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	<title>affreschi di Tiepolo &#8211; Gilt Magazine</title>
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		<title>Hypervisuality: quando l’invisibile diventa visibile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2019 09:39:20 +0000</pubDate>
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<p>“Il tempo è invisibile. Visibile sono solo le tracce che lascia nello spazio. Nello spazio decifriamo il tempo.” Queste le parole di Micheal Ostheimer su <b>Hypervisuality</b>, la mostra esposta a <b>Palazzo Dugnani</b> in occasione della Milano Art Week e di Miart 2019. Promossa dal <b>Comune di Milano | Cultura</b>, l’esposizione presenta per la prima volta in Italia, e in generale fuori dalla Germania, una selezione di opere di una delle più importanti collezioni tedesche d’arte contemporanea. Erano sei le videoinstallazioni di formato museale di alcuni tra i massimi protagonisti della scena artistica internazionale – <b>Isaac Julien, MASBEDO, Julian Rosefeldt, Yang Fudong</b>.</p>
<h3>Il visibile oltre l’invisibile: lo straniamento di più sguardi</h3>
<p>Il suffisso <b>“iper”</b> si carica di molteplici significati. Indica non solo la <b>sovrabbondanza di immagini</b> che vengono prodotte nella società mediatica nella quale siamo immersi. Indica anche, e forse soprattutto, <b>lo sforamento, l’iperbole, gli “iperfenomeni”, un movimento che supera i limiti</b>. Palazzo Dugnani è il luogo perfetto per far prendere forma e far sì che si concretizzi questo “iper”. Immersi tra gli affreschi di <b>Tiepolo</b> (1696-1770), passato e presente si fondono con uno sguardo. Sopra le teste dei visitatori vi è il passato. Accanto vi è il presente, e forse anche ciò che potrebbe essere futuro.<br />
L’obiettivo di Hypervisuality quindi, non è solo quello di mettere in mostra, nel senso di essere guardati. Si cerca, piuttosto, di andare oltre l’immagine stessa fino a<b> sforare gli schemi usuali del pensare, immaginare e percepire.</b> Sono tre le modalità di sperimentazione del vedere: <b>l’ipervisualità implicativa, mediale e riflessiva</b>. E ad ogni modalità corrispondono delle opere della Collezione Wemhöner.</p>
<h3>Ipervisualità implicativa, tutto ciò che porta a trarre delle conclusioni in base alle immagini che si stanno guardando</h3>
<p>È il caso del <i>New Women</i> di <strong>Yang Fudong</strong>, in cui cinque donne nude si muovono con movenze aggraziate in un studio d’interni, circondate da scarsi accessori che rimandano all’antichità europea e alla tradizione dell’Asia. Allo stesso tempo però, le donne rimandano al cinema cinese degli anni Trenta e alla fine dell’era imperiale<b>. Le donne nuove di Yang Fudong alludono a un processo di trasformazione in atto </b>di cui si possono cogliere le premesse e provare ad abbozzare le conclusioni.</p>
<h3>Ipervisualità mediale: le tecniche con cui si riesce ad evocare qualcosa di diverso dalla realtà attraverso immagini filmiche</h3>
<p>È ciò che tentano il duo artistico <b>MASEBO</b> con <i>Fragile </i>e <i>2’59”</i>, <b>Isaac Julien</b> con <i>Playtime</i> e <b>Julian Rosefeldt </b>con <i>The Swap</i>.<br />
In <i>Fragile</i> un ragazzo indiano attraversa la Galleria Sabauda di Torino con un pavone in braccio. Continui sono in questo caso i rimandi e i richiami: il luogo nel quale i due protagonisti si muovono è di inestimabile bellezza, oltre ad avere il ruolo di <b>conservare la bellezza artistica delle opere</b>; dall’altra parte, il pavone è l’animale che simboleggia la bellezza per eccellenza e l’India è la patria dei pavoni blu. A confronto, quindi, vi è l’eredità naturale e l’eredità culturale. Forse perché la natura, esattamente come l’arte, afferma sfere di bellezza che hanno bisogno di essere salvaguardate?<br />
Diverso il caso di <i>2’59”</i>: un giradischi con la canzone “Imagine” di John Lennon viene rigato con un utensile fino ad arrivare ad udire soltanto strepiti indistinti e intermittenti. Viene seppellita l’immaginazione oppure si allude al fatto che <b>l’immaginazione stessa si basa sull’interazione tra il vecchio e il nuovo?</b><br />
Isaac Julien e Julian Rosefeldt, invece, trattano in modo diverso le <b>attività del mondo finanziario</b>, che sono invisibili nelle loro azioni ma visibili negli effetti.</p>
<h3>Ipervisualità riflessiva, la possibilità di creare nuovi mondi attraverso la facoltà immaginativa dello spettatore</h3>
<p>È il caso di <b>Julian Rosefeldt</b> con <i>Deep Gold</i>. Lo spettatore segue, come in un film surrealista, un uomo in lotta con il suo immaginario libidinoso, ispirandosi e citando <i>L’age d’or</i> di Luis Bunuel. Non solo lo spettatore segue le vicende del protagonista, ma <b>viene messo davanti alle proprie fantasie</b>.</p>
<h3>L’ipervisualità è la capacità di poter rendere visibile l’invisibile</h3>
<p>L’arte filmica si colloca dunque tra le abitudini visive, le convenzioni raffigurative e l’innovazione visuale. La sua potenza liberatrice inizia con la <b>consapevolezza di vedere in modo diverso</b>. È questo lo scopo della mostra Hypervisuality: porre all’estremo, in un atto di ipervedere la realtà e le sue immagini per far sì di mettere in mostra l’invisibile. <b>L’invisibile non è il nulla, e non è affatto invisibile</b>.<br />
&nbsp;<br />
<b><i>di Ilaria Nassa</i></b></p>
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