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		<title>L’ “Occidente solitario” di Santamaria e Nigro</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Feb 2013 16:26:25 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="273" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/02/L’-“Occidente-solitario”-di-Santamaria-e-Nigro_1-768x273.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/02/L’-“Occidente-solitario”-di-Santamaria-e-Nigro_1-768x273.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/02/L’-“Occidente-solitario”-di-Santamaria-e-Nigro_1-300x106.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/02/L’-“Occidente-solitario”-di-Santamaria-e-Nigro_1-480x170.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/02/L’-“Occidente-solitario”-di-Santamaria-e-Nigro_1.jpg 930w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>&nbsp;</p>
<p><em>“Non c’è niente di più comico dell’infelicità”</em>, diceva <strong>Samuel Beckett</strong> e proprio in questa frase è racchiusa l’essenza di “<strong><em>Occidente solitario</em></strong>”, la commedia noir in scena al <strong>Tieffe Teatro Menotti</strong> <strong>fino al 10 febbraio</strong> con la <strong>regia di Juan Diego Puerta Lopez</strong>.</p>
<p>L’autore è <strong>Martin McDonagh</strong>, pluripremiato commediografo inglese di origine irlandese e regista del film <em>“In Bruges – La coscienza dell’assassino”,</em> che propone un testo forte, dal linguaggio crudo, spesso volgare che potrebbe urtare la sensibilità di qualcuno e per questo rischioso, ma perlomeno non lascia indifferenti e riesce persino a divertire grazie al tono grottesco che trapela in ogni battuta.</p>
<p>A <strong>Claudio Santamaria</strong> e<strong> Filippo Nigro</strong> spetta l’arduo compito, perfettamente riuscito, di rendere in qualche modo simpatici due personaggi per nulla accattivanti, che il pubblico non può amare in nessun momento, ma che non abbandona fino alla fine e che può anche comprendere nonostante la loro brutalità. A tal proposito, azzeccata è l’associazione di <strong>Santamaria</strong>: <em>“Faccio sempre questo paragone: mi ricorda un po’ la vecchia commedia all’italiana che aveva la capacità di farti sorridere di cose veramente terribili come ne “I Mostri” con Vittorio Gassman o, penso a “Parenti serpenti” di Monicelli”.</em></p>
<p>L’intera vicenda ruota intorno a due fratelli: <strong>Coleman </strong>e <strong>Valene</strong>, due disadattati, due eterni bambini che nonostante giochino a massacrarsi, a vendicarsi e a ricattarsi, regredendo di scena in scena, non possono fare a meno l’uno dell’altro perché paradossalmente l’unico modo che conoscono di volersi bene, di dimostrare affetto, è proprio odiarsi. Del resto sono cresciuti con un padre ubriacone e rozzo e violenta è la realtà in cui vivono, un paesino della provincia irlandese dove omicidi e suicidi sono all’ordine del giorno, dove si respira quotidianamente rabbia, risentimento, cinismo, dove i buoni sentimenti sono tenuti ben nascosti o addirittura totalmente assenti.</p>
<p>L’ambientazione principale è il salotto di casa dei protagonisti e ciò che salta subito all’occhio è la quantità di statuine religiose disseminate un po’ ovunque, oltre a una grande “V” segnata di rosso su ogni mobile e parete. Già da queste stranezze si evince la personalità problematica, disturbata e maniacale di Valene che colleziona oggetti sacri e con la propria iniziale vuole sottolineare al fratello le sue proprietà, il quale lo stuzzica di continuo mangiando le sue patatine o peggio rovesciandogliele in testa, cuocendo nel forno le sue statuine e altri dispetti di vario genere. Immancabile è la bottiglia di whisky bevuto come se fosse acqua, non solo dai fratelli, ma anche da <strong>Padre Welsh</strong> (interpretato da <strong><em>Massimo De Santis</em></strong>), un prete dalla fede vacillante che vorrebbe essere d’aiuto ai suoi parrocchiani e soprattutto ai due uomini affinché pongano fine alle loro stupide liti, ma che perderà miseramente la sua battaglia e travolto dal fallimento si toglierà la vita. A nulla servirà il conforto della giovane <strong>Mary</strong>, chiamata da tutti <em>“ragazzina”</em> (<strong><em>Azzurra Antonacci</em></strong>, che sostituisce in questa seconda stagione Nicole Murgia) che spaccia a domicilio alcool di contrabbando, innamorata di Padre Welsh e molto più saggia, a dispetto dell’età, di quanto potrebbe sembrare. Particolarmente intenso è l’ultimo faccia a faccia tra i due sul molo, appena prima dell’insano gesto del prete che congeda la ragazza con un tenero bacio sulla fronte consegnandole una lettera destinata ai due fratelli nella quale li prega di salvare la sua anima, condannata a bruciare fra le fiamme dell’inferno, perdonando a vicenda i torti subiti e imparando ad andare d’accordo. Così, in un primo tempo, cercheranno di fare i due in virtù di quel foglio di carta che Valene appende sotto il crocefisso che, simbolicamente, viene illuminato per ricordare le parole dell’amico scomparso, ma tutto si trasforma in una sorta di gara a chi rivela lo sgarbo maggiore, le scuse, quindi, non saranno mai realmente sincere e, andare a bere al pub è l’unica soluzione per interrompere l’ennesima lotta…almeno per qualche istante!</p>
<p>L’autore si limita a rappresentare la vita di queste persone senza esprimere alcun giudizio morale. Aspra è, invece, la critica verso un certo bigottismo cattolico; si accenna infatti al problema della pedofilia dei preti irlandesi e al fatto che si può uccidere anche venti persone, ma se poi ci si pente si può aspirare comunque al Regno dei Cieli, mentre se ci si suicida si precipita inesorabilmente all’inferno come spiegherà Padre Welsh.</p>
<p><strong><em>“Occidente solitario”</em></strong> una pièce che, nonostante tutto, rimane nel cuore e che i due protagonisti sono ben contenti di interpretare: <em>“È un testo che ho adorato dalla prima lettura &#8211; racconta Filippo Nigro &#8211; ero convinto che fosse un bel testo e lo sono ancora”.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Tieffe Teatro Menotti</strong><br />
Via Ciro Menotti, 11, Milano</p>
<p><strong><em>dal 29 gennaio al 10 febbraio</em></strong><br />
martedì, giovedì, venerdì e sabato alle ore 21:00<br />
mercoledì alle ore 19.30<br />
domenica alle ore 17:00<br />
I biglietti sono acquistabili direttamente alla biglietteria del teatro e online.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(di <strong><em>Giulia Bellini</em></strong>)</p>
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		<title>L’Alì moderno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Nov 2012 18:44:28 +0000</pubDate>
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<p><em> Tutto inizia con uno sgarro</em>: un coprifuoco non rispettato significa infrangere le rigide regole familiari e necessita una punizione per meditare sull’errore, come per esempio dormire fuori dalla porta di casa. Questa è solo la goccia che fa traboccare il vaso, colmo di trasgressioni che Nader compie, sprezzante dello stile di vita che gli viene imposto. Non ci pensa troppo a lungo prima di rubare o accoltellare un coetaneo durante una rissa, né tanto meno di non cedere al ricatto dei genitori lasciando la fidanzata di origini italiane, nonostante la madre gli ripeta più volte: <em>“Loro non sono cattivi, ma noi siamo diversi in tante cose, soprattutto nella religione”. </em>Eppure Nader di tutte queste storie non ne vuole proprio sapere: mangia carne di maiale, indossa lenti a contatto azzurre e quando i genitori lo lasciano fuori casa commenta: <em>“Come fai a lasciare un figlio fuori casa, lo vedi che sono proprio arabi?”.</em></p>
<p>Quella che appare come una guerra contro tutti, si rivela essere anche un lacerante conflitto interiore: Nader è davvero così occidentale come crede? È infastidito quando la sua <strong>“pischella” (Brigitte Apruzzesi)</strong> indossa la minigonna e quasi spara al suo migliore amico, <strong>Stefano (Stefano Rabatti),</strong> colpevole di aver baciato sua sorella. Lei è una donna musulmana non può avere una relazione come lui. Il dubbio si scioglie l’ultimo giorno del racconto, venerdì (non un giorno a caso, è infatti il giorno di preghiera per i musulmani), quando il ragazzo si reca alla moschea, vede la madre in lacrime e scappa di corsa dalla sua ragazza: questa volta le lacrime scendono a lui. Il dramma si è sciolto e la battaglia interiore si chiude con una scena silenziosa e quasi malinconica: la famiglia di Nader, a cena dopo la consueta preghiera, siede intorno a un tavolo preparato inutilmente per quattro. Un posto, il posto del nostro Alì, rimarrà vuoto, per sempre.</p>
<p><strong>Il regista, Claudio Giovannesi</strong>, non può non pensare all’<strong><em>Alì di Pasolini</em></strong>, personaggio simbolo della lotta (sempre inevitabile) per l’integrazione, e vince per la grande aderenza alla realtà, proponendo un film ricco di silenzi necessari (mai una parola di troppo, aggiunta solo per colmare il vuoto) e lasciando ai personaggi i nomi originali degli attori che li interpretano. Un film dalla nuda e cruda realtà, che paradossalmente rappresenta una storia di non accettazione della stessa; e non è un caso che nella scena in cui Nader e Stefano rubano i soldi a una prostituta, decidano di indossare una maschera, quella maschera che Nader deciderà di indossare anche tutti gli altri giorni, insieme alle sue lenti a contatto azzurre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(di <em><strong>Marina De Faveri</strong></em>)</p>
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		<title>L’Oriente dai mille volti</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Nov 2012 13:41:10 +0000</pubDate>
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<p>Iniziamo con una terra, la <strong>Birmania</strong>, <em>diversa da ogni altra che tu possa aver conosciuto</em>. Sono queste le parole usate da <strong>Ruyard Kipling </strong>per descrivere quello stretto Paese tra India, Cina e Thailandia. Terra delle immense risaie, dei monaci, delle pagode e degli stupa (<em>reliquiari</em>, monumenti spirituali immersi nel verde, <em>ndr</em>), qui il tempo sembra essersi fermato per almeno un secolo; i decenni di isolamento politico hanno infatti conservato una cultura e un paesaggio artistico unico al mondo. La città di <strong>Bagan </strong>è una delle zone più ricche di monumenti che l’<em>Unesco</em> ha cercato senza successo di nominare luogo di eredità del mondo. È questo il momento migliore dell’anno per visitare la sua pianura (2.200 edifici buddhisti su un’area di 400 chilometri quadrati), quando la stagione delle piogge si è appena conclusa e si festeggia il ritorno alla vita con la festa di <em>kathina</em>, quando i monaci in ritiro nei tre mesi precedenti, rientrano negli antichi palazzi per vestire le statue del <strong>Buddha </strong><em>(“il primo monaco”, Siddhartha Gautama</em>), compiere riti e recitare i mantra. Bagan è stata la capitale dall&#8217;XI al XVIII e le sue architetture sono così numerose da far pensare che tutte le cattedrali europei del Medioevo siano concentrate qui. I templi bianchi e dorati, gli stupa di color rosso-mattone, i monasteri austeri e le biblioteche venerande raccolgono tutta la gloria della cittadina, conservando ori, argenti e tesori sfuggiti alle razzie passate, eleganti sculture di Buddha in bronzo o in legno di teck, pannelli smaltati narranti le sue vite precedenti e dipinti murali di scene di vita di corte dei sovrani. Uno su tutti, <strong>Anawrahta</strong>. Fu proprio lui, alla fine dell’XI secolo, a commissionare una delle più importanti pagode della zona, <strong>Shwezigon</strong>, non solo rilevante perché ha ispirato la struttura di tutte le successive pagode, con la sua cupola dorata innalzata su tre terrazze, ma perché rappresenta la realizzazione di un progetto più antico, politico: l’affermazione della supremazia del <strong><em>buddhismo Theravada</em></strong> sul <strong><em>culto magico-animalista degli spiriti Nat</em></strong> (gli spiriti guardiani dell’aria, dell’acqua e della terra, dimoranti sul <strong>Monte Popa</strong>, vulcano ormai spento su cui si celebrano però ancora le <strong><em>Nat Pwe</em></strong>, cerimonie di possessione pre-buddhista, <em>ndr</em>), qui raffigurati nell’atto di venerare il Buddha.<br />
Bagan è un incanto in qualunque modo si decida di visitarla: in mongolfiera per una vista dal cielo mozzafiato, o in bicicletta,&nbsp; per destreggiarsi tra gli oltre duemila templi, oppure&nbsp; via mare, su una barca vecchio stile, percorrendo il lungo fiume <strong>Irrawaddy</strong>. Se volete dormire a Bagan, potete scegliere il <strong><em>Bagan Hotel River View</em></strong>, nei pressi dell’<strong>Archeological museum</strong>, della città vecchia. Qui vivrete la vera atmosfera fuori tempo, pasteggiando nel ristorante in giardino con vista sul fiume, accanto a un’antica pagoda, chiedendovi se scegliere cucina birmana o internazionale. Se invece volete fare i lussuosi e dormire nell’hotel più famoso e costoso della Birmania, spostatevi nel cuore del Paese, nella limitrofa <strong>Yangon </strong>(<strong>ex-Rangoon</strong>), dove nel 1901 fu eretto il <strong>The Strand Yangon</strong>, il più ricco di storia e fascino, dal lusso tipico coloniale e dalla cucina di grande classe.</p>
<p>Il <strong>Nepal</strong> è un&#8217;altra splendida meta, la cui linfa vitale è la religione, un sincretismo tra induismo e buddhismo. A <strong>Kathmandu</strong>, la capitale, la fede è visibile in ogni aspetto della vita: emozionante è scoprire i fedeli nepalesi, due volte a settimana, recarsi nella <strong><em>valle di Dakshinkali</em></strong>, al tempio della dea vivente, <strong>Kali</strong>, <em>moglie di Shiva</em>, per offrire a lei doni. Luogo di incontro di induisti e buddhisti è poi lo <strong><em>stupa di Swayambhunath</em></strong>, dove sono dipinti gli occhi onniveggenti di Buddha, sui quattro lati alla base della sua grande guglia, a protezione dei quattro angoli della terra. Attraversando il fiume <strong>Bagmati</strong>, si arriva nella cittadina di <strong>Patan</strong>, un vero museo a cielo aperto, ricchissima di templi, palazzi, pagode, tra cui spiccano il tempio di Krishna e il tempio D’oro, tutte architetture fiabesche. Più medioevale, con i palazzi di mattoni rossi carminio, impreziositi da finestre in legno scolpito e portali dorati, con antichi laboratori di vasai e tessitori, è <strong>Bhaktapur</strong>, dichiarato patrimonio culturale dell’umanità dall’Unesco. <strong>Durbar</strong> è la sua grande piazza centrale, sede del <strong><em>Palazzo reale</em></strong> e di quello <strong><em>delle 55 finestre</em></strong>.<br />
Visitare questa regione richiede senz&#8217;altro spirito di adattamento, ma nemmeno qui vi chiediamo di rinunciare al lusso. Perché non allietarvi il soggiorno dimorando nel <strong>Dwarika’s Hotel</strong>, dalle cinque stelle reali, costruito sull’antica tradizione di ospitalità nepalese e contenete una delle più notevoli architetture del Paese? L’hotel ospita infatti una grande collezione di manufatti del XIII secolo ed è situato a pochissimi metri dal famoso <strong><em>tempio</em></strong> induista <strong><em>Pashupathinath</em></strong> e dallo <strong><em>stupa buddhista Bouddhanath</em></strong>, alto circa 40 metri e formato da un enorme emisfero poggiato su tre terrazze concentriche a pianta ottagonale, sul cui perimetro i fedeli fanno girare senza interruzione i <em>mulini di preghiera</em>. Qui potrete dormire in suite da mille e una notte e cenare all’aperto in uno dei tre ristoranti che servono i piatti tipici della cucina nepalese multi-culturale, dai sapori continentali e giapponesi, tutti preparati con prodotti a chilometro zero, perché coltivati nella fattoria limitrofa del Dwarika.</p>
<p>Finiamo il viaggio sognante con il <strong>Laos</strong>. Si dice che questo Paese non sia solo una terra di gran bellezza naturalistica, ma anche e soprattutto un luogo dove ritrovare serenità e pace, dove lo stress delle grandi città è lontano e la gente è disponibile e gentile. <strong>Luang Prabang</strong> è già da sola un motivo eccellente per raggiungere questo Stato: è anch’essa una meraviglia naturale tutelata dall’Unesco.<br />
Svegliatevi prima dell’alba, almeno una volta: non potete non assistere alla <strong><em>questa giornaliera </em>dei 250 monaci</strong> che ogni mattino percorrono la città per ricevere le offerte dai fedeli. Girovagando per le vie della cittadina noterete templi antichi, il vecchio <strong>Palazzo reale</strong>, al cui interno trova sede il <strong>Museo nazionale</strong>, costruito nel 1904 per ospitare la ricca collezione di oggetti appartenuti al tesoro della famiglia reale e il <strong><em>Phra Bang</em></strong>, la statua in oro alta 83 centimetri che secondo la tradizione è il simbolo del regno. Non mancate di visitare anche il suggestivo monastero detto <strong><em>Tempio della città d’oro</em></strong>, per i suoi tetti dorati che toccano quasi terra. A corollario, emozioni indimenticabili si possono vivere andando a conoscere i costumi e le usanze delle etnie delle montagne, per esempio nei villaggi delle minoranze <strong>Khmu </strong>e <strong>Hmong. Luang Prabang</strong> è anche nota come il <em>regno di un milione di elefanti</em>, racchiuso fra i fiumi <strong>Mekong </strong>e <strong>Khan</strong>. Da godere è il tramonto dalla collina <strong>Phou Si</strong>. Prima di tornare in Italia non negatevi di soggiornare a <strong>La Résidence Phou Vao</strong>, un hotel di lusso a cinque stelle, situato sulla collina, con una magnifica vista sulle montagne. Al suo interno un pluri-premiato centro termale, in cui lasciarsi coccolare dai trattamenti tradizionali al viso, massaggi corpo e bendaggi. Al calar della sera, vi saranno serviti piatti di grande maestria di cucina internazionale presso il ristorante del resort, fino a offrirvi un fresco cocktail al bar, in chiusura.</p>
<p>Oltre alla maestosa Cina e al potente Giappone, c’è ancora un Oriente tutto da scoprire, che si nasconde nelle città e nei volti delle popolazioni dell’Asia intera&#8230;</p>
<p>(di <strong><em>Ilaria Forastieri </em></strong>e <strong><em>Azzurra Zaglio</em></strong>)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La lezione di tolleranza di Akbar il Grande</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Nov 2012 23:28:03 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="273" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2012/11/La-lezione-di-tolleranza-di-Akbar-il-Grande_1-1-768x273.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2012/11/La-lezione-di-tolleranza-di-Akbar-il-Grande_1-1-768x273.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2012/11/La-lezione-di-tolleranza-di-Akbar-il-Grande_1-1-300x106.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2012/11/La-lezione-di-tolleranza-di-Akbar-il-Grande_1-1-480x170.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2012/11/La-lezione-di-tolleranza-di-Akbar-il-Grande_1-1.jpg 930w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>La Storia può rivelarsi un&#8217;eccelsa maestra. Dopo la recente uccisione dell&#8217;ambasciatore americano in Libia per mano di integralisti islamici, è quanto mai di attualità la mostra “<strong>Akbar- Il Grande Imperatore dell&#8217;India</strong>”, in programma a <strong><em>Palazzo Sciarra</em></strong>, <strong>Roma</strong>, fino al 3 febbraio 2013.<br />
Una retrospettiva di ampio respiro a cura di <strong>Gian Carlo Calza</strong> sul grande imperatore che regnò in India dal 1556 al 1605. Principale sovrano della <em><strong>dinastia Mughal</strong></em>, Akbar fu quello che si può definire un “<em>sovrano illuminato</em>”: promosse il mecenatismo della cultura, sviluppò l&#8217;urbanistica e favorì il <em><strong>sincretismo religioso</strong></em>.<br />
Ieri come oggi l&#8217;India è un subcontinente diviso da abissali differenze culturali e religiose; la sua unità si regge su un delicato equilibrio. Lo capì presto l&#8217;imperatore Akbar che dopo aver conquistato gran parte del subcontinente scelse la via della tolleranza: di fede islamica, puntò all&#8217;integrazione delle fedi autoctone con l&#8217;islam piuttosto che alla repressione, arrivando fino ad abolire il concetto di religione di stato.<br />
Quello che Akbar il Grande era riuscito a realizzare si potrebbe descrivere come <strong><em>un esempio riuscito di melting-pot: civiltà e culture diverse che convivono in pace</em></strong>. Perché le diversità culturali non esistono solo tra paesi differenti, ma anche all&#8217;interno della stessa nazione. L&#8217;<strong>India</strong> ne è un esempio calzante: repubblica federale composta da 28 Stati e 7 territori, con 1,2 milioni di abitanti che parlano 22 lingue differenti e praticano culti differenti. Il governo attuale non ha seguito l&#8217;esempio dell&#8217;imperatore illuminato e pratica una forte centralizzazione che spesso porta a violente rivolte.<br />
<em>Lasciamoci quindi incantare dagli sfarzi della corte Mughal e riflettiamo sulla lezione di tolleranza che Akbar il Grande può impartirci.</em><br />
&nbsp;<br />
<em><strong>“Akbar- Il Grande Imperatore dell&#8217;India”<br />
</strong></em>Palazzo Sciarra, Roma<br />
fino al 3 febbraio 2013<br />
<a href="http://www.fondazioneromamuseo.it/it/index.html">http://www.fondazioneromamuseo.it/it/index.html</a><br />
&nbsp;<br />
<em>(</em>di <em><strong>Chiara Lavagetto</strong>)</em></p>
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