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		<title>Diana Vreeland in diario</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Oct 2012 10:31:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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<p>Nata a Parigi, ma trasferitasi presto a New York, sposò lì l’uomo della sua vita, il banchiere <strong>Thomas Reed Vreeland, </strong>il quale la supportò nell’apertura di un suo negozio di lingerie. <em>“Non avevo mai pensato di lavorare –</em> scrive <em>– l’unica cosa che sapevo era dove andare a farmi confezionare i vestiti, così entrare nel mondo della moda mi sembrò la cosa più naturale che potessi fare”.</em> Da un giorno all’altro si trovo a scrivere su <strong><em>Harper’s Bazaar</em></strong> con la folle rubrica “<strong>Why don’t you</strong>”, da lei stessa ideata nel 1936. Ai lettori, Diana dispensava consigli pratici, accostati a idee strampalate, il tutto cucito con ingegno. Dopo 26 anni e una nomina a direttrice mancata, <strong>Diana</strong> passa al timone di <strong><em>Vogue</em></strong> e ci resta <strong>fino al 1971</strong>.</p>
<p><strong>È lì che inizia la sua leggenda</strong>. È lì che dà il meglio di sé. Fonte inesauribile di idee, <strong>Diana Vreeland </strong>era un uragano vivente. Irrompeva dentro e fuori dagli uffici trascinandosi dietro cappelli, borsette, segretari e fotografi. Lei stessa applicava il trucco e tagliava i capelli alle modelle. Fino a quel momento erano gli stilisti della <strong><em>Haute Couture</em></strong> a dettare le mode raffigurate nelle riviste. I giornali si limitavano a scegliere e a presentare gli abiti. <strong>Diana Vreeland cambiò tutto</strong>. Era lei a creare l’abbigliamento, era lei a inventare la moda secondo i suoi sogni. <strong>Trasformò <em>Vogue</em></strong> in una rivista visionaria, stravagante, eccentrica, spesso lontana dalle donne reali che dovevano portare abiti indossabili. <strong><em>Se il suo sogno per l’autunno era Veruschka nei panni della regina Cristina, allora si creava un guardaroba per la regina Cristina.</em></strong></p>
<p>Diana amava gli eccessi e possedeva un entusiasmo incontenibile, <strong><em>celebrò l’avvento della minigonna</em></strong> e definì <strong><em>il bikini come “l’evento più importante dallo scoppio della bomba atomica”.</em></strong> La sua eccentricità non conosceva limiti: durante i servizi fotografici, il suo staff sapeva esattamente cosa trovare e se non era possibile allora si fingeva. A Diana piaceva la finzione. <strong>La sua stessa vita, del resto, era in bilico tra realtà e finzione.</strong> Credeva appassionatamente nella moda come spettacolo e sceglieva le ambientazioni in stile <strong>Hollywood</strong>. Fu lei a decretare il termine dell’era delle modelle aristocratiche e curvilinee e a lanciare la <strong>sedicenne&nbsp;<strong><em>Twiggy</em></strong></strong>&nbsp;e la <strong>diciassettenne <em>Penelope Tree</em></strong>, dal look longilineo, per non dire decisamente sottopeso, come nuove icone di bellezza.<br />
Gli anni Sessanta ruotarono attorno ai suoi capricci e al suo vocabolario che contemplava unicamente parole come <strong><em>“straordinario”, “divino” e “spettacolare”.</em></strong><br />
<strong><br />
Nel 1971, la Vreeland aveva quasi settant’anni</strong>, il mondo stava cambiando e nessuno poteva più soddisfare i suoi costosi capricci. <strong><em>Il suo stile visionario e futuristico era di colpo diventato vecchio</em></strong>. I vestiti eccentrici e gli accostamenti esotici smisero di sembrare affascinanti, il suo stile bizzarro non era più contemporaneo. <strong><em>Vogue </em></strong>doveva cambiare, assieme alle donne e al loro nuovo modo di percepirsi. <strong><em>Diana Vreeland</em></strong> viene così licenziata brutalmente, da un giorno all’altro.</p>
<p>La sua fine a Vogue fu l’inizio di una carriera come <strong>consulente</strong> per il <strong>Costume Institute</strong> del <strong><em>Metropolitan Museum of Art</em></strong>, per il quale ha curato mostre indimenticabili <strong>fino al 1989</strong>, anno della sua scomparsa.</p>
<p>Con questa autobiografia, <strong>Diana Vreeland</strong> racconta con straordinaria verve e bruciante ironia la sua esistenza, vissuta sporcando sempre la realtà con la sua immaginazione e finzione. Una donna che ha sempre saputo reinventare se stessa, carismatica, geniale e rivoluzionaria. Infrangeva le regole e tutto il mondo le andava dietro. Il suo stile era audace, e audaci furono gli stessi anni Sessanta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong>D. V.</strong></span><br />
di <strong>Diana Vreeland</strong><br />
ed. Donzelli, 2012<br />
206 pp., 18 euro</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(di <em><strong>Alice Rosati</strong></em>)</p>
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