Il coraggio di non dipendere

Questo numero è un invito a riflettere su cosa significhi davvero femminilità, oggi: non un compromesso, non una concessione, ma la possibilità concreta di scegliere

di Marco Gennari

Stylist: Valeria Palombo Fotografa: Vanessa Francia

La femminilità, oggi, non è un concetto astratto. È una questione strutturale. Ha a che fare con il potere, con l’autonomia, con la possibilità reale di scegliere. Ed è da qui che nasce questo numero, perché parlare di moda e lusso senza interrogarsi su cosa renda davvero libere le persone significa fermarsi alla superficie.

Da alcuni anni un mio amico, compagno di liceo, vive in Svezia. Il nostro confronto, nel tempo, si è spesso allargato al funzionamento di quel sistema: il lavoro, il welfare, il rapporto tra individuo e Stato. All’interno di questo racconto emerge in modo naturale anche il ruolo della donna. Mi parla di stipendi adeguati, di servizi che permettono di conciliare lavoro e vita privata, di asili accessibili, di una struttura sociale che riduce drasticamente la dipendenza economica. Non vivendo lì, non posso verificare fino in fondo quanto questo modello sia virtuoso o quali siano le sue contraddizioni. Ma se anche solo una parte di ciò che mi viene raccontato corrispondesse alla realtà, sarebbe comunque un esempio utile da osservare. Perché quando una donna non è costretta a dipendere, può scegliere. E la possibilità di scegliere è il primo vero atto di libertà.

In Italia, e in molti altri contesti, la femminilità resta invece spesso legata all’immagine più che all’autonomia. La sensualità viene celebrata, l’indipendenza evocata, ma raramente sostenuta da condizioni concrete. È un tema che ritorna ciclicamente, e che in queste settimane è tornato al centro del dibattito pubblico. Le vicende riportate da Fabrizio Corona – sulle quali è corretto mantenere un atteggiamento garantista – non fanno che riportare alla luce dinamiche già note. Sedici anni fa si parlava di Vallettopoli. Oggi i nomi cambiano, ma il meccanismo resta simile: posizioni di potere che promettono opportunità, visibilità, avanzamenti di carriera; dall’altra parte, persone che accettano compromessi per accedere a quello spazio. Non è una questione morale, ma sistemica.

È importante distinguere. C’è una differenza netta tra l’abuso di un ruolo – anche quando non è esplicito, ma si esercita attraverso pressioni, aspettative, silenzi – e la scelta consapevole di muoversi all’interno di un sistema. Il risultato esterno può sembrare lo stesso, ma il costo interiore è diverso. La femminilità non è solo una questione di stile o di eleganza, per quanto la moda italiana abbia insegnato al mondo cosa significhi bellezza. Ha a che fare con la possibilità di restare fedeli a se stesse, di non dover rinunciare alla propria integrità per essere accettate.

Queste dinamiche non riguardano solo lo spettacolo. Il mondo della moda le conosce bene. Le ho incontrate direttamente nel mio percorso professionale. Un ambiente che ama definirsi meritocratico, ma che spesso si muove per relazioni personali, simpatie, equilibri fragili. Negli anni ho visto emergere figure molto giovani che si attribuiscono ruoli di grande responsabilità senza averne ancora la solidità, trasformando incarichi professionali in strumenti di potere personale. Ho vissuto situazioni di esclusione legate non alla qualità del lavoro, ma a rapporti deteriorati e a rancori individuali.

Ho vissuto dinamiche di esclusione evidenti anche all’interno di brand importanti come Dsquared2, che conosco da oltre sedici anni. Il passaggio della gestione delle relazioni pubbliche a figure molto giovani e, a mio avviso, prive dell’esperienza e delle competenze necessarie per ricoprire un ruolo così delicato, ha segnato un punto di rottura. Dal punto di vista dell’immagine e della comunicazione, il brand ha progressivamente preso una direzione discutibile, lontana dalla solidità e dalla visione che lo avevano reso riconoscibile negli anni. Non si tratta di una questione anagrafica, ma di preparazione, di visione strategica, di capacità reale di rappresentare un marchio internazionale.

A questo si è aggiunto un altro elemento, ancora più critico: per motivazioni che nulla hanno a che fare con il valore editoriale o professionale, si è progressivamente creata una chiusura selettiva. Alcuni profili sono stati esclusi, mentre venivano sistematicamente favoriti influencer e figure prive di reale contenuto, scelti non per merito ma per prossimità personale a chi gestiva le relazioni pubbliche. Un sistema di favoritismi che ha finito per premiare cerchie ristrette di “amichetti” invece di costruire un dialogo serio con professionisti e realtà editoriali consolidate. Mi auguro sinceramente che a livello apicale qualcuno se ne accorga e intervenga, perché quando la comunicazione viene affidata all’improvvisazione e alle dinamiche personali, il danno non è individuale: è del brand stesso.

In un altro caso, una persona che in passato aveva collaborato con una rivista che coordinavo, alla chiusura del progetto editoriale (era il lontano 2008 ed erano i primi esperimenti di editoria digitale) reagì in modo ostile. Anni dopo, una volta ottenuto un ruolo di rilievo nelle relazioni pubbliche di una grande maison di moda, utilizzò quella posizione per escludere la nostra testata sistematicamente. Alla sua uscita dal brand, la situazione tornò alla normalità. Oggi, in un contesto diverso, lo schema si ripete. È l’esempio di come il potere, se non governato da competenza e responsabilità, diventi uno strumento di rivalsa.

Di fronte a tutto questo, la scelta è stata una sola: non dipendere. Continuare a lavorare con dignità, senza piegarsi, senza cercare legittimazioni forzate. La libertà, anche quando comporta rinunce, resta l’unico vero spazio di coerenza.

È con questo sguardo che nasce il nuovo numero. Un numero che affronta la femminilità come forza consapevole, non come ruolo imposto. Il volto che abbiamo scelto è quello di Ester Pantano, attrice autentica, prossimamente al cinema con Io+Te. In lei convivono eleganza, profondità e una presenza che non si esaurisce nell’immagine.

Guardiamo poi allo sport e al futuro, con un ampio focus sulle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina, mettendo in luce il ruolo delle donne, le quote rosa, i passi avanti e le sfide ancora aperte. Raccontiamo la moda donna come espressione di un presente che chiede identità, non decorazione. Raccontiamo lo spettacolo con una copertina speciale dedicata per la prima volta a Sanremo: durante la settimana del Festival condotto da Carlo Conti vi porteremo nella città della musica, tra interviste, eventi e incontri.

E poi il cinema internazionale, con gli Oscar e le interpreti che oggi incarnano un’idea di sensualità che va oltre l’estetica, diventando linguaggio culturale. Come sempre, attraversiamo il lifestyle in tutte le sue declinazioni: beauty, viaggi, motori, tecnologia, arte.

Questo numero è un invito a riflettere su cosa significhi davvero femminilità, oggi: non un compromesso, non una concessione, ma la possibilità concreta di scegliere. E, in un sistema che ancora fatica a garantire questa libertà, resta il lusso più autentico che esista.

Buona lettura.

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