Attrice siciliana, classe 1990, Ester Pantano è una di quelle presenze che non attraversano lo schermo in modo neutro. Porta con sé un’energia precisa, un pensiero strutturato, una visione del mondo che si riflette inevitabilmente nei personaggi che sceglie di interpretare. Diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia, si muove con naturalezza tra cinema, teatro e televisione, costruendo nel tempo un percorso coerente, mai accomodante.
Il grande pubblico la conosce per ruoli popolari che l’hanno resa riconoscibile e amata, ma è nel cinema più intimo e autoriale che Pantano sembra trovare il suo spazio più autentico: quello in cui il personaggio femminile non è funzione narrativa, ma soggetto complesso, politico, vivo. Le sue donne non sono mai decorative, mai rassicuranti. Sono attraversate da contraddizioni, desideri, fratture, scelte radicali.
Parallelamente al lavoro artistico, Ester Pantano ha sempre mantenuto una posizione chiara e pubblica su temi legati ai diritti, al linguaggio, alla rappresentazione del corpo femminile e al ruolo delle donne nello spazio culturale e mediatico. Una presa di posizione che non si traduce in slogan, ma in una coerenza profonda tra ciò che interpreta e ciò che è.
In Io+Te, film che la vede protagonista nei panni di Mia, questa traiettoria trova una nuova, intensa declinazione. Ma il racconto che emerge va oltre il singolo ruolo: parla di identità, di libertà, di desiderio, di maternità, di potere. E soprattutto di un modo di essere donna che non accetta di essere semplificato, addomesticato o ridotto a narrazione conveniente.
Un dialogo che attraversa il cinema, la società e lo stile – inteso come postura esistenziale – e che restituisce il ritratto di un’attrice e di una donna che ha scelto, consapevolmente, da che parte stare.
In Io+Te interpreti Mia, una donna indipendente, razionale, apparentemente impermeabile ai legami, che però viene attraversata da un amore capace di rimettere tutto in discussione. Cosa ti ha affascinato di più di questo personaggio e in quale punto del suo percorso ti sei sentita più vicina a lei come donna, prima ancora che come attrice?
Mi ha affascinato il modo in cui Mia trova un rimedio ai suoi traumi infantili e all’assenza dei genitori: una madre attrice, spesso lontana per lavoro, e un padre che l’ha abbandonata. Di fronte a questo vuoto, sceglie un lavoro stabile, di grande responsabilità, un lavoro in cui salva vite e porta vita. Eppure, una volta rientrata nella sua dimensione privata, sente il bisogno di essere slegata da tutto e da tutti. Gli esseri umani si adattano a ciò che hanno e, quasi sempre, riescono a salvarsi.
Di lei riconosco profondamente l’indipendenza e l’emancipazione: non dover chiedere il permesso a nessuno, sapersela cavare da sola e, soprattutto, non lasciarsi sopraffare da ciò che la società ha deciso per te solo perché sei una donna.
Anch’io sono impermeabile ai legami, ma a quelli tossici. È una cosa che ho imparato negli anni e riguarda tutti i tipi di relazioni: amorose, amicali, lavorative.

Mia vive la sensualità come esperienza libera, non necessariamente legata alla promessa o alla stabilità. In un’epoca in cui il corpo femminile è spesso raccontato attraverso stereotipi o aspettative esterne, che tipo di femminilità e sensualità ti interessava portare in scena attraverso di lei? E quanto questa visione dialoga con la donna Ester Pantano di oggi?
È fondamentale sdoganare tutti i luoghi comuni sulle donne “rassicuranti”, prive di pulsioni sessuali, addomesticate per le mura domestiche, per figliare e accudire il focolare. È una narrazione profondamente maschile e tremendamente conveniente. Le donne desiderano, giocano, esplorano esattamente come gli uomini. Solo che per troppo tempo questo è stato vietato, condannato, giudicato.
Da bambina venivo definita un maschiaccio. In realtà ero solo libera, piena di passioni. Non mi interessava portare sensualità, ma verità. Mia seduce se vuole, non sempre e non per compiacere. È padrona del suo corpo, in tutto. Per me la sensualità è questo: avere passioni e nutrirle.
Il film affronta con grande delicatezza e verità il tema della maternità mancata o difficile, mostrando come questa esperienza possa incidere profondamente sull’identità di una donna. Da attrice, quanto è stato complesso entrare in questa fragilità così intima e quanto pensi sia ancora necessario, oggi, raccontare senza filtri queste storie?
È necessario raccontarle, perché esiste ancora chi condanna le donne che decidono di abortire. Chi condanna una donna che sceglie di abortire dopo una violenza. Chi si oppone all’aborto anche quando la donna rischia la vita. Ci sono tantissime questioni che devono ancora essere analizzate, messe a fuoco, illuminate.
In questa storia si porta alla luce anche ciò che continua a essere nascosto o reso illeggibile attraverso parole ambigue. Ed è lì che il cinema deve intervenire: per restituire chiarezza, dignità, complessità.
Dai lavori più popolari, come Oi vita mia, fino a progetti cinematografici più intimi e autoriali come Io+Te, il tuo percorso mostra una continua ricerca di ruoli femminili non convenzionali. C’è un filo rosso che senti di seguire nelle tue scelte artistiche? E che tipo di personaggi senti di voler esplorare sempre di più in futuro?
La mia fortuna – e il mio onore – è stato forse quello di essere scelta e riconosciuta come donna portatrice di valori, di un potere proprio nel mio stare al mondo. Anche nel verbalizzare il mio disaccordo verso strutture sociali che continuano a imporsi.
Porto avanti un’idea di indipendenza, emancipazione e di assoluto rifiuto del compromesso. Credo sia fondamentale, oggi, accettare il rischio di un “no” pur di restare a posto con la propria coscienza. I cambiamenti reali passano anche dalle piccole cose quotidiane: dal linguaggio, dal modo di porsi, di dialogare, dal pretendere parole giuste. Le parole sono importanti.
Un film che ha cambiato profondamente la mia vita è Francesca e Giovanni, in cui interpreto Francesca Morvillo. Una magistrata straordinaria, ancora oggi raccontata sui giornali come “la moglie di”. Questo è un problema enorme di narrazione.
E abbiamo il dovere – soprattutto chi ha più visibilità – di cambiarla. Non possiamo più accettare una televisione che espone corpi femminili come accessori, donne mezze nude chiamate a sorridere, rassicurare, eccitare, mentre gli uomini parlano e detengono il contenuto. È imbarazzante. Dobbiamo riprenderci questo potere. Io so di far parte di quelle donne che non vogliono essere addomesticate. E che, soprattutto, non lo sono.
Il cinema, come la moda, ha il potere di raccontare chi siamo e chi stiamo diventando. Se dovessi definire il tuo rapporto con lo stile – inteso non solo come abiti, ma come modo di stare nel mondo – diresti che oggi ti rappresenta di più l’eleganza della coerenza o il coraggio della trasformazione?
Cinema e moda raccontano da sempre il tempo che viviamo: il sogno, l’onirico, l’utopia. Spesso, nei film e negli stili che amo, portano rivoluzioni e libertà scardinate da ogni regola, lontane dalla perfezione.
Oggi hanno una responsabilità enorme: non creare dismorfismi, non proporre modelli irrealistici, non trasformare le persone in Frankenstein della chirurgia estetica. Io credo di essere un’elegante rivoluzione contro gli stereotipi imposti. Spero che i ragazzi scelgano modelli ispirazionali, non estetici. Che sviluppino il proprio gusto, che siano fieri delle loro disuguaglianze, della loro personalità non conforme.
