Ci sono film che segnano un’epoca e altri che cercano di inseguirla. Il Diavolo veste Prada apparteneva senza dubbio alla prima categoria: un racconto affilato sul potere, sull’ambizione e sulla seduzione del sistema moda.
Il Diavolo Veste Prada 2 arriva oggi con un’eredità pesantissima sulle spalle. E dopo averlo visto, la sensazione è chiara: più che un sequel, è uno specchio — a tratti lucido, a tratti impietoso — di un mondo che nel frattempo è cambiato radicalmente.
Miranda Priestly: ancora regina, ma di un regno in crisi
Meryl Streep torna nei panni di Miranda Priestly con la stessa precisione chirurgica che aveva reso il personaggio iconico. Ogni gesto, ogni pausa, ogni sguardo è ancora perfettamente calibrato.
Eppure, qualcosa si incrina.
La sua autorità, un tempo indiscutibile, oggi appare attraversata da crepe sottili ma evidenti: il sistema che l’ha resa intoccabile — quello delle grandi redazioni, dei diktat editoriali, delle copertine che decidevano il gusto globale — non esiste più nella stessa forma.
Miranda resta magnetica, ma il mondo attorno a lei non risponde più con la stessa obbedienza. Ed è proprio in questa tensione che il film trova i suoi momenti migliori.
Andy Sachs: il vero cambiamento (che il film fatica a gestire)
Anne Hathaway interpreta una Andy Sachs profondamente diversa: più consapevole, più distante, meno disposta a sacrificarsi.
Il problema è che il film sembra non sapere fino in fondo cosa farsene di questa evoluzione.
Se nel primo capitolo Andy rappresentava lo sguardo critico dello spettatore dentro il sistema, qui diventa quasi un elemento dissonante: troppo evoluta per rientrare nel gioco, troppo legata al passato per uscirne davvero.
Il risultato è un personaggio sospeso, che riflette perfettamente il limite del film stesso: voler raccontare il cambiamento senza avere il coraggio di abbracciarlo fino in fondo.
Emily e Nigel: da spalle a coscienza narrativa
A sorpresa, sono Emily Blunt e Stanley Tucci a portare in superficie le sfumature più interessanti.
Emily, un tempo caricatura perfetta della devota assistente, oggi si muove con una lucidità nuova, quasi cinica, che racconta meglio di qualsiasi dialogo quanto sia cambiato il rapporto con il lavoro e con il potere.
Nigel, invece, diventa il vero depositario della memoria emotiva del film: è lui a tenere insieme passato e presente, glamour e disillusione, sogno e realtà.
Sono loro, più dei protagonisti, a dare profondità a una narrazione che altrimenti rischierebbe di restare in superficie.
La moda oggi: spettacolo, algoritmo, perdita di centralità
Il primo film raccontava un mondo verticale, gerarchico, quasi monarchico.
Questo sequel prova — solo in parte — a confrontarsi con un universo completamente diverso: fatto di social network, creator, velocità e perdita di autorevolezza delle istituzioni tradizionali.
Il problema è che questa trasformazione resta spesso sullo sfondo.
Il film la sfiora, la suggerisce, ma raramente la mette davvero al centro. E così la moda, da sistema di potere, diventa più scenografia che motore narrativo.
Un’occasione mancata, soprattutto in un momento storico in cui il settore sta ridefinendo profondamente se stesso.
Nostalgia o consapevolezza? Un equilibrio mai del tutto raggiunto
Il ritorno del team originale, dal regista David Frankel alla sceneggiatrice Aline Brosh McKenna , garantisce continuità stilistica e coerenza tonale.
Ma non basta.
Il Diavolo Veste Prada 2 funziona quando smette di guardarsi indietro e inizia a interrogare il presente. Quando invece si rifugia nella nostalgia — nelle dinamiche già viste, nei rimandi, nelle citazioni — perde forza, diventando prevedibile.
Conclusione: un sequel necessario? Forse no. Interessante? Sì, a metà
Questo non è un film inutile. Ma è un film incompleto.
Ha momenti di grande intelligenza, intuizioni sottili e una consapevolezza di fondo che emerge a tratti con forza.
Eppure, non riesce mai davvero a compiere il passo decisivo: quello di tradire il proprio mito per reinventarlo.
E forse è proprio questo il suo limite più grande.
Perché il vero lusso, oggi, non è conservare il potere.
È avere il coraggio di cambiarlo
