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	<title>Maurizio Cattelan &#8211; Gilt Magazine</title>
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	<description>Un mondo dorato a portata di click</description>
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	<title>Maurizio Cattelan &#8211; Gilt Magazine</title>
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		<title>Maurizio Cattelan, una vita per l’arte: dagli esordi al successo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Mar 2022 10:00:54 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it/interview/maurizio-cattelan-una-vita-per-larte-dagli-esordi-al-successo/">Maurizio Cattelan, una vita per l’arte: dagli esordi al successo</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it">Gilt Magazine</a>.</p>
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<p>Classe 1960, <strong>Maurizio Cattelan</strong> si forma senza frequentare nessuna accademia d’arte, bensì da autodidatta. Intraprende la sua carriera artistica a partire dagli anni Ottanta nella città di Forlì, per poi spostarsi a Milano dove acquisisce sempre più successo. Oggi è artista, giornalista, gallerista, curatore.</p>



<p><strong>Sei famoso per essere un artista con una formazione da autodidatta. Credi che sia questo l’ingrediente segreto del tuo genio creativo? Pensi che studiando la tua espressività sarebbe stata in qualche modo indottrinata, modificata?</strong></p>



<p>Non credo esistano ingredienti segreti per essere creativi, ma neanche formule preconfezionate che si possono imparare a scuola, o in accademia. È come un gioco da tavolo accompagnato da un manuale di regole complicatissime: tutti sappiamo che è molto più facile capirci qualcosa iniziando a giocare, piuttosto che perdere tutta la serata a imparare le istruzioni a memoria. Imparare come si fanno e non si fanno le cose, apprendere le regole del gioco, può essere utile solo nel caso in cui tu abbia interiorizzato anche la libertà di sovvertirle.</p>



<p><strong>Il successo inizia quando, alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, esponi “Stadium 1991”. Cosa rappresenta oggi per te quell’opera?</strong></p>



<p>È stata un’opera in più atti. In quel periodo non mi ero ancora trasferito a Milano, stavo a Forlì e gravitavo intorno a Bologna. Avere una squadra di calcio è, oggi come allora, uno status symbol, non solo in Italia. Quelli erano gli anni di Gullit e di Berlusconi, ma anche delle navi di migranti che cercavano un futuro migliore in Italia, e della Lega Nord. Tutto questo sfociò prima in una squadra di calcio composta da giocatori migranti, da quello che oggi chiameremmo Global South. La squadra si chiamava A.C. Forniture Sud, sponsorizzata da una fantomatica ditta <em>Rauss.</em> Andai a promuovere la squadra con uno stand abusivo ad ArteFiera quell’anno: ogni mattina sistemavo il tavolo, la sedia e, per sembrare più professionale, un telefono, e mostravo il pieghevole pop-up con la foto della squadra e lo stemma. Credo che Barilli mi abbia visto in quell’occasione e abbia deciso di invitarmi alla mostra Anni Novanta alla GAM di Bologna. Avrei voluto far giocare la squadra, ma nel museo non c’era lo spazio per improvvisare un campo da calcio, così ho pensato di declinare la stessa squadra su un biliardino fatto ad hoc, per undici giocatori. Incredibilmente ho trovato un produttore, Garlando, disposto a fare una modifica al loro prodotto, a patto di fare prima un test in azienda coi suoi dipendenti. È stata credo la cosa più vicina a una performance che io abbia mai fatto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1000" height="400" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Maurizio-Cattelan-intervista-1.jpg" alt="" class="wp-image-88794" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Maurizio-Cattelan-intervista-1.jpg 1000w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Maurizio-Cattelan-intervista-1-300x120.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Maurizio-Cattelan-intervista-1-768x307.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Maurizio-Cattelan-intervista-1-480x192.jpg 480w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p><strong>Qual è l’opera di cui vai più fiero, che più parla di te come artista?</strong><strong><br></strong>Non ho mai dubbi su come rispondere a questa domanda, è <em>Torno subito</em>. La sto valutando anche come epitaffio, anche se penso che quella davvero insuperabile sia <em>Non escludo il ritorno</em>.</p>



<p><strong>Artista, giornalista, gallerista, curatore…in quale ruolo senti di esprimerti completamente?</strong><strong><br></strong>Ci sono dei giorni in cui ti alzi e senti che stai bene con te stesso. In quei giorni puoi vestire tutti gli abiti che vuoi, ti senti invincibile in qualsiasi ruolo, e ti sembra che tutto funzioni nel modo migliore. Ce ne sono altri, più o meno storti, in cui nessun abito veste bene. Quasi non vorresti avere un guardaroba, per stare nella metafora. Non credo che sia tanto importante il ruolo in fin dei conti, ma cosa dici e come quando ti esprimi.</p>



<p><strong>Sei famoso per essere un artista irriverente. Questo tuo lato ti ha mai fatto sentire fuori dal coro nel panorama artistico?</strong></p>



<p>No, anzi. È stato quello che mi ha permesso di entrare nell’arena. Per me irriverenza e timidezza sono state due facce della stessa medaglia: una è lo scudo dell’altra. L’irriverenza è stato uno stratagemma, il lasciapassare per riuscire a farmi accettare dal panorama artistico, per dirla con le tue parole. Il problema è venuto dopo, quando tutti hanno iniziato ad aspettarsi quel personaggio e io ho lasciato che me lo cucissero addosso. C’è stato un momento in cui forse avrei dovuto oppormi, combattere quell’etichetta appiccicosa, ma quando ne sono stato consapevole era troppo tardi. Penso che, col tempo, ogni lavoro avrà modo di ridefinirsi, di compiersi lontano da me. In quel momento ogni opera sarà compresa per quello che era davvero, lontano dalla mia ombra.</p>



<p><strong>Ti sei mai sentito minacciato dalle critiche?</strong></p>



<p>No. Penso che qualsiasi critica autorevole sia utile, e non possa essere mai minacciosa. Se sei sicuro di quello che fai, e se il contenuto che produci è vero, rilevante, urgente anche, non c’è critica che possa minacciarti. Non parlo di presunzione. Parto sempre dal presupposto che sia impossibile accontentare tutti, e non credo sia nemmeno desiderabile quando si tratta di arte. La coralità mi aiuta a capire meglio quello che ho fatto, mi fa comprendere sfumature che io stesso non avevo così chiare fino al momento prima. È un momento di crescita, mai di paura.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1000" height="400" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Maurizio-Cattelan-intervista-2.jpg" alt="" class="wp-image-88795" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Maurizio-Cattelan-intervista-2.jpg 1000w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Maurizio-Cattelan-intervista-2-300x120.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Maurizio-Cattelan-intervista-2-768x307.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Maurizio-Cattelan-intervista-2-480x192.jpg 480w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p><strong><em>Breath Ghosts Blind</em></strong><strong> è una mostra che vuole riflettere sui paradossi della società.&nbsp; Quali sono i messaggi che vuoi trasmettere al pubblico?</strong></p>



<p>Se fossi un&#8217;azienda, o un’ideologia, di sicuro trasmetterei messaggi chiari, inequivocabili. Ma l’arte per natura è ambigua: non promuove un prodotto, e non fa propaganda. È un mezzo per uscire da una visione univoca: ogni cosa può essere detta almeno in due modi, quello che si intende davvero, e quello, molto più interessante, e a volte comico, che ci ricorda come il mondo sia molto più complicato e contraddittorio.</p>



<p><strong>La situazione pandemica degli ultimi due anni ha inciso sulla tua creatività? </strong><strong><br></strong>Ha cambiato il mondo, e tutti noi.<strong> </strong>Per quanto riguarda il mio lavoro, ha aperto delle opportunità e ne ha chiuse delle altre. Ha spinto sull’acceleratore della smaterializzazione, su cui le nostre società stavano già appoggiando il piede da qualche tempo. Ho trovato interessante la sincronicità con cui questo è avvenuto, come se non fosse successo per una serie di eventi casuali, come invece è stato.</p>



<p><strong>Come sei riuscito a gestire i tuoi progetti in quel periodo?</strong></p>



<p>Esattamente come prima, in realtà. Ho semplicemente cambiato piattaforma, passando da skype a zoom. Per il resto le mie giornate non sono cambiate molto: ho sempre lavorato a distanza, prima al telefono e poi dal computer. Però un’esperienza <em>very 2020</em> l’ho fatta: per Toiletpaper magazine, con Pierpaolo Ferrari, abbiamo scattato per il numero di Vanity Fair i talent degli Oscar senza che né noi né loro potessimo muoverci da casa. Abbiamo fatto una lunga preparazione degli scatti e poi li abbiamo coordinati da online, con troupe sul posto che eseguivano quello che dicevamo dall’altro capo del mondo, come un’operazione chirurgica fatta con le macchine. Non posso dire che sia stato identico a come avremmo lavorato in studio, ma è stato un esperimento interessante e senza precedenti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1000" height="400" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Maurizio-Cattelan-intervista-3.jpg" alt="" class="wp-image-88796" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Maurizio-Cattelan-intervista-3.jpg 1000w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Maurizio-Cattelan-intervista-3-300x120.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Maurizio-Cattelan-intervista-3-768x307.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/Maurizio-Cattelan-intervista-3-480x192.jpg 480w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p><strong>Dove ti vedi artisticamente in un futuro prossimo?</strong></p>



<p>Nel buco nero in cui scienza e arte finalmente si incontreranno.</p>



<p>Un ringraziamento speciale a Maurizio Cattelan per la disponibilità, augurandogli il meglio per la sua vita e i suoi progetti futuri.</p>
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		<title>Marzo, artista della primavera in un clima pieno di tensioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Mar 2022 09:00:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="230" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/arte-gilt-768x230.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/arte-gilt-768x230.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/arte-gilt-300x90.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/arte-gilt-480x144.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2022/03/arte-gilt.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Arte: tema chiave del nuovo numero di Gilt. Spicca in copertina il volto ben conosciuto e apprezzato dell’artista poliedrico Maurizio Cattelan</p>
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<p>L’arrivo di <strong>Marzo</strong> dovrebbe sancire l’inizio della primavera, della bella stagione, della luce del sole che illumina e riscalda gli strascichi dell’inverno; e invece nell’aria si respira un clima sempre più teso e allarmato. Mentre la pandemia che ci accompagna da ormai due anni continua ad essere il sottofondo principale che scandisce la nostra quotidianità, l’orribile situazione vissuta tra Russia e Ucraina dà il colpo di grazia a quello che a tutti gli effetti è un momento di vera e propria tragedia e disperazione.</p>



<p>Una valvola di svago, seppur minima e palliativa, può essere trovata nell’universo creativo dell’<strong>Arte</strong>, tema chiave e fil rouge del nuovo numero di <strong>Gilt</strong>. Spicca in copertina il volto ben conosciuto e apprezzato dell’artista, giornalista, gallerista, curatore, <strong>Maurizio Cattelan</strong>. Una carriera poliedrica, che Cattelan ci racconta passo a passo nella sezione <strong>Interviews</strong>. Un “a tu per tu” fatto di aneddoti che rivela tutte le sfaccettature di questo grande artista.</p>



<p>Vista la situazione attuale che vede protagoniste Ucraina e Russia, la scelta di restare in silenzio e di invitarvi a scoprire passo a passo attraverso la lettura tutte le novità del mese.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it/editoriali/marzo-artista-della-primavera-in-un-clima-pieno-di-tensioni/">Marzo, artista della primavera in un clima pieno di tensioni</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it">Gilt Magazine</a>.</p>
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		<title>“Breath Ghosts Blind”. Il ciclo della vita secondo Maurizio Cattelan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Nov 2021 11:28:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte e Design]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Un’esperienza immersiva attraverso gli aspetti più emozionali e significativi dell’esistenza umana, restituita in una mostra all’Hangar Bicocca di Milano</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it/lifestyle/arte-e-design/breath-ghosts-blind-il-ciclo-della-vita-secondo-maurizio-cattelan/">“Breath Ghosts Blind”. Il ciclo della vita secondo Maurizio Cattelan</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it">Gilt Magazine</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" />
<p><strong>Simbologie che mettono in discussione il sistema&nbsp;</strong></p>



<p>Dopo dieci anni di assenza, <strong>Maurizio</strong> <strong>Cattelan</strong> torna a esporre a Milano con la personale <strong>Breath</strong> <strong>Ghosts</strong> <strong>Blind</strong> negli spazi di <strong>Pirelli</strong> <strong>Hangar</strong> <strong>Bicocca</strong>. Fra i volti più noti dell’arte contemporanea, Cattelan da sempre lavora su temi che coinvolgono la collettività, spingendo verso una riflessione e un dialogo comuni. Questioni sociali, politiche, umane, che arrivano a toccare domande esistenziali sulla vita e la morte.&nbsp;</p>



<p>È così che Breath Ghosts Blind nasce come una mostra di sole <strong>tre opere</strong> che vogliono raccontare i tre momenti principali in cui è scandita la vita umana. L’esposizione segue uno storytelling ascendente che porta lo spettatore, man mano che si addentra negli spazi dell’Hangar Bicocca, ad alzare sempre di più lo sguardo.</p>



<p><strong>A cura di Roberta Tenconi</strong> <strong>e</strong> <strong>Vicente</strong> <strong>Todolí</strong>, il racconto segue una suddivisione drammaturgica in tre atti, come una pièce teatrale. La ripetizione del numero tre eleva l’interpretazione a un universo simbolico, riecheggiato anche nelle opere che prendono la forma di simbologie riconosciute e condivise, che Cattelan utilizza come capro espiatorio per mettere in discussione il sistema di valori attuali.</p>



<p><strong>La mostra: il percorso e le opere</strong></p>



<p>I tre ambienti in cui si sviluppa la mostra sono la <strong>Piazza</strong>, le <strong>Navate</strong> e il <strong>Cubo</strong>, ciascuno dedicato a una sola, eloquente opera. Per questo il viaggio del visitatore risulta come una lenta processione negli enormi e bui spazi dell’Hangar.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1000" height="400" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-1.jpg" alt="" class="wp-image-83272" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-1.jpg 1000w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-1-300x120.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-1-768x307.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-1-480x192.jpg 480w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p>Apre il percorso <strong>Breath (2021)</strong>, una scultura marmorea che rappresenta un uomo accovacciato a terra in posizione fetale. Di fronte a lui c&#8217;è un cane, posto allo stesso modo. Per la prima volta la figura animale e quella umana sono accostate in un’opera di Cattelan, che proprio sul loro confronto vuole riflettere. Il titolo “Breath” indica ciò che essi condividono, il respiro, che è anche il primo segno inconscio di vita.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1000" height="400" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-2.jpg" alt="" class="wp-image-83273" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-2.jpg 1000w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-2-300x120.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-2-768x307.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-2-480x192.jpg 480w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p>La buia Navata dell’Hangar è di per sé uno spazio inquietante da attraversare, specialmente ora, con la presenza di <strong>Ghosts</strong> <strong>(2021)</strong>. Opera nata dalla riproposizione dell&#8217;installazione di Cattelan per la Biennale di Venezia del 1997 nel Padiglione Italia, Ghosts è un insieme di centinaia di sagome di piccioni poste sul carroponte lungo tutte le navate dell’Hangar. L’artista gioca qui su un capovolgimento della percezione da parte dello spettatore, che rimane disorientato dal ribaltamento spaziale interno-esterno.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1000" height="400" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-3.jpg" alt="" class="wp-image-83274" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-3.jpg 1000w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-3-300x120.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-3-768x307.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/11/Maurizio-Cattelan-3-480x192.jpg 480w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p>Si arriva infine al Cubo, dove inevitabilmente bisogna alzare lo sguardo per osservare la monumentale installazione che è <strong>Blind (2021)</strong>. Forse l’opera concettualmente più immediata, Blind è un memoriale dell’iconografia destabilizzante. Riflette sulla storia e sulla morte, appropriandosi dell’immaginario della serie di eventi fatidici dell’11 settembre 2001. Partendo da un evento drammatico, Maurizio Cattelan riflette sulla violenza della storia più recente e vicina a lui, trasformando un momento tragico in terreno di incontro.&nbsp;</p>



<p><strong>Dalle parole del curatore</strong></p>



<p>Come rimarca anche <strong>Vincente Todolí</strong>, Direttore Artistico di Pirelli Hangar Bicocca e co-curatore della mostra: “Il lavoro di Maurizio Cattelan trasforma una storia o un sentimento in un’esperienza visiva e spaziale. Per la mostra in Pirelli Hangar Bicocca l’artista ha tramutato l’intera architettura del museo in una dimensione psicologica: in sintonia con la sequenza e la natura dei tre ambienti espositivi – la Piazza, le Navate, il Cubo – le opere si presentano come i capitoli di un film o gli atti di una pièce teatrale, divenendo un unicum”.&nbsp;</p>



<p>L’esperienza immersiva che offre “Breath Ghosts Blind” attraversa gli aspetti più emozionali e significativi dell’esistenza umana, restituendoli tramite sentimenti opposti come il dolore e l’amore. La mostra è visitabile <strong>fino al 20 febbraio 2022</strong>.</p>



<p><strong><em>di Chiara Pellini</em></strong></p>
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		<title>GOD, il nuovo Guframino da collezionare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 May 2021 10:55:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/05/Gufram-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/05/Gufram-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/05/Gufram-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/05/Gufram-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2021/05/Gufram.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>GOD è il nuovo prodotto di Gufram, azienda italiana di design forniture, realizzato in collaborazione con Toilet Paper Magazine</p>
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<p>Era il 2012 quando apparve per la prima volta&nbsp;sulla&nbsp;provocatoria copertina di Toilet Paper Magazine n.7 il progetto editoriale di Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari. Oggi, <strong>GOD</strong> si rimpicciolisce in scala 1:8 ed entra a far parte della collezione dei Guframini.</p>



<p><strong>Ma chi è GOD?&nbsp;</strong></p>



<p>GOD è un prodotto di <strong>Gufram</strong>, azienda italiana di design forniture, realizzato in collaborazione con <strong>Toilet Paper Magazine</strong>. È l’ultimo di quattro fratelli: prima di lui furono creati Bocca, Cactus e Pratone. Anche loro sono miniature nate da oggetti d’arredo che chiedono di essere collezionate.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>GOD è un idolo pagano che deriva&nbsp;dall&#8217;unione di due sculture domestiche:<strong> Cactus</strong>, disegnato da Drocco e Mello nel 1972,&nbsp;e le uova de <strong>La Cova</strong>, il nido fuori scala immaginato da Gianni Ruffi nel 1973. Pezzi che sono stati esposti nei musei più importanti del mondo. Il nuovo Guframino conserva i dettagli del Cactus originale, come l’intenso color verde smeraldo e le 2.165 bugne.&nbsp;</p>



<p><strong>GOD, prima di mini-GOD&nbsp;</strong></p>



<p>Prima di essere miniatura, GOD sfidò la scala dimensionale opposta. Ma partiamo dagli inizi. Dopo essere stato inventato nel 2012, l’anno seguente GOD è stato inserito come prodotto nel catalogo Gufram e la sua edizione limitata di 100 pezzi è andata sold out in pochissimo tempo.&nbsp;</p>



<p>La sua estetica ha fatto impazzire il mondo dell’arte, tanto che per la <strong>Biennale di Venezia 2015</strong> fu trasformato in una gigantesca scultura gonfiabile che navigava tra i canali. Oggi, al contrario, GOD si propone di invadere un piccolo spazio della casa, donando un tocco colorato e folle agli ambienti domestici.</p>



<p><strong><em>di Chiara Pellini</em></strong></p>
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		<title>Fondazione Nicola Trussardi: un’iniziativa per la creatività</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2020 09:24:12 +0000</pubDate>
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<p>In questo periodo di reclusione forzata, il tempo sembra scorrere molto lentamente. Il lato positivo è che ciò per cui prima non si trovava spazio, oggi si può fare. E perché non esercitare la propria <b>creatività</b>, durante questa condizione d’isolamento? La creatività può fare compagnia: apre le porte a infinite possibilità e a inimmaginabili scenari. È questo il messaggio che la <b>Fondazione Nicola Trussardi</b> ha deciso di condividere con il suo <b>progetto online</b> <b>“Viaggi da camera”</b>.<br />
“Viaggi da camera” è il titolo di un grande archivio: è una stanza dalla porta aperta (precisamente dal 27 marzo) nella quale sono raccolte <b>quotidianamente</b> le opere di <b>artisti invitati a raccontare il proprio spazio domestico e privato</b>. La Fondazione Nicola Trussardi pubblica giornalmente <b>immagini, video e testi</b> sul suo <b>sito web</b> e sui suoi <b>canali social</b>, contribuendo a <b>diffondere un immaginario creativo</b>, anche in questi giorni che sembrano irrimediabilmente monotoni.</p>
<h3>Quante cose…in quattro pareti!</h3>
<p>L’idea è ispirata al celebre romanzo settecentesco di <b>Xavier De Maistre</b>, intitolato <b>“Viaggio intorno alla mia camera”</b>. De Maistre compose un capitolo al giorno per 42 giorni di permanenza all’interno di una stanza a Torino. Ma cosa contengono tutte quelle pagine, redatte in una stanza quadrata di trentasei passi di lato? Lo scrittore francese si ispirò a ciascun oggetto che lo circondava, perché ogni cosa era legata a ricordi, immagini o fantasie. Il suo libro testimonia che il piacere del viaggio dipende forse più dall&#8217;atteggiamento mentale con cui si parte, che non dalla destinazione scelta.<br />
“Viaggi da camera” invita quindi gli artisti a fare come lo scrittore francese: aprire le porte delle loro stanze, che siano esse reali o immaginarie. È, d’altronde, sempre stata la peculiarità dell’arte quella di <b>mostrare le cose, anche quelle più banali, in modo nuovo</b>. Ed è forse ciò di cui abbiamo bisogno in questo periodo.</p>
<h3>Gli artisti partecipanti</h3>
<p>Grazie all’opportunità data dalla Fondazione Nicola Trussardi, molti artisti hanno dato una voce concreta alle potenzialità del proprio spazio domestico, immaginandolo e riproponendolo come un territorio aperto a infinite scoperte. Tra i numerosi invitati, al progetto hanno già aderito molti nomi noti. <b>Maurizio Cattelan </b>propone un labirinto, disegnato sul pavimento, che sembra intrappolare una piccola lucertola, ignara di quello che sta accadendo nel mondo intorno a lei.<br />
<b>Emilio Isgrò </b>rilancia “Libreria”, del 1993, dal ciclo “Guglielmo Tell”. <b>Patrick Tuttofuoco </b>avanza un interessante ritratto di famiglia, immortalando le mani dei suoi cari che stringono pietre di brillanti colori diversi. <b>Carlo Benvenuto, Grazia Varisco, Giuseppe Penone, Massimo Grimaldi, Micol Assaël, Diego Perrone, Sven Sachsalber, Luisa Lambri, Rosa Barba</b>: sono solo alcuni degli artisti partecipanti. Non perdetevi tutte le opere già pubblicate sul <a href="https://www.fondazionenicolatrussardi.com/"><b>sito </b></a>e sui<b> canali social </b>della Fondazione Nicola Trussardi.<br />
&nbsp;<br />
<b><i>di Chiara Pellini </i></b></p>
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		<title>Moda a supporto dell’Arte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2020 12:56:33 +0000</pubDate>
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<h3>Il mecenatismo nella moda</h3>
<p>Tralasciando le storiche influenze come <b>Schiaparelli e Dalì</b>, <b>Yves Saint Laurent e Mondrian, McQueen e Hirst</b>. Connubi dove era lo stilista a cogliere il messaggio dell’artista e farlo proprio; ad oggi è il brand a supportare l’arte. Ma come? Per esempio, mettendo a disposizione il proprio flagship store di Dover Street a Londra come <b>Victoria Beckham</b>. Che in collaborazione con <b>Sotheby’s</b>, nel 2018 ha esposto la loro asta dedicata alle opere dei <b>Maestri del Rinascimento</b> e della <b>Golden Age olandese </b>e del <b>XVIII secolo britannico</b>. Che risulti strano l’interesse per l’arte dalla <b>posh spice</b> è lecito, ma è certamente un’astuta mossa di <b>marketing</b> che giova ad entrambe le parti.</p>
<h3>Advertising e Arte</h3>
<p>Non da meno, sia in termini di supporto economico che divulgativo, quello delle campagne pubblicitarie. Di grande impatto le collaborazioni firmate <b>Gucci</b> e <b>Alessandro Michele</b>. A partire da <b>Guccigram</b>, alla ricerca di talenti digital attraverso <b>Instagram</b>, per dare il via a <b>GucciArtWall</b> insieme all’artista spagnolo <b>Ignasi Monreal</b>. Un mix di arte fiamminga, surrealismo e glamour che ancora oggi tinge le mura di <b>New York, Milano e Hong Kong</b>. Tra queste, nel 2018, memorabile per irriverenza come solo <b>Maurizio Cattelan</b> sa fare, il manifesto della sua mostra, che Gucci ha promosso.<b> The artist is present</b>, non la performance di <b>Marina Abramovic</b>, bensì quella del <b>Museo Yuz di Shanghai</b>, dove insieme ad artisti internazionali si esponevano opere con filo conduttore il falso. Tutto copiato, a partire dal nome, invitando a riflettere sull’infinita riproduzione delle immagini sui nostri schermi e la veridicità di esse.</p>
<h3>Marina Abramovic e la moda</h3>
<p>Ha a che fare con la già citata artista, madre della performance, la notizia apparsa su tutti i giornali di pochi giorni fa: <b>Ulay è morto</b>. L’artista tedesco, alla nascita <b>Frank Uwe Laysiepen</b>, noto per i 12 anni trascorsi a fianco di <b>Marina Abramovic</b>. Una storia, la loro, d&#8217;arte che diventa amore e di amore che diventa tormento e denunce di diritti d’autore, che ha avuto il suo culmine nel 2010. Emozionando milioni di telespettatori, dal vivo e on line, grazie a <b>Youtube</b>, con il loro incontro inaspettato durante la performance <b>The artist is present</b>. Nella quale l’artista sedette 700 ore su una sedia, accogliendo col proprio sguardo ogni visitatore, suscitando ogni tipo di emozione. Quando a sedersi fu Ulay,  Abramovic non riuscì a trattenere un pianto e stringergli le mani. È con la morte di Ulay che si chiude un’epoca della storia dell’arte contemporanea e dell’arte di Marina Abramovic.</p>
<p>Amante della moda e amica dello stilista <b>Riccardo Tisci</b>, ha figurato su innumerevoli copertine e collaborato con vari brand. Nel 2014 con <b>Adidas</b>, reinterpretando una sua stessa performance del 1978, Work Relation, in occasione della <b>Coppa Mondo Fifa 2014</b>. Portando avanti il messaggio dell&#8217;importanza della cooperazione e del lavoro di squadra. È nel 2015 invece, con <b>Riccardo Tisci </b>per <b>Givenchy</b>, che porta un messaggio di umanità, fratellanza e spiritualità durante la sfilata <b>SS16</b> della <b>NYFW</b>. Attraverso l’allestimento da lei realizzato e i riti simbolici svolti da performers che richiamavano le usanze delle svariate religioni nel mondo.</p>
<h3>Il Cretto di Burri protagonista</h3>
<p>Questo quel che è stato, mentre quel che sarà è sotto il nome di <b>Hermès</b>, che ha scelto il museo en plein air di <b>Gibellina</b>. La cittadina trapanese, colpita dal terremoto del Belice del 1968, sarà il set della campagna pubblicitaria della linea di accessori <b>Hermès Silk</b>. Ricoperta di cemento per volere dell’artista <b>Alberto Burri</b> negli anni Ottanta, la parte vecchia della città, completamente distrutta, tiene vivo il ricordo della devastazione. Una devastazione superata, che chiede la sua rivincita affascinando chi come già <b>Bottega Veneta</b>, nella campagna <b>FW16</b>.</p>
<p>Che moda e arte possano venirsi incontro sempre!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>di Pamela Romano</i></b></p>
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		<title>(R)evoluzione dallo spirito pop: parla Stefano Seletti</title>
		<link>https://www.giltmagazine.it/interview/revoluzione-dallo-spirito-pop-parla-stefano-seletti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Apr 2019 21:05:48 +0000</pubDate>
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<p>Dai mercatini locali di paesi e città italiane al MoMa di New York: questa è, in breve, la storia di <b>Seletti</b>. Una storia di un’azienda e, prima ancora, di una famiglia. Una storia che vede giustapposti Made in China e Made in Italy, un brand internazionale con solide origini italiane, un direttore creativo, <b>Stefano Seletti</b>, con l’istrionica e visionaria indole di un innovatore. Gilt ha avuto il piacere di conoscerlo e di rivolgergli alcune domande all’insegna della scoperta di un uomo e del suo mondo.</p>
<p><b>Una carriera personale lunga 30 anni all’interno dell’azienda fondata da tuo padre Romano. Tirando le somme di questo percorso, cosa pensi di aver aggiunto all’azienda rispetto all’impronta della prima generazione? </b></p>
<p>Ho aggiunto sì, ma ho anche tolto. Mio padre è stato decisamente un pioniere nel varcare i confini della Cina commerciale del 1952, che in pochi al di fuori conoscevano e che aveva non poche insidie. Io cominciai ad accompagnarlo durante i suoi viaggi, all’età di 17 anni. Il mio apporto è stato l’introduzione in azienda della produzione manifatturiera cinese dell’epoca, l’art&amp;crafts. La maggiore disponibilità di prodotti e materie prime di cui l’approccio con la Cina mi ha consentito di disporre, il confronto con persone stimolanti e di altre culture hanno cambiato il mio modo di vedere le cose sia dal punto di vista relazionale sia lavorativo, e ampliato i miei orizzonti e le mie opportunità. Penso, a questo proposito, a mia moglie, brasiliana d’origine, e a Maurizio Cattelan.</p>
<p><b>In una intervista hai dichiarato che Seletti non è un’azienda di design. In molti ti definiscono tuttavia un designer democratico. Come definiresti l’azienda e come ti definiresti tra designer, artista o creativo? </b></p>
<p>Mi manca la formazione accademica, ma fortunatamente ho viaggiato molto a fianco di mio padre, che mi ha responsabilizzato affidandomi il settore distribuzione dell’azienda. Questa esperienza è alla base del mio “design democratico” e mi ha insegnato a venire incontro ai gusti più diversi. Intervenire nel processo di produzione, avendo la possibilità di modificare i prodotti nel loro divenire, è stato un grande esercizio di vita e di lavoro.  Non mi sento un artista, mi definirei piuttosto direttore creativo. Paradossalmente, ogni volta che mi sono approcciato al design accademico ho creato prodotti che non hanno avuto grande successo. Molto probabilmente perché non rispecchiano il mio essere e il mio stile.</p>
<p><b>(R)evoluzione: da dove nasce questa crasi e come riesce a rappresentare l’attitude del brand?</b></p>
<p>Tutto ha inizio da un esperimento, il mio primo Fuori Salone a Milano. Durante la manifestazione mi trovavo a pranzo in un ristorante in zona Tortona, e lessi su una parete la frase – scritta a bomboletta spray – “Revolution is the only solution”. Decisi di riutilizzarla l’anno successivo su un packaging, e mi si presentò una ragazza polacca che la scrisse con una bomboletta spray sul muro del suo palazzo. La R tra parentesi venne dopo: significa che dobbiamo sempre ricordare di guardare al domani e non limitarci all’oggi. Per me è sempre stato importante creare una rivoluzione in tutti i settori a cui mi sono approcciato: dai miei viaggi di gioventù, all’art de la table. Estetico quotidiano è, ad esempio, una rivoluzione. Non potendo contare sulla storicità secolare dell’azienda, dovevo sfruttare altre armi. Per quanto riguarda l’illuminazione, per esempio, decisi di illuminare in maniera alternativa. È così che nascono le mie scimmie che reggono una lampadina, così come i topolini e l’alfabeto luminoso. Sono riuscito, in questo modo, a inserirmi in un mercato che io stesso mi sono ritagliato. Definisco il mio design un mix di più componenti che lo rendono unico. Direi quasi che i nostri prodotti si amano e si odiano: hanno una forte personalità e possono anche non incontrare i gusti di tutti. Ad oggi uno dei mercati più interessanti per Seletti è quello scandinavo: siamo riusciti a portarvi una – seppur piccola e ancora in via di definizione – rivoluzione rispetto allo stile minimalista dai toni chiari che lo contraddistingue.</p>
<p><b>In che modo il passato contemporaneo diventa reinterpretazione nei prodotti Seletti?</b></p>
<p>L’esempio più classico è l’inizio della collaborazione con Toilet Paper. Tutto ebbe inizio da una loro visita allo showroom, durante la quale furono i vecchi pentolini del latte del catalogo di mio padre a colpirli. A quel punto ci chiedemmo: perché non reinventarli e dare loro un’interpretazione diversa?</p>
<p><b>Sosteneva Confucio: “Esistono tre modi per imparare la saggezza: primo, con la riflessione, che è il metodo più nobile; secondo, con l&#8217;imitazione, che è il metodo più facile; terzo, con l&#8217;esperienza, che è il metodo più amaro”. Hai mai fortemente imitato qualcuno?</b></p>
<p>Si, ho copiato tanto (ride). La prima parte della nuova Seletti, quella che conosciamo oggi, è stata frutto di una copiatura. Londra, Colette, 10 Corso Como, il Moma sono soltanto alcuni dei luoghi in cui cercavo ispirazione.</p>
<p><b>C’è qualcuno che consideri maestro e fonte d’ispirazione per i tuoi progetti? </b></p>
<p>Maurizio Cattelan è una persona con cui mi confronto quotidianamente sugli aspetti più diversi, a prescindere dal lavoro. Mi ha insegnato tantissimo. Oltre a mio padre chiaramente, che è per me più di un maestro.</p>
<p><b>Le tue collaborazioni sono avvenute in modalità speculare con aziende democratiche e pop come la tua: da Diesel a Pepsi, da Marcelo Burlon a Gufram e Elena Salmistraro. Radio Deejay e Maurizio Cattelan, che dal produrre pezzi per un target molto alto si è spostato su una linea più pop. Possiamo dire che sono aziende di diversi settori, che hanno lasciato un solco nella storia anche per il loro andare oltre i confini, nel senso di essere stati in più occasioni provocatorie. Chi ha provocato nella moda con look stravaganti, chi nel design, chi con la radio, chi con campagne pubblicitarie. Ma tutto ciò sempre in modo molto creativo. La scelta di collaborare con loro e non con brand di settore più alto è quindi per una coerenza con la tua filosofia o perché non ne hai avuto occasione?</b></p>
<p>Partiamo dal presupposto che l’azienda è composta attualmente da 27 persone e conta, oltre alla storica sede mantovana, una sede a Shangai e una a Tokyo. Siamo un’azienda famigliare. La scelta delle collaborazioni avviene in maniera naturale e istintiva, spesso nasce da un’amicizia. Questo vale per Cattelan, per Gufram, per Diesel. Mi piace provocare in maniera sana e positiva, e quando riesco a strappare un sorriso ad una persona che acquista un prodotto Seletti capisco di aver raggiunto il mio obiettivo.</p>
<p><b>Come è nata l’idea della DESIGN PARADE durante la Milano Design Week, che quest’anno giunge alla quarta edizione?</b></p>
<p>L’idea del Design Pride nasce da chiacchierata con due amici nel locale milanese Carlo e Camilla in Segheria. Il vino ci condusse ad affrontare l’argomento “gay pride” e uno di loro mi propose, scherzosamente, di organizzare la prima design parade. Effettivamente, emergere durante la settimana del Salone del Mobile è faticoso, per cui serve qualcosa di sorprendente. Per me è la giornata più bella dell’anno, è una grandissima gioia vedere una tale partecipazione dei giovani nei confronti del design. È il modo giusto di comunicare ai giovani, quello che si avvale di sensazioni, immagini ed emozioni.</p>
<p><b>Cosa rappresenta per Seletti il Salone del Mobile di Milano e quali differenze noti, se esistono, rispetto alle altre esibizioni internazionali a cui hai partecipato?</b></p>
<p>Il plus del Salone del Mobile sono i visitatori, i clienti e i buyer che vengono a Milano proprio durante il Salone: la loro presenza rende questo un evento di fondamentale importanza. Consentimi una nota polemica: non ci è consentito vivere il Salone da protagonisti, essendo confinati in posizioni poco favorevoli, cosa che invece ci è consentita a Parigi. Il Salone è per me un amore e odio; vorrei vedermi riconosciuti i miei meriti.</p>
<p><b>Se penso a Seletti penso a contaminazione: come scegli i tuoi designer e che indicazioni ricevono? Lasci loro carta bianca?</b></p>
<p>Solitamente non li scelgo, tutto avviene in modo molto naturale. Ho la fortuna di ricevere molte proposte da parte di designer. Nel prendere in considerazione i progetti, cerco sempre di essere sereno e di valutarli con occhio critico e di dare a tutti un feedback. La mia energia viene quasi sempre totalmente assorbita dalle collaborazioni in corso, quindi ho poca possibilità di prendere in considerazione altri progetti.</p>
<p><b>Qual è ad oggi il pezzo di Seletti più venduto e secondo te perché?</b></p>
<p>L’illuminazione è ad oggi il settore che è più di tendenza. In termini di fatturato l’articolo più venduto è la scimmia, in termini numerici il topolino.</p>
<p><b>Quale consiglio daresti ai giovani aspiranti designer di oggi?</b></p>
<p>Penso che tutto ciò che si legge nei libri o che ti viene insegnato non appartiene più al nuovo, ma è già diventato vecchio. Credo che occorra ragionare su pensieri che ancora non siano stati scritti, sul passato per poter guardare al futuro. Consiglierei di prendere spunto per poi reinventare.</p>
<p>Ringraziamo Stefano Seletti per la gentilezza e la disponibilità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>di Sara Baschirotto</i></b></p>
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		<title>Seletti: il Re-Volution 2.0</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Dec 2018 10:01:11 +0000</pubDate>
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<p>È il 1964 quando <b>Romano Seletti</b> inizia a trovarsi stretto nel piccolo paesino di provincia nel quale abitava e, per poter dare una svolta alla sua vita, si fa venire un lampo di genio: fondare un’azienda, <b>la Seletti</b>, per produrre piatti, bicchieri, tazzine ed altri oggetti d’arredamento in <b>Oriente</b>, avendo intuito che qui avrebbe spiccato il volo. Le mete scelte sono state Pechino e Thailandia, dove con pochi soldi si ottiene un <b>prodotto al 100% artigianale</b> da poter rivendere al ceto medio, senza ricarichi eccessivi.</p>
<p>Il signor Seletti non si sbagliava, e di lì a poco ha contagiato anche sua moglie e suo figlio Stefano (ha iniziato a seguirlo all’età di 17 anni) in quest’esperienza. È andata bene, si trattava allora (così come oggi) di una formula nuova, una <b>visione controcorrente</b>: Seletti non vuol partire dal basso per arrivare a vendere a cifre stellari, bensì creare un oggetto dal <b>design democratico a prezzi accessibili</b>, senza dimenticare la politica aziendale storica, come ci racconta Stefano Seletti.</p>
<h3>Seletti: tra collaborazioni storiche e new entry</h3>
<p>Ognuno di noi in questo periodo inizia ad avere un unico pensiero fisso: cosa regalo per Natale senza essere banale o ripetitivo? Rispondere risulta sempre un’impresa, ed è per questo che anche quest’anno ci viene in soccorso Seletti, con la <b>Christmas Wish List 2018</b>. L’attuale proposta è in chiave <b>pop</b>, divertente, adatta a tutte le età ed ambienti. Alla storica partnership con il  magazine fotografico <b>Toiletpaper</b> (a cui sono state mixate le immagini di <b>Maurizio Cattelan</b> e <b>Pierpaolo Ferrari</b>) e <b>Studio Job</b> (linea Blow), se ne aggiungono di nuove: <b>Snarkitecture</b>, <b>Marcantonio</b> e la riproposta con <b>Diesel Living</b>.</p>
<h3>Marcantonio, il designer coltivatore del fun!</h3>
<p>L’irriverenza e la professionalità sono due degli aggettivi che caratterizzano Marcantonio e che hanno fatto innamorare letteralmente l’azienda Seletti. Per lui l’<b>ironia</b> è una cosa seria, ed è proprio per questo che nella Wish List del settore illuminazione ci imbattiamo in una <b>limited edition</b> che vede <b>protagonisti gli animali</b>. La Jurassic Lamp, la Mouse Lamp e la Bird Lamp si tingono di oro e con presunzione impongono un diktat adattabile ad ogni ambiente della casa, qualora si voglia ricreare un angolino a se stante dal resto per uscire fuori dai soliti schemi. Il designer, però, non arresta la sua creatività, realizzando anche una serie di oggetti scultorei al fine di rendere omaggio a grandi classici come Canova, Bernini e Michelangelo. Infatti, nella collezione <b>Memorabilia Museum</b> troviamo nove esemplari di sculture di parti del corpo.</p>
<h3>Studio Job, linea BLOW</h3>
<p>Accessibile non vuol dire squallido e senz’anima, come ci dimostra la nuova <b>Banana Lamp</b>. Una limited edition wireless, alimentata a batteria. Inoltre, per arricchire la <b>linea BLOW</b>, un vero e proprio “colpo” è stato fatto con le nuove iconiche e simpatiche <b>mug</b>, dai nomi irresistibili: Egg, Hot Dog, Flash, Mouth e Weed. Queste sono state realizzate partendo da iconografie riprodotte con il formato vettoriale per un risultato ottimale. Per completare questa Christmas Wish List, non possiamo dimenticare di nominare la rinnovata contaminazione tra fashion e oggetti d’arredamento di Seletti e Diesel Living.</p>
<h3>Le due novità, Home Scents e la Wunderkammer</h3>
<p><b>Home Scents</b>, le candele magiche. Ideate per chi dopo una giornata faticosa ha voglia di rilassarsi sul divano immaginando di trovarsi in una realtà parallela. Il design di questi oggetti prodotti in vetro, alluminio, cemento, acciaio e ferro, trasformano una classica cera in un riproduttore di ricordi. <b>Wunderkammer</b> consente invece di ricreare in casa propria un piccolo museo di storia antica, introducendo elementi come la testa di un bufalo o il teschio di un corvo.</p>
<p>Sarà dunque una ricerca divertente al regalo perfetto, in compagnia di una guida così chic e al tempo stesso ironica. Seletti ancora una volta ci ricorda il motto: “Seletti non è un’azienda di design. Cioè, mettere una grafica su un pentolino non è design”.</p>
<p><b><i>di Agnese Pasquinelli</i></b></p>
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		<title>Cattelan &#034;provoca&#034; New York</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Dec 2011 18:00:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<img width="300" height="106" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2011/12/visore-2-cattelan-300x106-1.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" /><p>Al Guggenheim Museum della Grande Mela la mostra dell'irriverente artista italiano</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="300" height="106" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2011/12/visore-2-cattelan-300x106-1.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" /><p>Il <strong>Guggenheim Museum</strong> di<strong> New York </strong>dal 4 novembre al 22 gennaio ospita <em>“All</em>”, la prima retrospettiva al completo dell’ artista <strong>Maurizio Cattelan</strong>. La luminosa spirale del museo, progettato da <strong>Wright</strong> negli anni 40, viene adornata dall’ intero percorso artistico di Cattelan.<strong><br />
Centoventotto opere </strong>che pendono dal soffitto, una moltitudine&nbsp; di soggetti da lui creati disposti in modo cronologico e ordinato. Riunire in un unico spazio tutte le opere è stato molto complicato per i “prestatori” delle versioni originali,sparse in tutto il mondo e ha dato molto lavoro alle trenta&nbsp; persone tra<strong> ingegneri </strong>e <strong>calcolatori di contrapposti </strong>che hanno curato l’allestimento tra cavi e corde collaudando su ogni opera il doppio del peso in modo da garantirne la massima sicurezza. L’ intera opera cade dall’ alto e lo spettatore con occhio attento sale e riscende questa particolarissima installazione ideata dall’artista con la curatrice e videodirettrice del museo, <strong>Nancy Spector</strong>. Ci troviamo dinnanzi ad un vero e proprio universo creativo, costituito di pura<strong> follia </strong>ed <strong>esasperazione</strong>,<strong> tormento </strong>e <strong>paradosso</strong>,<strong> cinismo </strong>e <strong>provocazione</strong>. La freddezza delle rappresentazioni intimorisce, ma allo stesso modo incuriosisce; la spietata crudeltà di alcuni elementi appare quasi grottesca, quasi diverte, ma sempre facendo<strong> riflettere</strong>. Un<strong> sarcasmo sottile</strong>, assolutamente pungente.<br />
Le opere che l’ hanno reso noto sono sospese in aria, fluttuanti come se fossero messe insieme nel <strong>caos </strong>piu’ totale. Una <strong>messa in scena </strong>dall’impatto teatrale che ospita nella prima parte i suoi ‘’classici scherzi d’autore’’: il cavallo imbalsamato appeso, Hitler in ginocchio, lo scheletro enorme del gatto, Papa Giovanni Paolo II caduto, i bambini impiccati, il cane impagliato, il bambolotto con la faccia di Picasso, il bambino seduto sulla libreria, l’autoritratto appeso a una stampella, il suo doppio cadavere. Di alcune opere come il dito medio di “<strong>L.O.V.E</strong>.” esposto davanti alla <strong>Borsa di Milano </strong>poiché impossibili da trasferire ne sono state fate le riproduzioni. Il <strong>Guggenheim</strong> per la prima volta inaugura una <strong>Mobile App</strong>. scaricabile dal sito del museo. L’ applicazione ci consente di spiare dietro le quinte e di accedere a decine di video con artisti, curatori e galleristi. Tra questi il commento di John Waters all’ applicazione e quello di Nancy Spector alle opere. Ad accompagnare la mostra due libri, il primo “<em>Autobiografia non autorizzata</em>” firmata dal critico dell’arte<strong> Francesco Bonami </strong>e il secondo “<em>Un salto nel vuoto. Una vita fuori dalle cornici</em>”, il libro intervista che Cattelan ha concesso a <strong>Catherine Grenier</strong>. L’addio controverso e criticabile di un artista contemporaneo che richiama in sé elementi post-dadaisti e post-duchampiani. L’ addio di un uomo che ha saputo con il coraggio della sua espressività ostentata calamitare l’attenzione a livello nazionale e internazionale.<br />
<em><strong>Zoe Polizzi</strong></em></p>
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