Mona Hatoum trasforma la Cisterna in un’esperienza fisica

Mona Hatoum trasforma lo spazio in esperienza, mettendo il corpo al centro dell’instabilità.

a cura della Redazione

Mona Hatoum presenta a Fondazione Prada la mostra site-specific Over, under and in between, concepita per gli spazi monumentali della Cisterna di Milano. Il progetto riunisce tre installazioni autonome ma profondamente connesse, invitando il visitatore a confrontarsi con lo spazio, il corpo e una percezione costante di instabilità e tensione.

Un dialogo diretto con l’architettura

La mostra nasce in risposta all’identità storica e architettonica della Cisterna, costruita nel 1909 come area di stoccaggio industriale. Hatoum interviene senza addomesticare lo spazio, ma amplificandone verticalità, vuoti e risonanze. Il titolo suggerisce una condizione di sospensione continua: stare sopra, sotto e in mezzo, fisicamente e concettualmente, rispetto alle opere e all’ambiente circostante.

La ragnatela come soglia fragile

Nella prima sala, Web (2026) accoglie il pubblico con una vasta ragnatela sospesa composta da sfere di vetro soffiato a mano. Fragile e luminosa, l’installazione trasforma un simbolo di intrappolamento in una volta quasi cosmica. La rete suggerisce allo stesso tempo protezione e pericolo, bellezza e vulnerabilità, creando un’esperienza immersiva che mette in discussione il rapporto tra sicurezza e minaccia.

Una mappa instabile del mondo

Al centro della Cisterna, Map (red) (2026) si sviluppa sul pavimento come un planisfero composto da oltre trentamila sfere di vetro rosso. I confini politici sono assenti, mentre i continenti emergono come presenze fragili e precarie. L’opera utilizza la proiezione di Gall-Peters, scelta che sottolinea come la cartografia non sia mai neutrale, ma carica di implicazioni culturali e politiche.

Tra crollo e resistenza

L’ultimo ambiente ospita all of a quiver (2022), una torre cinetica in metallo che oscilla continuamente tra collasso e ricostruzione. Il movimento meccanico e il rumore metallico coinvolgono il corpo del visitatore, evocando precarietà, instabilità e resilienza. L’opera trasforma una struttura minimalista in un organismo vivo, capace di riflettere sulla condizione umana e sull’incertezza del presente.

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