Non è una mostra che chiede di essere spiegata, ma attraversata con attenzione. Le forme del desiderio, ospitata a Palazzo Reale, restituisce l’opera del fotografo Robert Mapplethorpe nella sua dimensione più rigorosa e complessa: quella di un autore che ha fatto della forma una questione etica prima ancora che estetica.
A distanza di anni le sue immagini non smettono di interrogare lo sguardo contemporaneo, non tanto per ciò che mostrano, quanto per il modo in cui lo fanno. Qui il desiderio non è mai esibizione o provocazione fine a se stessa, ma una forza strutturante, un principio compositivo che attraversa corpi, fiori e ritratti con la stessa disciplina formale.
Il corpo come architettura
Nel lavoro di Mapplethorpe il corpo non è mai un semplice soggetto, ma una costruzione visiva precisa, quasi architettonica. I nudi maschili e femminili che compongono il percorso espositivo sono trattati come volumi plastici, isolati dal contesto e restituiti a una dimensione astratta, fuori dal tempo.
La luce, netta e controllata, scolpisce i muscoli e le superfici, mentre il fondo nero annulla ogni distrazione, concentrando lo sguardo sulla struttura della posa. Nulla è lasciato al caso: ogni curva, ogni tensione, ogni linea del corpo è parte di una grammatica visiva rigorosa, che richiama il classicismo scultoreo pur restando profondamente contemporanea. In questa costruzione formale, l’erotismo non è mai esplicito: è inscritto nella forma stessa, nella sua perfezione controllata.
Desiderio come tensione formale
Il desiderio, nell’universo di Mapplethorpe, non racconta storie e non cerca empatia. È una forza silenziosa che attraversa l’immagine, una tensione trattenuta che si manifesta attraverso l’equilibrio tra controllo e pulsione.
Le fotografie più iconiche — dai corpi neri, potenti e monumentali, fino alle immagini più apertamente erotiche — sono sempre governate da una disciplina visiva che sottrae la scena allo scandalo e la consegna a una dimensione quasi rituale.
Mapplethorpe non indulge mai nell’eccesso: anche quando il soggetto potrebbe suggerirlo, la forma interviene a ricondurre tutto a una misura. È proprio in questa distanza emotiva, in questa freddezza apparente, che le immagini trovano la loro forza. Non cercano consenso: chiedono tempo e attenzione.
Fiori, ritratti, superfici
Accanto ai corpi, i fiori occupano un ruolo centrale nella narrazione visiva della mostra. Calle, orchidee, tulipani vengono isolati, ingranditi, trasformati in presenze quasi monumentali. Anche qui il desiderio si manifesta per sottrazione: il fiore diventa una superficie sensuale, una metafora della fragilità e della tensione vitale.
I ritratti seguono la stessa logica compositiva. Da Patti Smith alle figure dell’underground newyorkese, i soggetti vengono fotografati frontalmente, privati di contesto, fissati in un tempo sospeso.
Mapplethorpe non racconta l’identità: la cristallizza. Il volto diventa una forma, uno spazio di concentrazione visiva in cui lo sguardo è chiamato a sostare, senza distrazioni narrative.
Classicismo e contemporaneità
Uno degli aspetti più sorprendenti della mostra è la sua attualità. In un’epoca dominata da immagini rapide, sovrapposte, spesso consumate in pochi secondi, la fotografia di Mapplethorpe appare quasi radicale nella sua richiesta di lentezza. Il suo classicismo — fatto di simmetrie, contrasti netti, composizioni essenziali — non appartiene al passato, ma si impone come una scelta controcorrente.
Le sue immagini non cercano di essere “attuali”: lo sono per rigore, per coerenza, per la capacità di resistere al tempo. Guardarle oggi significa confrontarsi con un’idea di fotografia come atto consapevole, come costruzione che richiede silenzio e attenzione.
La disciplina dello sguardo
La mostra di Palazzo Reale restituisce Robert Mapplethorpe nella sua essenza più autentica: non come provocatore, ma come costruttore di forme. Il desiderio, nelle sue immagini, non è mai disordine, ma tensione trattenuta, equilibrio fragile tra istinto e controllo.
In un presente visivo saturo e veloce, il suo lavoro continua a imporsi per sottrazione, rigore e precisione.
Non chiede di essere spiegato, ma guardato davvero.
E forse è proprio questa, oggi, la sua forza più radicale.
