Rirkrit Tiravanija a Pirelli HangarBicocca: la casa diventa esperienza collettiva

La mostra “The House That Jack Built” di Rirkrit Tiravanija al Pirelli HangarBicocca trasforma l’architettura in un’esperienza partecipativa e collettiva.

a cura della Redazione

Una mostra che non si limita a essere osservata, ma si vive, si attraversa e soprattutto si costruisce insieme.

Al Pirelli HangarBicocca, l’arte abbandona ogni rigidità museale per trasformarsi in qualcosa di fluido, aperto e imprevedibile. Con “The House That Jack Built”, Rirkrit Tiravanija porta a Milano una retrospettiva che è molto più di una semplice raccolta di opere: è un ecosistema in continuo mutamento, curato da Lucia Aspesi e Vicente Todolí, che ripercorre oltre trent’anni di ricerca tra arte, architettura e partecipazione.

Una casa senza autore (o con molti autori)

Il titolo della mostra prende in prestito la struttura narrativa di una filastrocca inglese ottocentesca: una storia che, paradossalmente, non parla davvero della casa né del suo costruttore. Ed è proprio qui che si inserisce la riflessione di Tiravanija, da sempre interessato a mettere in discussione il concetto di autorialità. Le sue architetture non sono oggetti finiti, ma piattaforme vive, il cui significato nasce dall’uso e dalle persone che le abitano.

In questo scenario, il visitatore non è più spettatore passivo ma parte integrante del processo. Le opere esistono davvero solo quando vengono attivate, attraversate, condivise. È un cambio di prospettiva radicale: l’arte smette di essere contemplazione per diventare relazione.

Icone moderniste, nuovi significati

Il percorso espositivo riunisce la più ampia selezione di strutture architettoniche mai presentate insieme dall’artista, molte delle quali dialogano con i grandi nomi del Modernismo. Da Le Corbusier a Philip Johnson, passando per figure meno mainstream ma fondamentali come Sigurd Lewerentz o Frederick Kiesler, Tiravanija rilegge queste icone svuotandole della loro funzione originaria.

Il risultato? Strutture familiari ma destabilizzanti, che cambiano senso a seconda del contesto e dell’interazione. L’architettura, qui, non è mai definitiva: è un dispositivo aperto, pronto a essere reinventato.

“A lot of people”: l’arte come accadimento

Tra i materiali delle installazioni compare spesso una dicitura insolita: “a lot of people”. È forse l’indicazione più potente dell’intero progetto. Perché affidare l’opera a “tanta gente” significa accettare il rischio, l’imprevisto, la possibilità che qualcosa sfugga al controllo.

La mostra si sviluppa come una sequenza cinematografica in cui ogni scena è diversa dalla precedente, proprio perché cambiano i protagonisti. Non c’è nulla di statico o celebrativo: niente mausoleo, niente nostalgia. Solo un presente in continuo divenire, dove ogni visita è unica e irripetibile.

Con “The House That Jack Built”, Tiravanija firma una mostra che non si limita a esporre il passato, ma lo riattiva nel presente, invitando il pubblico a farne parte. E, in fondo, a costruire – insieme – qualcosa di nuovo.

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