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	<description>Un mondo dorato a portata di click</description>
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	<title>paura &#8211; Gilt Magazine</title>
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		<title>È passata la prima settimana di guerra in Ucraina, cos’altro dobbiamo aspettarci?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mariangela Frascati]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Mar 2022 10:53:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/guerra-in-ucraina-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/guerra-in-ucraina-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/guerra-in-ucraina-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/guerra-in-ucraina-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/guerra-in-ucraina.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>La guerra in Ucraina non si ferma e noi dobbiamo imparare ad affrontare paure e incertezze</p>
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<p>A più di sette giorni dall’invasione russa dell’Ucraina la situazione si fa sempre più tesa e difficile. Il 24 febbraio cominciava ufficialmente l’invasione dei territori ucraini da parte delle truppe russe, un avvenimento che nessuno si aspettava e che forse solo pochi immaginavano. La città ucraina di <strong>Mariupol</strong> è sotto assedio, stremata e senz’acqua, <strong>Kherson</strong> è ufficialmente caduta sotto il controllo delle forse russe e a <strong>Kiev</strong> si attende l’arrivo delle truppe nemiche.</p>



<p>Probabilmente la guerra in Ucraina non sta andando come Putin aveva pianificato. Le sue truppe non si aspettavano una resistenza militare e civile e questo ha decisamente rallentato l’avanzata russa. L’approccio inizialmente cauto delle truppe russe, infatti, si è presto trasformato in una serie di attacchi pesanti rendendo la situazione sempre più drammatica.</p>



<p>Pensavamo che la paura di questi ultimi anni stesse per passare, pensavamo che fosse finalmente arrivato il momento della rinascita, della ripresa, del riscatto, e invece adesso abbiamo ancora (più) paura, siamo ancora fragili, disorientati, disillusi. Cambiamento e incertezza sono il filo conduttore di questi ultimi anni, in cui niente assomiglia più a ciò che consideravamo <em>normale.</em></p>



<p>La guerra fa paura ma la connessione globale di cui disponiamo oggi su più fronti rappresenta il pregio e al tempo stesso il difetto della modernità: questa interconnessione ci permette di sentire vicino ciò che, di fatto, non è letteralmente di fianco a noi. Come diceva Michael Foucault già cinquant’anni fa, “è moderno chi può domandarsi cosa fanno oggi cinesi e islandesi”, e noi che oggi ci chiediamo cosa fanno russi e ucraini, possiamo davvero definirci moderni? Abitiamo una modernità che sa tanto di arretratezza, di mancanza di comprensione, di comunicazioni sbagliate. Una modernità che non si merita di essere chiamata tale perché ricca di pregiudizi, soprusi, ingiustizie. Una modernità che continua a sollevare problemi più che proporre soluzioni, che preferisce mettere la polvere sotto il tappeto pur di garantire il nostro livello di benessere. Abbiamo imparato a coltivare l’egoismo, terrorizzati dall’idea di perdere i nostri privilegi di cittadini. Cosa ci restituisce, dunque, questa modernità? Crisi, inflazione, epidemie, malcontento, disoccupazione, guerra.</p>



<p>Ci piace immaginare la vita come un processo costante e continuo, che dall’esterno si muove verso l’interno. Succede qualcosa fuori di noi e, per contrappasso, qualcosa cambia anche dentro di noi. Si è parlato a lungo in letteratura del concetto secondo cui si associa il trauma collettivo al cambiamento, come se solo un forte shock abbia il potere di smuovere le corde che sono in noi facendo così rinsavire la società ingiusta ed egoriferita, per portare a galla comportamenti esemplari e virtuosi.</p>



<p>Nella nostra società, di shock ce ne sono stati parecchi, la paura ha lasciato il passo alla gioia della libertà, abbiamo fatto la lista dei buoni propositi da seguire finché il tempo, puntuale come sempre, è arrivato per ricordarci che non è cambiato proprio nulla.</p>



<p>Gli shock che abbiamo subito hanno lasciato il vuoto dentro di noi, ma il vuoto serve a ben poco se non viene sapientemente colmato. Ogni vuoto esiste solo se lo sappiamo attivare, leggere, consegnandogli un valore costruttivo per le nostre vite. Il vuoto è un potenziale pericoloso ma necessario se usato come spazio libero, aperto a nuove visioni, generoso, consapevole. Oggi questa guerra scava ancora di più nel vuoto che c’è in noi, nutrendo le nostre paure e le nostre fragilità in un senso di incertezza lungo e diffuso. Per questo l’unico vuoto che dobbiamo continuare a combattere è quello che crea una distanza abissale tra noi e l’<em>altro</em>, nell’attesa di <em>rinascere, perché nascere non basta mai a nessuno</em>.</p>
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		<title>Tradizione Halloween nel mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Oct 2013 16:24:51 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="231" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/10/visore_halloween-768x231.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/10/visore_halloween-768x231.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/10/visore_halloween-300x90.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/10/visore_halloween-1024x307.jpg 1024w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/10/visore_halloween-480x144.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/10/visore_halloween-1320x396.jpg 1320w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/10/visore_halloween.jpg 1389w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>La tradizione di<b> Hallowen</b> nel mondo è un modo divertente non solo per rallegrare l’autunno ma anche per ostentare il lato ludico della vita.</p>
<p>Le vetrine di pasticcerie, cartolerie, negozi di giocattoli e perfino di abbigliamento sono decorati con ragnatele, piccoli scheletri, immagini di simpatiche streghe e soprattutto degli immancabili colori che richiamano la notte e la zucca del leggendario <b>Jack O’Lantern</b>. Nella nostra infanzia non avvenivano festeggiamenti simili, solo in alcune parti della Sicilia si usava fare fiere di giocattoli dolci tipici dal nome irriverente: le ossa dei morti. Adoriamo tutti&nbsp; Halloween perché è mistero, è un modo per esorcizzare la paura atavica della notte e degli spettri, riportandoli a una dimensione ludica.</p>
<p>All’epoca dell’antica Roma esistevano due festività pubbliche che somigliavano molto alla moderna Halloween: entrambe si celebravano in pieno autunno, nel passaggio dalla stagione calda a quella fredda ed erano la festa dedicata alla dea Pomona, protettrice dei frutti e dei raccolti dell’anno a venire, e quella dei Parentalia, dedicata alle anime dei defunti. Questa stretta connessione tra il sacro del culto dei morti e il profano legato al raccolto, si ritrova anche nella cultura dell’Europa del nord, soprattutto in Irlanda e in Inghilterra ma anche altrove, dove si celebrava la festività gaelica di Samhain, in cui si immaginava che le anime dei defunti tornassero sulla terra proprio la notte del 31 ottobre, nel momento di passaggio tra estate e inverno, per benedire i futuri raccolti. Solo quando il cristianesimo divenne religione ufficiale, un Papa escogitò una festa cattolica che arginasse in parte i festeggiamenti della pagana Samhain: e furono istituite le giornate di Tutti i Santi e dei Morti. Halloween proprio da queste prende il nome: <b>All’s Hallows Eve</b> ovvero Vigilia di Tutti i Santi.</p>
<p>Difficile, dunque, arginare qualcosa che è profondamente radicato nella cultura popolare. Perché se l’<b>America</b> ha solo reso, come spesso succede, la festa un evento commerciale, in realtà Halloween è celebrata proprio un po’ ovunque. In <b>Austria</b>, per esempio, la notte del 31 ottobre si usa lasciare sul tavolo della cucina del pane, dell’acqua e una lanterna accesa, per offrire da bere, da mangiare e luce alle anime dei defunti. In <b>Inghilterra</b> si intagliavano bamboline per rappresentare le anime dei defunti, si accendevano lanterne all’interno di grosse rape e si usava lanciare in un grande falò sassi, noci, pietre e altri oggetti per spaventare le anime dei defunti tornate sulla terra. Il paese che però ha sempre celebrato Halloween in modo simile a oggi è l’<b>Irlanda</b>, in cui i bambini da secoli girano per le case mascherati come gli spiriti dei defunti, chiedendo dolci al posto di uno scherzetto. Del resto, <b>trick or treat?</b>, il tormentone ricorrente in questa festività, significa in realtà &#8220;beneficio o sacrificio?&#8221;.</p>
<p>E così l’usanza è arrivata anche da noi, dove sta prendendo sempre più piede, diversamente da quanto accade in <b>Francia</b> che, orgogliosa della propria indipendenza, contrasta in tutti i modi la diffusione di una festa americana. Per i bambini, Halloween può essere un modo diverso per rompere la noia di un pomeriggio autunnale, colorandolo dell’arancio della zucca di Jack, accendendolo di lucine simpaticamente macabre e lasciando libero sfogo a un po’ di voglia di divertimento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Federica Scuratti</em></p>
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		<title>Io merito l&#8217;amore?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Oct 2013 13:19:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia e sessuologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="256" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/10/merito-lamore-768x256.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/10/merito-lamore-768x256.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/10/merito-lamore-300x100.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/10/merito-lamore-480x160.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/10/merito-lamore.jpg 900w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Pensare di meritare non è poi così scontato.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="256" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/10/merito-lamore-768x256.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/10/merito-lamore-768x256.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/10/merito-lamore-300x100.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/10/merito-lamore-480x160.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/10/merito-lamore.jpg 900w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p><em>Ma io merito l&#8217;amore? Di volermi bene, di trattarmi e farmi trattare con rispetto, di conoscere l&#8217;amore, di essere felice?</em><br />
Lo psicologo <strong>William James</strong> è stato uno dei primi a studiare il fenomeno dell&#8217;autostima, mettendo in luce che, mentre alcune persone con scarse capacità sembravano godere di una buona e solida sicurezza di sé, altri, apprezzati e valorizzati da tutti, tendevano invece a diffidare delle proprie qualità intrinseche, mostrandosi sostanzialmente insicuri.</p>
<p>Ognuno di noi possiede un livello di autostima che dipende da svariati fattori: qualità delle prime relazioni con i genitori e con le persone significative, esperienze di vita; ma anche aspetti legati al temperamento, che è innato. <strong>L&#8217;autostima è una componente estremamente individuale</strong> ed è il prodotto della semplice domanda: <em>“Cosa penso io di me?”&nbsp;</em>Alcuni autori, come <strong>Alice W. Pope</strong> (1992), affermano che la stima di sé trarrebbe origine dal confronto tra l&#8217;immagine che ognuno ha di se stesso e l&#8217;immagine di ciò che vorrebbe essere.</p>
<p>In questo senso, tanto maggiore è la discrepanza tra il <em>&#8220;come ci percepiamo</em>&#8221; e il “<em>come vorremmo essere</em>”, tanto più ci sentiremo inadeguati, insicuri e insoddisfatti. L’autostima è solo una componente del nostro benessere psicologico, ma riveste un ruolo decisivo nell&#8217;influenzare le nostre scelte e i nostri percorsi di vita.</p>
<p>A causa della loro incertezza cronica, le persone con scarsa autostima tenderanno ad evitare di scegliere e di agire, per un eccessivo timore di sbagliare. Non solo. Sperimenteranno anche una maggiore difficoltà ad abbandonare situazioni dolorose e vivranno ogni insuccesso con intensa sofferenza, attribuendolo esclusivamente ad un&#8217;inettitudine personale. Analogamente, ogni successo tenderà ad essere sminuito e poco considerato.</p>
<p><strong>Che fare se si è “affetti” da bassa autostima?<br />
</strong>La mossa vincente, come sempre, è quella di lavorare sulla consapevolezza di sé, cercando di mettere a fuoco i propri valori fondamentali e le proprie priorità. Le persone insicure, infatti, spesso tendono a confondere i propri bisogni con quelli degli altri, cercando un&#8217;omologazione.</p>
<p>Importante è anche entrare in contatto con le proprie emozioni distruttive, riconoscendone il ruolo nelle nostre scelte. Talvolta riusciamo ad essere i migliori sabotatori di noi stessi. Soffermandoci solo sugli aspetti negativi, tendiamo anche inconsciamente a cercarne conferma attraverso esperienze di fallimento.</p>
<p>Volersi bene non è qualcosa che ci è dato dalla nascita. E&#8217; qualcosa che impariamo, giorno per giorno, solo vivendo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Dott.ssa Laura Tirloni &#8211; Phd in&nbsp;psicologia</em></strong></p>
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		<title>Cambiare è desiderio e paura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Sep 2013 16:18:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="230" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/09/visore_walsh1-1024x307-1-768x230.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/09/visore_walsh1-1024x307-1-768x230.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/09/visore_walsh1-1024x307-1-300x90.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/09/visore_walsh1-1024x307-1-480x144.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/09/visore_walsh1-1024x307-1.jpg 1024w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Ogni reale mutamento non può prescindere dal nostro essere intimo.</p>
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<p><em>Nella vita siamo sempre spinti da un duplice istinto: quello di esplorare, di cambiare, di sperimentare e quello di conservare, di rimanere, di proteggerci</em>. Oscilliamo costantemente tra questi due poli, che talvolta possono entrare in conflitto, creandoci non poche difficoltà quando siamo chiamati a prendere posizione o semplicemente a scegliere .</p>
<p>Il <strong>cambiamento</strong>, la<strong> novità</strong> e ciò che ci è sconosciuto, da un lato ci attraggono, ma dall&#8217;altro ci respingono, perché portano con sé il rischio, l&#8217;incertezza e la possibilità di un fallimento. Quando avvertiamo la fatica d&#8217;investire in una situazione nuova, quando ci chiudiamo nelle nostre convinzioni, quando una voce interiore ci dice che non ne vale la pena, allora è possibile che ci stiamo arenando nella sicurezza del noto, delle nostre abitudini e della nostra quotidianità.&nbsp; Possiamo mostrarci restii al cambiamento anche quando, pur trovandoci di fronte a situazioni non appaganti o dolorose, “decidiamo” di portarle avanti in quanto conosciute, e pertanto, rassicuranti.</p>
<p>Questo meccanismo non di rado si manifesta anche all&#8217;interno di un percorso psicoterapico. Nel momento in cui ci si trova ad affrontare il cuore del problema e ci si scontra con la necessità di una consapevolezza più profonda e di un conseguente cambiamento, possono comparire forti resistenze che talvolta inducono il paziente ad abbandonare la terapia stessa. Talvolta attaccandola, come faceva Ilaria, che non riuscendo ad accettare la fine della propria relazione sentimentale su cui si stava lavorando, affermava che la terapia non solo non la stava aiutando ma che addirittura la faceva stare peggio e che quindi era intenzionata ad interromperla. O come Franco, che piuttosto di ammettere la propria invidia negativa nei confronti degli altri, tendeva a vedere nemici ovunque, anche nel terapeuta stesso, dal quale pensava di volersi allontanare.</p>
<p><strong>Come convivere con queste due opposte spinte la cui gestione rappresenta il senso stesso dell’esistenza?<br />
</strong>Occorre essere consapevoli che, in definitiva, il cambiamento non può essere rifiutato, perché questo risulta incompatibile con le continue richieste di adattamento che la vita ci pone. Resistere al cambiamento è in qualche modo una sorta di &#8216;non-vivere&#8217; che ci espone al fallimento preventivo, perché come bene scrive Neale D. Walsh: &#8216;Q<i>uello che tu resisti in realtà persiste, quello che invece tu accetti scompare&#8217;.</i></p>
<p>Ma ogni cambiamento – per essere un reale<i> </i>cambiamento – deve essere fedele al &#8216;<em>Sé&#8217; interiore, a quella che Jung definiva &#8216;anima&#8217;, ossia la nostra vera essenza</em>. In questo senso è importante un lavoro introspettivo costante su di sé, da soli o accompagnati, per aumentare la conoscenza e la consapevolezza di sé. Da questo percorso è possibile raggiungere una maggior obiettività rispetto ai propri punti di forza e di debolezza, alle zone d&#8217;ombra, alle aspirazioni più profonde; tutti aspetti che è indispensabile conoscere per orientarci nelle scelte e trovare il coraggio di accogliere ciò che ci attrae ma è nuovo, ciò che ci affascina, ma ci spaventa, ciò che ci stimola ma pare irraggiungibile. Siamo esseri complessi ma proprio in questo risiede la nostra bellezza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Dott.ssa Laura Tirloni<br />
</strong></em>Psicologa e psicoterapeuta</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Paura e desiderio. È questo conflitto che ci fa battere il cuore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Feb 2013 11:55:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia e sessuologia]]></category>
		<category><![CDATA[coppia]]></category>
		<category><![CDATA[desiderio]]></category>
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<p>È sempre più facile e frequente incontrare ragazzi e ragazze che confessano di essere single appagati e di stare bene così. Hanno una casa in affitto o con mutuo, ma in entrambi i casi il costo è compatibile al loro stipendio, hanno un impiego a tempo indeterminato (che di questi tempi dà una sicurezza esagerata), amici con cui condividere week-end e vacanze, ed eventualmente anche un gatto o un cane per gli attimi di tenerezza…</p>
<p><em>Cosa serve di più? Perché avventurarsi in terreni insidiosi e infidi dove ci si può ferire, in maniera, a volte, quasi mortale?</em> Poi, però, tutti aprono una piccola parentesi: <em>“A meno che…a meno che non trovi qualcuno/a che riesca veramente a farmi emozionare…”</em></p>
<p><strong>Ma emozionarsi cosa vuol dire?</strong> Provare un’emozione significa toccare, far vibrare corde che partono dal profondo del nostro cuore e della nostra anima. <strong>Cos&#8217;è infatti l’emozione?</strong> È un misto tra il desiderio di avere, di possedere, di stringere tra le mani qualcosa che ci piace molto, anzi moltissimo, e la paura, la delusione di non riuscirci, di essere rifiutati, di non piacere, invece, abbastanza. <strong>Desiderio e paura. Paura e desiderio. È questo conflitto, questa ambivalenza che ci fa battere il cuore</strong>, che ci fa tremare, ma anche sentire vivi, vivi di nuovo, pronti a lottare per qualcosa che ci interessa veramente, non assopiti in un limbo di nebbie, dolci quanto si vuole, ma che ovattano, attutiscono tutto, anche il senso della vita.</p>
<p>Ma questo conflitto, questa ambivalenza, non sembra molto simile a quella scatenata nei nostri sensi dalla vista di un corpo in parte vestito e in parte spogliato? Cosa di più elettrizzante, più stimolante per la nostra curiosità, i nostri sensi che lembi di pelle, di muscoli (nel caso di un uomo), che occhieggiano da un intimo raffinato e provocante, che esaltano la scultura del corpo? Che sembrano attirare e respingere contemporaneamente il nostro sguardo, che fanno sentire impudichi nell’andare avanti, ma che scatenano la nostra curiosità e il desiderio di toccare?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(di <strong><em>Marzia Aloni</em></strong>)</p>
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		<title>Flight &#8211; Denzel, un “volo” da nomination</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Feb 2013 10:57:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Teatro e Cinema]]></category>
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<p>Un italiano su tre ha paura di volare. Sarà forse la mancanza d’aria provocata dall’ambiente troppo angusto? O magari la scarsa possibilità di movimento dovuta alla vicinanza tra un sedile e l’altro? O magari la paura del vuoto? O la sfiducia nei confronti del pilota?</p>
<p>Per alcuni la più grande paura, e forse anche la più probabile, è quella di precipitare.</p>
<p>Questo è quello che accade in <strong>Flight</strong>, il film di <strong>Robert Zemeckis</strong>, dove un pilota di linea, Whip Whitaker (interpretato da <strong>Denzel Washington, che grazie a questo ruolo </strong>si è aggiudicato la sesta nomination all&#8217;Oscar), col vizio dell’alcool e dopo una notte di bagordi consumata con una giovane hostess, si ritrova a tentare un atterraggio di fortuna a causa di un cedimento della struttura che impedisce all’aereo di continuare a volare. Un semplice volo di linea tra Orlando e Atlanta si trasforma dunque nel peggiore incubo di qualunque passeggero, anche quello più temerario. In questo caso il comandante riesce a far fronte alla situazione e a evitare la catastrofe salvando 96 passeggeri e perdendone sei. Whitaker tenta infatti una manovra di emergenza che prova a mantenere in quota l&#8217;aereo, rivoltandolo per rallentarlo, rimettendolo in posizione dritta e tentando un atterraggio il più lontano possibile da case e civili. Manovra che non sarebbe riuscita a nessun altro e che non sono stati in grado di riprodurre neanche in laboratorio. Sarebbero morti tutti.</p>
<p>Ma se agli occhi della stampa Whitaker è un eroe, agli occhi della la NTSB (National Transportation Safety Board) non è altro che un alcolista che dovrà rispondere delle sue condizioni durante il volo. La strada sembra però lunga e tortuosa.</p>
<p>La vita del capitano precipiterà insieme a quell’assurdo volo o riuscirà a decollare di nuovo?</p>
<p>Flight è un film che ti fa riflettere, che pone interrogativi interessanti, che non vuole essere spettacolare ma invece il più realistico possibile sulla dipendenza e i suoi effetti non solo sugli alcolizzati, ma anche su chi gli sta intorno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(di Martina Ingallinera)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;arte o l&#8217;amore: qual è &#8220;La migliore offerta&#8221;?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Jan 2013 18:07:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Teatro e Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="273" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/01/Larte-o-lamore-qual-è-la-miglior-offerta-_1-768x273.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/01/Larte-o-lamore-qual-è-la-miglior-offerta-_1-768x273.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/01/Larte-o-lamore-qual-è-la-miglior-offerta-_1-300x106.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/01/Larte-o-lamore-qual-è-la-miglior-offerta-_1-480x170.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2013/01/Larte-o-lamore-qual-è-la-miglior-offerta-_1.jpg 930w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Tornatore sul grande schermo tra verità e finzione.</p>
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<p>È di una minuziosa &#8220;cesellatura&#8221; che ci parla &#8220;<strong>La migliore offerta</strong>&#8220;. Pellicola sulle vicende di un brillante esperto antiquario apprezzato in tutto il mondo, Virgil Oldman (<strong>Geoffrey Rush</strong>), che un giorno viene chiamato da una misteriosa donna di nome Claire (<strong>Sylvia Hoeks</strong>) a effettuare una valutazione del suo ingente patrimonio artistico in quanto considerato dalla donna massimo esperto nel settore antiquario.</p>
<p>La vicenda si svolge in un&#8217;imprecisata città europea, in cui Oldman rifugge da autentici rapporti interpersonali, non a caso indossando metaforicamente un paio di guanti. Ricerca costantemente la compagnia di un&#8217;opera d&#8217;arte, sia essa un dipinto o una scultura, privilegiando la riflessione e il soliloquio, come quando si trova in presenza della sua collezione privata popolata da decine di ritratti femminili che lo guardano come ad attendere solo un suo sguardo di complice apprezzamento.</p>
<p>È una tematica non nuova, per Tornatore, quella della fobia degli spazi aperti. Infatti, come già in un suo film del 1998, il protagonista de &#8220;La leggenda del Pianista sull&#8217;Oceano&#8221; temeva l&#8217;accesso al mondo esterno, così ora il regista ci svela il multisfaccettato carattere della giovane Claire: sfuggente, malata di agorafobia e per questo timorosa anche del più piccolo contatto umano che vanifica con minuzia, comunicando unicamente da dietro una porta nascosta della villa.</p>
<p>Due personaggi, due mondi diversi con storie antitetiche che mostrano, però, un&#8217;umanità di fondo molto simile, tratti marcati e altri meno che combaciano e si fondono, come in un gioco d&#8217;incastri. Proprio come quegli insoliti ingranaggi, quei singoli tasselli che Oldman ritrova sparsi qua e là nella villa. L&#8217;uno è incompleto senza l&#8217;altro. Ed è proprio questo continuo fondersi di sentimenti la vera bellezza del film che combacia e si immerge perfettamente nel ritmo serrato, tipico del thriller più intenso e che solo alla fine svelerà l&#8217;opera compiuta: così come, pezzo dopo pezzo, si giunge, finalmente, a costruire l&#8217;antico automa, così accade per le vicende interpersonali tra Oldman e la seducente Claire.</p>
<p>Attraverso un costante gioco di sguardi si costruiscono le intrecciate vicende della storia tra l&#8217;antiquario e la donna, ma quello che il primo non sa è che aiutare la ragazza avrebbe cambiato persino se stesso. Lo avrebbe trasformato in un uomo nuovo, pronto ad affrontare anche la dura realtà che Claire stava architettando alle sue spalle.</p>
<p>Proprio come l&#8217;assistente di Virgil riuscirà ad aprirgli gli occhi affermando che &#8220;i sentimenti umani sono come le opere d&#8217;arte, si possono simulare&#8221;, così Oldman comprende che è una strada che può percorrere esclusivamente da solo.</p>
<p>Un film sull&#8217;amore nella cornice del mondo delle aste, dunque, ma, più in generale, un lavoro sull&#8217;eterna dicotomia tra verità e finzione che molto spesso non sono distinguibili con chiarezza e lucidità. Tutto è sfumato, ma è proprio da questa nebbia che risalta ancor più il talento di un regista che riesce a creare un&#8217;opera come un pittore dipingerebbe e si perderebbe, come un infante, nella perpetua scoperta dei sentimenti umani; nell&#8217;ossessione del continuo percorrere quel filo tagliente fino a godere, infine, della tela compiuta, del lavoro portato a termine ma da cui si sprigiona ancora un alone magico, misterioso ed infinito, proprio come se ancora fosse in corso d&#8217;opera. Un film che riesce a mostrare solo alla fine l&#8217;autentico nella finzione per metterci alla prova, per ritemprarci e farci rinascere più forti. Perché è questa, dopotutto, la forza che spinge l&#8217;uomo ad affrontare il presente e a proseguire il cammino nonostante le avversità della vita.</p>
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<p>(di <strong><em>Luca Schirripa</em></strong>)</p>
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