mestiere quello che oggi molti fanno quasi per abitudine: decidere che cosa il mondo debba vedere. E quando una variabile non calcolata e non calcolabile fa crollare tutte le sue strategie, è difficile tornare indietro e recuperare credibilità. Il mondo dei social viaggia troppo in fretta e si autoalimenta alla velocità della luce. Puoi essere bravo finché vuoi a gestire la tua immagine pubblica online, ma nulla sarà mai totalmente perfetto e sempre sotto il tuo controllo.
Io molto raramente pubblico i “dietro le quinte” della mia vita. Non offro materiale a chi vuole farsi un’idea di chi sono al di fuori dei ruoli che interpreto, delle mie giornate, di quello che mangio, della mia casa o dei momenti emotivamente più significativi. Trovo quasi liberatorio non giocare a quel gioco.
La verità è che chi siamo davvero e chi gli altri vedono di noi sono due cose diverse per chiunque, lo sono sempre state, anche prima dei social. Oggi esiste semplicemente uno strumento in più per confondere le due cose, e io ho deciso di non usarlo.
Il tuo percorso racconta una continua ricerca: danza, teatro, cinema, studio e formazione costante. In un mondo che sembra premiare tutto e subito, credi che siano ancora la preparazione e la curiosità a fare davvero la differenza nel lungo periodo?
Sai qual è la parte che amo di più di questo mestiere? Il momento in cui inizi a leggere un nuovo personaggio e devi coglierne le motivazioni, le emozioni, le sfumature, costruendo una backstory che dia senso al suo modo di fare e di essere.
Per fare questo spesso torno “in classe”, mi alleno con altri attori, prendo spunti. Mi alleno anche a sbagliare. Ultimamente ho lavorato con un gruppo usando la Tecnica Checov, guidati dalla coach Francesca Tomassoni: una tecnica che non conoscevo, ma che mi ha dato nuovi strumenti per affrontare lo studio del personaggio. È il momento dell’arricchimento, professionale e personale.
Tra un film e l’altro è fondamentale continuare a formarsi, frequentando masterclass o seminari. Ma anche visitando mostre e andando a teatro: tutto serve, tutto ti arricchisce ed è utile al momento giusto. Tutto può essere considerato formazione, anche se non in senso stretto.
E quando cammino per strada o prendo i mezzi pubblici mi guardo sempre intorno con curiosità. Spesso colgo atteggiamenti, modi di muoversi e di relazionarsi tra le persone e penso: “Questo potrebbe essere un ottimo spunto per un personaggio”.
Perché vorrei fare questo lavoro ancora per tanto tempo, almeno finché continuerà a darmi gioia e a tenermi curiosa nei confronti del mondo. E la formazione, per me, resta la parte più bella e stimolante del mestiere.
