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	<title>Interviste &#8211; Gilt Magazine</title>
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	<description>Un mondo dorato a portata di click</description>
	<lastBuildDate>Mon, 15 Jun 2026 09:03:49 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Interviste &#8211; Gilt Magazine</title>
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		<title>Kimi Antonelli : il ragazzo che corre più veloce del futuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 08:43:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[formula 1]]></category>
		<category><![CDATA[kimi antonelli]]></category>
		<category><![CDATA[Mercedes]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/06/monaco-gp-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/06/monaco-gp-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/06/monaco-gp-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/06/monaco-gp-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/06/monaco-gp.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Andrea Kimi Antonelli non rappresenta soltanto il futuro della Formula 1, ma una nuova idea di eccellenza, autenticità e talento capace di ispirare una generazione</p>
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<p>Nel mondo del lusso esistono due categorie di persone. Quelle che inseguono il tempo e quelle che riescono a precederlo.</p>



<p>Andrea Kimi Antonelli appartiene alla seconda.</p>



<p>A diciannove anni, mentre gran parte dei suoi coetanei sta ancora cercando di capire quale strada intraprendere, lui viaggia a oltre trecento chilometri orari sui circuiti più prestigiosi del pianeta, indossando la tuta della Mercedes, il team che ha scritto alcune delle pagine più importanti della Formula 1 moderna.</p>



<p>Ma sarebbe un errore raccontare Antonelli soltanto attraverso i numeri.</p>



<p>Le vittorie, le pole position, i record di precocità e la leadership mondiale rappresentano certamente una parte della sua storia. La più visibile. Quella che riempie i titoli dei giornali e accende le statistiche. La vera particolarità del giovane pilota bolognese, però, è un&#8217;altra: la naturalezza con cui convive con l&#8217;eccezionalità.</p>



<p>In un&#8217;epoca che premia l&#8217;esibizione, Antonelli sembra appartenere a una specie diversa. Misurato nelle parole, quasi timido davanti alle telecamere, lontano dagli eccessi che spesso accompagnano il successo precoce, possiede una caratteristica sempre più rara: lascia che siano i risultati a parlare.</p>



<p>È forse questo il motivo per cui il paddock della Formula 1, ambiente tradizionalmente poco incline agli entusiasmi, ha iniziato a guardarlo con rispetto ben prima del suo debutto.</p>



<p>Mercedes lo ha individuato da adolescente. Lo ha osservato crescere. Lo ha accompagnato attraverso il karting, le formule propedeutiche e i campionati internazionali. Poi ha compiuto una scelta che pochi avrebbero avuto il coraggio di fare: affidargli il sedile lasciato libero da Lewis Hamilton.</p>



<p>Un&#8217;eredità che per molti piloti avrebbe rappresentato un peso insostenibile.</p>



<p>Per Antonelli è diventata una responsabilità da accettare con serenità.</p>



<p>La sua storia racconta molto anche dell&#8217;Italia contemporanea.</p>



<p>Per decenni il motorsport nazionale ha vissuto nell&#8217;attesa di un nuovo talento capace di riportare il Tricolore ai vertici della Formula 1. Una ricerca quasi romantica, alimentata dai ricordi di campioni che appartengono ormai alla memoria collettiva.</p>



<p>Poi è arrivato questo ragazzo nato a Bologna nell&#8217;agosto del 2006.</p>



<p>Nessun proclama. Nessuna costruzione artificiale del personaggio. Soltanto una progressione impressionante, costruita vittoria dopo vittoria, categoria dopo categoria.</p>



<p>Il suo percorso ricorda quello dei grandi talenti destinati a lasciare un segno nella storia. Non per la velocità con cui raggiungono il successo, ma per la naturalezza con cui lo fanno.</p>



<p>Osservandolo fuori dall&#8217;abitacolo emerge un aspetto interessante. Antonelli incarna una nuova idea di lusso.</p>



<p>Non quella ostentata.</p>



<p>Non quella che si misura attraverso la visibilità.</p>



<p>Ma quella che nasce dall&#8217;eccellenza.</p>



<p>Nel XXI secolo il vero lusso non è possedere qualcosa che gli altri non hanno. È riuscire a fare qualcosa che gli altri non sanno fare.</p>



<p>Essere il migliore.</p>



<p>Essere autentico.</p>



<p>Essere riconoscibile senza bisogno di alzare la voce.</p>



<p>In questo senso Antonelli rappresenta perfettamente una generazione che sembra voler sostituire il culto dell&#8217;apparenza con quello della competenza.</p>



<p>Mentre i social network spingono verso la costruzione continua di un&#8217;immagine, lui continua a costruire una carriera.</p>



<p>Mentre il mondo corre dietro all&#8217;attenzione, lui corre dietro ai decimi di secondo.</p>



<p>La differenza è sostanziale.</p>



<p>Anche il suo stile personale riflette questa filosofia. Sobrio. Essenziale. Pulito. Più vicino all&#8217;eleganza silenziosa della tradizione italiana che alle provocazioni estetiche che dominano gran parte dello sport contemporaneo.</p>



<p>Una forma di &#8220;quiet luxury&#8221; applicata al motorsport.</p>



<p>E forse è proprio qui che si nasconde il motivo del suo fascino.</p>



<p>Antonelli non sembra un personaggio costruito per diventare un simbolo generazionale. Eppure lo sta diventando.</p>



<p>Perché rappresenta qualcosa che oggi appare rivoluzionario: il valore della preparazione.</p>



<p>Dietro ogni suo sorpasso ci sono anni di lavoro.</p>



<p>Dietro ogni podio c&#8217;è una disciplina quasi ossessiva.</p>



<p>Dietro ogni successo c&#8217;è una famiglia che ha creduto nel talento senza mai trasformarlo in spettacolo.</p>



<p>È la storia di un ragazzo che ha imparato molto presto che il privilegio più grande non è il successo, ma la possibilità di meritarselo.</p>



<p>Nel mondo del lusso si parla spesso di eccellenza.</p>



<p>La si associa agli orologi svizzeri, alle maison francesi, alle automobili costruite a mano, agli hotel capaci di trasformare l&#8217;ospitalità in arte.</p>



<p>L&#8217;eccellenza, però, non è un oggetto.</p>



<p>È un atteggiamento.</p>



<p>Ed è esattamente ciò che Andrea Kimi Antonelli sembra incarnare.</p>



<p>Per questo motivo la sua ascesa interessa anche chi non segue la Formula 1.</p>
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		<title>Roberto Valbuzzi: “La vera cucina deve raccontare il territorio, non inseguire solo lo spettacolo”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 09:31:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[foodnetwork]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Valbuzzi]]></category>
		<category><![CDATA[uno chef in fattoria]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/foto-valbuzzi-intervista-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/foto-valbuzzi-intervista-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/foto-valbuzzi-intervista-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/foto-valbuzzi-intervista-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/foto-valbuzzi-intervista.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Lo chef e volto TV Roberto Valbuzzi racconta il futuro della gastronomia tra autenticità, tecnologia, territorio e nuove generazioni.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/foto-valbuzzi-intervista-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/foto-valbuzzi-intervista-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/foto-valbuzzi-intervista-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/foto-valbuzzi-intervista-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/05/foto-valbuzzi-intervista.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" />
<p>Volto noto della televisione italiana e chef profondamente legato al territorio, <strong>Roberto Valbuzzi</strong> ha costruito negli anni una figura riconoscibile nel panorama food contemporaneo, unendo cucina d’autore, racconto televisivo e cultura dell’accoglienza. Nato a Varese in una famiglia di ristoratori valtellinesi, è cresciuto tra cucina, campagna e tradizioni gastronomiche tramandate di generazione in generazione. Oggi è alla guida del ristorante di famiglia ed è tra i protagonisti più apprezzati della TV lifestyle italiana grazie a programmi come <em><strong>Cortesie per gli Ospiti</strong></em> e<strong> <em>Uno chef &nbsp;in Fattoria</em></strong>.</p>



<p>Il suo stile unisce tecnica contemporanea e profondo rispetto per il territorio, con una filosofia che mette al centro piccoli produttori, biodiversità e autenticità. Più che inseguire la spettacolarizzazione del food, Valbuzzi porta avanti una cucina che racconta storie, persone e identità locali, trasformando ogni piatto in un’esperienza culturale oltre che gastronomica.</p>



<p><strong><em>Negli ultimi anni il food è diventato spettacolo, intrattenimento e status symbol. Secondo te oggi la cucina racconta ancora davvero il territorio oppure rischia di diventare solo estetica?</em></strong></p>



<p>Secondo me dipende da come noi cuochi interpretiamo l’evoluzione culinaria. Oggi la cucina vive molto di mode e tendenze, spesso guidate dai social e da ciò che diventa virale. Raccontare il territorio è più difficile, perché significa parlare di micro-produzioni, di storie autentiche e spesso poco conosciute.</p>



<p>Io credo che cuoco e contadino siano entrambi custodi del creato: il nostro compito è valorizzare ciò che la natura offre in un preciso momento dell’anno. La vera cucina contemporanea, per me, nasce dalla ricerca del prodotto e delle persone che ci sono dietro, unita alla tecnica e a una sensibilità attuale.</p>



<p>La spettacolarizzazione può essere positiva quando diventa racconto: il bello è dare voce a storie di sacrificio, passione e qualità. È questa la mia cifra stilistica.</p>



<p><strong><em>Come immagini la cucina italiana tra dieci anni? Più tecnologica o più autentica?</em></strong></p>



<p>La tecnologia sarà fondamentale, ma soprattutto nella produzione agroalimentare. Può aiutare concretamente a gestire problemi legati al cambiamento climatico, alla sostenibilità e alla qualità delle coltivazioni e degli allevamenti.</p>



<p>Diverso è quando la tecnologia diventa puro spettacolo. Una pasta stampata in 3D magari colpisce visivamente, ma poi il gusto resta lo stesso di una pasta fatta bene in modo tradizionale. Il rischio è trasformare la tecnologia in un esercizio estetico più che in un reale servizio al prodotto.</p>



<p>Io credo che il futuro debba mantenere al centro l’esperienza umana e artigianale del cibo.</p>



<p><strong><em>L’intelligenza artificiale, la vertical farming, le proteine alternative: sono rivoluzioni reali o temi che oggi vengono raccontati più del necessario?</em></strong></p>



<p>La ricerca sulle proteine alternative è importante e può avere un impatto enorme sul futuro dell’alimentazione mondiale. La tecnologia applicata alla sostenibilità e alla lotta contro la fame può fare davvero la differenza.</p>



<p>Il punto è non perdere l’anima del cibo. Quando ci si siede a tavola si cerca ancora artigianalità, manualità e sensibilità umana. La tecnica può aiutare, ma non può sostituire l’emozione che nasce dal saper creare qualcosa con le mani e con la propria esperienza.</p>



<p><strong><em>Il pubblico oggi cerca esperienza più che cucina. Lo chef deve ancora emozionare con il piatto o ormai deve raccontare uno stile di vita?</em></strong></p>



<p>Credo che uno chef debba prima di tutto emozionarsi lui stesso. Nel mio menù non esiste un piatto che consiglio più di un altro, perché credo in tutto ciò che propongo.</p>



<p>La parola “ristorante” contiene già il suo significato: ristorare. Noi dobbiamo prenderci cura delle persone, del loro corpo ma anche della loro anima. E questo può accadere solo se dentro ciò che cuciniamo c’è autenticità.</p>



<p><strong><em>Viviamo in un’epoca in cui tutto viene fotografato prima di essere assaggiato. I social hanno migliorato la cultura gastronomica oppure l’hanno resa più superficiale?</em></strong></p>



<p>Hanno fatto entrambe le cose. Da una parte hanno dato alle persone la possibilità di informarsi e conoscere meglio il mondo della cucina, dell’ospitalità e dei prodotti.</p>



<p>Dall’altra hanno creato molta superficialità. Oggi chiunque si improvvisa chef dopo qualche video online e spesso la gastronomia viene raccontata in modo esasperato e teatrale. La spettacolarizzazione può esistere, ma dovrebbe mantenere eleganza e contenuto.</p>



<p><strong><em>Secondo te la cucina italiana rischia di perdere identità inseguendo mode internazionali?</em></strong></p>



<p>In realtà vedo un ritorno molto forte verso la tradizione, soprattutto tra i giovani. Sempre più ragazzi scelgono esperienze gastronomiche autentiche e ricercano qualità, storia e materia prima.</p>



<p>Questo mi dà speranza. Significa che esiste ancora interesse per il patrimonio culinario italiano e per il valore della cucina fatta bene, nonostante la velocità e l’omologazione contemporanea.</p>



<p><strong><em>Alla nuova generazione di cuochi cosa manca oggi: tecnica, cultura o pazienza?</em></strong></p>



<p>La tecnica e la cultura non mancano. Quello che spesso manca è la pazienza.</p>



<p>Le nuove generazioni non hanno vissuto il rigore e la fatica che hanno formato chi è cresciuto nelle cucine di qualche anno fa. Era un mondo duro, ma capace di costruire carattere, disciplina e mentalità.</p>



<p><strong><em>Tu hai costruito un’immagine molto equilibrata: televisione, ristorante, campagna, famiglia. Quanto è difficile oggi restare autentici in un mondo dove ogni chef deve diventare anche personaggio?</em></strong></p>



<p>Dipende da cosa hai davvero da raccontare. Se costruisci un personaggio artificiale, prima o poi si vede.</p>



<p>Io credo che l’autenticità arrivi semplicemente dalla vita che vivi ogni giorno. La mia forza è l’entusiasmo: amo il mio lavoro, amo raccontarlo e amo far stare bene le persone attraverso il cibo e le storie che ci sono dietro.</p>



<p><strong><em>Qual è la lezione più importante che ti ha lasciato la tua famiglia?</em></strong></p>



<p>Mio padre mi ha sempre detto che puoi avere le tasche vuote ma essere comunque ricchissimo se hai il rispetto degli altri.</p>



<p>Credibilità, rispetto e tenacia sono i valori più importanti che mi porto dietro. E poi una regola semplice: fare bene o fare male una cosa richiede lo stesso tempo. Tanto vale farla bene.</p>



<p><strong><em>Se dovessi raccontare il futuro del cibo con un solo ingrediente, quale sceglieresti?</em></strong></p>



<p>Direi ortaggi e frutta.</p>



<p>La biodiversità sarà il vero tema del futuro. Attraverso le coltivazioni possiamo fare bene all’ambiente, al sistema agroalimentare e alla nostra salute. Il rischio oggi è l’omologazione: tutti coltivano le stesse cose perché seguono il mercato. Invece dovremmo imparare a valorizzare ciò che appartiene davvero ai nostri territori.</p>



<p><strong><em>Quali sono i prossimi progetti di Roberto Valbuzzi? O, per stare in tema, cosa bolle in pentola ?</em></strong></p>



<p>Sto lavorando da tempo a un progetto di hotellerie legato al mondo dell’ospitalità, che spero possa vedere presto la luce.</p>



<p>Parallelamente continua la crescita del ristorante e dei progetti televisivi: arriverà una nuova stagione di <strong><em>Uno chef in Fattoria</em> </strong>su Food Network e riprenderanno anche le registrazioni di <em><strong>Cortesie per gli Ospiti</strong></em>. Inoltre prosegue il tour di presentazione del mio ultimo libro (<strong>50. Anni, racconti</strong>, <strong>ricette</strong>, uscito a novembre 2025)</p>



<p>Insomma, ci sono sempre tante cose che bollono in pentola.</p>
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		<title>Francesca Sangalli : il volto innovativo dietro Cupra</title>
		<link>https://www.giltmagazine.it/interview/francesca-sangalli-intervista-cupra-beyond-the-known-design-week/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 22:05:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[beyond the known]]></category>
		<category><![CDATA[CUPRA]]></category>
		<category><![CDATA[francesca sangalli]]></category>
		<category><![CDATA[milano design week 2026]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/cupra-sangalli-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/cupra-sangalli-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/cupra-sangalli-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/cupra-sangalli-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/cupra-sangalli.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Intervista a Francesca Sangalli di CUPRA alla Milan Design Week sul progetto Beyond the Known e la nuova visione del design come esperienza.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/cupra-sangalli-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/cupra-sangalli-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/cupra-sangalli-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/cupra-sangalli-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/cupra-sangalli.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" />
<p>Durante la Milan Design Week 2026, in occasione della presentazione del progetto <em>Beyond the Known</em> firmato CUPRA, abbiamo incontrato Francesca Sangalli, Head of Color &amp; Trim e Concept &amp; Strategy per CUPRA e SEAT.</p>



<p>Manager e designer con una visione profondamente contemporanea, Sangalli è tra le figure chiave nel ridefinire il ruolo del design automobilistico, spingendolo verso territori sempre più esperienziali e sensoriali. Milanese, con una formazione tra il Politecnico di Milano e la Brunel University, ha costruito un percorso internazionale che l’ha vista protagonista per oltre sedici anni nel centro Advanced Design di Mercedes-Benz a Como, contribuendo allo sviluppo delle strategie di colore e materiali e alla definizione della filosofia estetica di brand come Smart e AMG.</p>



<p>Dal 2018 in CUPRA &amp; SEAT, guida oggi progetti creativi in cui materialità, innovazione e visione strategica si fondono per costruire un linguaggio estetico capace di andare oltre il prodotto, trasformandolo in esperienza.</p>



<p>Il concept <em>Beyond the Known</em> rappresenta un vero e proprio manifesto culturale: non una semplice installazione, ma un percorso che racconta il design come processo in continua evoluzione, tra ricerca materica, innovazione digitale e sperimentazione.<br>Attraverso l’esplorazione del parametric design e l’uso di processi algoritmici, CUPRA apre a nuove possibilità espressive, dove è la materia stessa a guidare la forma e a definire una nuova estetica contemporanea.</p>



<p><strong>In <em>Beyond the Known</em>, il design sembra andare oltre l’auto. Quanto conta oggi creare un’esperienza più che un prodotto?</strong></p>



<p>&nbsp;L’esperienza è tutto, perché ingloba già in sé il prodotto. Alla fine, è proprio l’esperienza che si ha di fronte a un oggetto a determinare la scelta: acquistare un’auto piuttosto che un’altra, oppure sviluppare un sentimento positivo o negativo nei suoi confronti.<br>Questa esperienza è data da molteplici fattori: non solo formali, ma anche cromatici, legati alla luce e alle sensazioni. Il coinvolgimento dei sensi diventa quindi fondamentale per generare un’esperienza completa e significativa.</p>



<p><strong>Oggi si parla molto di tecnologia e innovazione nel design automotive. Secondo lei c’è il rischio di perdere l’emozione che il design dovrebbe suscitare?</strong></p>



<p>Direi esattamente il contrario. Le tecnologie sono strumenti che permettono di creare ciò che prima non era possibile realizzare. Rappresentano quindi un potenziatore delle visioni future, non un limite.<br>In questo senso, la tecnologia non riduce l’emozione, ma apre nuove possibilità espressive per il design.</p>
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		<title>Il percorso creativo di un designer d’eccezione: Philippe Malouin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Apr 2026 23:15:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[alessi]]></category>
		<category><![CDATA[design]]></category>
		<category><![CDATA[philippe malouin]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/philippe-malouin-intervista-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/philippe-malouin-intervista-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/philippe-malouin-intervista-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/philippe-malouin-intervista-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/philippe-malouin-intervista.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Philippe Malouin racconta un percorso nato dall’istinto e dalla manualità, evoluto nel tempo verso un design essenziale, silenzioso e guidato più dalla funzione e dal processo che dall’estetica</p>
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<p>Tra i protagonisti più rilevanti del design contemporaneo, Philippe Malouin è un designer canadese con base a Londra, noto per un approccio che unisce sperimentazione materica, rigore industriale e una forte componente intuitiva.</p>



<p>Dopo gli studi all’Università di Montreal, alla Design Academy Eindhoven e successivamente al Royal College of Art di Londra, Malouin ha costruito una carriera internazionale collaborando con aziende come Flos, Hem, Resident e SCP, affermandosi come una delle voci più autorevoli della sua generazione.</p>



<p>Il suo lavoro si distingue per una capacità rara: trasformare processi produttivi complessi in oggetti apparentemente semplici, essenziali, ma sempre carichi di tensione progettuale. Un equilibrio tra brutalismo e raffinatezza che è diventato la sua firma.</p>



<p>Dall’intervista emerge chiaramente un aspetto fondamentale del suo approccio: il design non nasce dal disegno, ma dalla materia. Malouin parte infatti quasi sempre da un processo manuale — tagliare, assemblare, costruire — lasciando spazio anche all’errore e all’imprevisto come parte integrante del progetto.</p>



<p>Allo stesso tempo, si percepisce un’evoluzione importante nel suo percorso: se agli inizi il design era anche un modo per affermarsi e “farsi notare”, oggi la sua ricerca si orienta verso oggetti più silenziosi, pensati per durare nel tempo e per entrare con discrezione nella vita quotidiana delle persone.</p>



<p>Una visione che riflette una maturità progettuale sempre più consapevole, dove la forma non è mai solo espressione, ma conseguenza di un processo intelligente e responsabile.</p>



<p><strong>Partiamo dall’inizio: come nasce la tua passione per il design? E cosa ti ha portato a studiare alla Design Academy di Eindhoven e poi all’ENSCI di Parigi?</strong></p>



<p>In breve: tra liceo e università in Canada non avevo idea di cosa volessi fare. Così, da franco-canadese, ho iniziato a viaggiare in Europa. È lì che ho scoperto che esisteva davvero la possibilità di diventare designer di mobili.</p>



<p>Bisogna capire che, se vieni dal Canada negli anni ’90, è difficile anche solo immaginarlo: non c’era un’industria, non c’era un vero mercato.</p>



<p>Viaggiando per alcuni anni in Europa ho incontrato fotografi, architetti, designer… ed è stato naturale appassionarmi sempre di più. Tornato in Canada, mi sono iscritto al corso di Industrial Design all’Università di Montreal. Sapevo che con il massimo dei voti si poteva ottenere una borsa per studiare all’estero: così sono arrivato all’ENSCI di Parigi.</p>



<p>Dopo quell’esperienza sarei dovuto tornare in Canada, ma ormai ero troppo “contaminato” dall’Europa. Sapevo che lì non avrei potuto lavorare nel settore che desideravo. Così ho fatto di tutto per restare e alla fine sono riuscito a entrare alla Design Academy di Eindhoven. È lì che è davvero iniziata la mia carriera.</p>



<p><strong>Questa passione nasce già da bambino?</strong></p>



<p>Assolutamente sì. Sono cresciuto in un luogo molto isolato, lontano dai miei compagni di scuola. Dovevo inventarmi da solo il modo di passare il tempo. Avevamo un grande laboratorio in casa, pieno di attrezzi, e io costruivo i miei giocattoli, facevo arte, creavo oggetti. C’era anche un uomo che lavorava con noi, Lindor: era anziano, fumava sempre, ma mi ha insegnato a tagliare il legno, assemblare, costruire. Io ho sempre fatto oggetti. È qualcosa che mi appartiene da sempre.</p>



<p><strong>Sono passati circa 18 anni dall’inizio della tua carriera. Come è cambiato il design e come è cambiata la tua visione?</strong></p>



<p>È una domanda molto interessante, perché il mio approccio è cambiato molto. Quando sei giovane vuoi farti notare, vuoi fare dichiarazioni forti. Con il tempo, invece, desideri creare oggetti più semplici, meglio progettati, destinati a durare.</p>



<p>Oggi mi interessa realizzare oggetti che siano potenti ma silenziosi. Prima il mio lavoro era più “rumoroso”, ora voglio che l’oggetto comunichi in modo discreto ma intenso.</p>



<p>Mi interessa più come le cose vengono prodotte che come appaiono. Credo che il lavoro del designer industriale sia utilizzare le risorse in modo intelligente e trasformarle in un prodotto significativo, non solo in una forma o in un messaggio.</p>



<p><strong>Sei considerato uno dei designer più influenti della tua generazione. C’è una collaborazione di cui sei particolarmente orgoglioso? E con chi ti piacerebbe lavorare in futuro?</strong></p>



<p>Devo dire Flos.</p>



<p>Da bambino avevamo in casa una lampada Snoopy di Flos: mia madre l’aveva portata dall’Italia negli anni ’80. Era sempre lì, intoccabile, perché preziosa.</p>



<p>Ho sempre sognato di lavorare con loro. Poi, quattro anni fa, mi hanno contattato. Per me è stato incredibile: vengo dal Canada, da “nessun posto”, e mi sono ritrovato a vivere questa realtà europea.</p>



<p>Non ho mai cercato le collaborazioni: in questo settore devi aspettare che siano gli altri a chiamarti. E quando è successo con Flos, è stato qualcosa di speciale.</p>



<p>Per il futuro, non voglio fare nomi, ma mi piacerebbe collaborare con un grande brand europeo, tra Germania e Svizzera.</p>



<p>Detto questo, più che il brand, mi interessa arrivare nelle case delle persone reali. È lì che voglio che i miei oggetti vivano.</p>



<p><strong>Come prendono forma le tue idee? Qual è il tuo processo creativo?</strong></p>



<p>Inizio sempre lavorando a mano. Realizzo oggetti fisici e solo dopo li rifinisco al computer. Molti fanno il contrario: schizzo, digitale, poi prototipo. Io parto dalla materia. Un esempio perfetto è la moka “VITE” per Alessi.</p>



<p>Ho un metodo che chiamo “copy-paste making”: prendo oggetti, li taglio, li saldo, li riassemblo. È un processo molto intuitivo, quasi casuale. Molti miei progetti nascono così, per “incidenti”. Anche VITE è nata in questo modo.</p>



<p>Quando Alessi mi ha chiesto di disegnare una moka, ho accettato subito. Ma la domanda era: cosa puoi davvero aggiungere? Non puoi fare una moka migliore di quella di Richard Sapper. È impossibile.</p>



<p>Quindi puoi solo fare la tua versione. E la mia nasce proprio da questo approccio sperimentale.</p>



<p><strong>Com’è nata la collaborazione con Alessi?</strong></p>



<p>È una storia curiosa.</p>



<p>Uno dei miei studenti all’ECAL aveva contattato Alessi per un progetto, ma non è andato in porto. A un certo punto gli hanno detto: “Chiedi al tuo professore di scriverci”. Pensavo fossero arrabbiati con me… invece volevano propormi di lavorare con loro. Ovviamente ho accettato subito.</p>



<p><strong>La moka “Vita” è un perfetto esempio di “form follows function”. Sei d’accordo?</strong></p>



<p>Sì, anche se con una sfumatura ironica. Come dicevo, il progetto nasce da un processo molto libero, quasi casuale. Ma poi entra in gioco la funzione.</p>



<p>Molte persone fuori da Italia, Francia, Portogallo o Germania non sanno usare una moka. Un canadese o un americano medio non capisce come funzioni.</p>



<p>Così ho deciso di rendere il meccanismo il più evidente possibile: la base è una grande vite, chiaramente leggibile. La sviti e capisci subito come funziona.</p>



<p>Detto questo, la vite è volutamente esagerata: è anche decorativa, quasi una caricatura del principio “la forma segue la funzione”.</p>



<p>Ma sì, in questo caso la forma segue decisamente la funzione.</p>
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		<title>Jimmy Nelson: lo sguardo che celebra l’umanità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 12:50:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Jimmy Nelson]]></category>
		<category><![CDATA[Jimmy Nelson artista]]></category>
		<category><![CDATA[Jimmy Nelson foto]]></category>
		<category><![CDATA[Jimmy Nelson fotografie]]></category>
		<category><![CDATA[Jimmy Nelson intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Jimmy Nelson opere]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Celebre per i suoi ritratti intensi e senza tempo, ha dedicato la sua vita a documentare culture indigene e comunità lontane</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" />
<p>Nel panorama della fotografia contemporanea, Jimmy Nelson occupa un posto unico. Nato nel Regno Unito e cresciuto tra Europa e Asia, oggi, a oltre sessant’anni, ha costruito una carriera che è al tempo stesso viaggio, ricerca e racconto umano. Celebre per i suoi ritratti intensi e senza tempo, ha dedicato la sua vita a documentare culture indigene e comunità lontane, restituendone bellezza, dignità e identità attraverso un linguaggio visivo profondamente personale. Il suo lavoro, sospeso tra estetica e antropologia, è un invito a rallentare e a guardare davvero. In questa conversazione, ci accompagna dentro il suo sguardo e il suo modo di abitare il mondo.</p>



<p><strong>Come descriveresti il tuo sguardo fotografico? Ricordi il primo incontro con una cultura che ti ha portato a raccontare il mondo attraverso le tue immagini? E con quale macchina fotografica hai iniziato questo percorso?</strong></p>



<p>Cercherò di essere conciso. Ho iniziato con una macchina fotografica chiamata Zenit B, una 35 mm analogica russa. Ancora oggi utilizzo l’analogico, anche se ora lavoro con una Ghibellini, una macchina italiana. Sono partito con formati piccoli e oggi utilizzo lastre di grande formato.</p>



<p>La prima fotografia l’ho scattata quando avevo circa sedici o diciassette anni, in Tibet. E credo che il filo del mio viaggio sia rimasto lo stesso: uso la macchina fotografica per abbracciare il soggetto con rispetto e amore. Più impegno metto in questo processo, più spero di ricevere in cambio un’apertura, un’accoglienza. Il mio lavoro può sembrare antropologico, giornalistico o documentaristico, ma in realtà non lo è. È un omaggio alla bellezza, alla forza e alla dignità dell’essere umano.</p>



<p>Con il tempo questo approccio si è trasformato in una narrazione più ampia, ma alla base è una storia molto semplice: scelgo di vedere la bellezza e la positività nell’umanità, piuttosto che il vuoto o l’irrilevanza.</p>



<p><strong>Il tuo primo viaggio in Tibet è stato da solo, quasi come un’iniziazione. Quali emozioni hai provato all’arrivo e cosa ti sei portato via quando sei partito?</strong></p>



<p>È stata un’esperienza molto importante. Credo di essere partito con un atteggiamento senza paura, perché sentivo di non avere nulla da perdere. Nel mondo sviluppato, crescendo, diventiamo sempre più timorosi di ciò che possiamo perdere, e forse della vita stessa. Io, da ragazzo, avevo un’autostima così bassa che mi sentivo quasi già “vuoto”: non avevo nulla da perdere, potevo solo salire. E in un certo senso sto ancora salendo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1000" height="400" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-2.jpg" alt="" class="wp-image-142997" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-2.jpg 1000w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-2-300x120.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-2-768x307.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-2-480x192.jpg 480w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p><strong>All’inizio hai avuto difficoltà con la lingua?</strong></p>



<p>No, perché non si tratta di lingua. Si tratta di empatia, vulnerabilità, emozioni: lacrime, risate, danza, musica, presenza fisica. Paradossalmente, non avere una lingua in comune è stato un vantaggio. Ti obbliga a impegnarti molto di più per esprimere chi sei, cosa senti e perché stai guardando, vivendo e reagendo in un certo modo.</p>



<p><strong>Nel tuo lavoro attraversi culture molto diverse. Esiste un elemento universale che le unisce?</strong></p>



<p>Sì, ed è molto semplice: il desiderio di essere visti e rispettati. Tutti vogliamo essere riconosciuti, apprezzati, rispettati. Questo è un linguaggio universale. Ma serve tempo per far capire alle persone che non sei lì per rappresentare una minaccia, ma per osservare con rispetto, quasi per celebrare. È universale, ma non è superficiale: bisogna scavare per trovarlo.</p>



<p><strong>C’è stata una comunità con cui è stato particolarmente difficile entrare in relazione? Come hai superato quella distanza?</strong></p>



<p>Ci sono tante storie, ma una recente riguarda un matrimonio al confine tra Arabia Saudita e Yemen. Uomini e donne erano separati. Ero stato autorizzato a osservare per un’ora, senza scattare fotografie. Quando il momento stava diventando più interessante, mi è stato detto di andarmene. Io invece, seguendo l’istinto, sono entrato. Faceva freddo e ho preso una grande coperta rossa da terra, avvolgendomela intorno. Mi sono immerso tra la folla.</p>



<p>È successo qualcosa: si è creato un silenzio, come se il mare si aprisse. Le persone si sono spostate e quasi inchinate. Avevo disarmato la situazione, non ero più percepito come un intruso, ma come una presenza rispettosa. Sono rimasto tutta la notte. Non ero lì per “prendere” immagini, ma per vivere un’esperienza e lasciarmi accogliere.</p>



<p>Con il tempo impari a fidarti dell’intuizione, a restare curioso, quasi infantile, e a mantenere l’idea di non avere nulla da perdere. Ed è proprio allora che le porte si aprono.</p>



<p><strong>Dal punto di vista tecnico, quanto sono state importanti le tue competenze fotografiche all’inizio? Sono nate in modo istintivo o si sono costruite nel tempo?</strong></p>



<p>All’inizio lavorare in analogico è fondamentale, perché ti obbliga a pensare: la macchina non pensa per te. Oggi la fotografia è molto diversa: la macchina, Photoshop, l’intelligenza artificiale: tutto tende a decidere al posto tuo. Io sono autodidatta, ho sempre imparato dagli errori e continuo a farlo. Ma in realtà non è tanto la macchina a fare la differenza: è lo sforzo che metti per avvicinarti al soggetto. Con una macchina grande, manuale, lo sforzo è inevitabile, e questo crea connessione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1000" height="400" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-1.jpg" alt="" class="wp-image-142996" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-1.jpg 1000w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-1-300x120.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-1-768x307.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-1-480x192.jpg 480w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p><strong>La tua fotografia ha una forte componente estetica. Oggi l’analogico può ancora offrire qualcosa che il digitale non riesce a replicare?</strong></p>



<p>Nel digitale è la tecnologia a decidere l’estetica. Nell’analogico è l’essere umano. E l’estetica umana è imperfetta, ed è proprio questa imperfezione a renderla bella, perché contiene una firma personale. Il mondo digitale e l’intelligenza artificiale cercano di eliminare l’imperfezione, ma così si perde qualcosa di essenziale. Io cerco invece di avvicinarmi proprio a quell’imperfezione, perché è lì che si trova l’autenticità.&nbsp;</p>



<p>La tecnologia non sono io. È una macchina. Io so cosa sento e cosa penso: non ho bisogno di un algoritmo che me lo dica. Se cresci delegando a un sistema cosa provare e cosa pensare, rischi di dimenticare cosa significa essere umano. Per me il lavoro manuale, artigianale, è ciò che mi connette davvero alle emozioni. Delegare tutto questo mi farebbe sentire vuoto.</p>



<p><strong>Come reagiscono le comunità che fotografi, soprattutto quelle più isolate, quando si vedono ritratte?</strong></p>



<p>Spesso non vedono subito le immagini, perché lavoro in analogico. Quindi ciò che resta è l’esperienza, non la fotografia. E quando torno con le immagini, non sono interessati alle foto. Sono interessati al fatto che io sia tornato. Noi siamo molto focalizzati sull’estetica e sull’immagine. Loro sono focalizzati sulla relazione umana. Le fotografie contano poco: ciò che conta è il legame.</p>



<p><strong>Guardando al futuro: senti ancora il bisogno di esplorare nuovi luoghi o il viaggio è diventato più interiore che geografico?</strong></p>



<p>Entrambi. L’esplorazione geografica è infinita, ma corre in parallelo a quella interiore. Viaggio molto, ma allo stesso tempo sto lavorando a un progetto nei Paesi Bassi con una comunità di persone gravemente ustionate. I loro volti non corrispondono ai canoni estetici tradizionali, ma mi hanno chiesto di guardarli e raccontarli come persone belle. Questo è un viaggio interiore. È un altro livello di fiducia: non cercano tanto l’immagine, quanto la possibilità di mostrarsi attraverso lo sguardo di qualcuno di cui si fidano.</p>



<p>Credits: The Gallery WILLAS Contemporary; <a href="http://willas.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">willas.com</a>.</p>
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		<title>Generazione sentimento : intervista ad Aka7even e Lda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Feb 2026 14:42:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Aka7even-e-Lda-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Aka7even-e-Lda-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Aka7even-e-Lda-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Aka7even-e-Lda-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Aka7even-e-Lda.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Lda e Aka7even si raccontano a ridosso del loro debutto Sanremese e dell'uscita del loro albu</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Aka7even-e-Lda-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Aka7even-e-Lda-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Aka7even-e-Lda-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Aka7even-e-Lda-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Aka7even-e-Lda.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" />
<p>Aka7even, nome d’arte di Luca Marzano, e LDA, al secolo Luca D’Alessio – figlio di Gigi D’Alessio – si sono fatti conoscere dal grande pubblico grazie ad <em>Amici di Maria De Filippi</em> (Aka7even nell’edizione 2020-2021, LDA nel 2021-2022). Da quel trampolino hanno costruito due percorsi solidi nel pop italiano: Aka7even ha conquistato classifiche e palchi importanti fino al debutto a Sanremo 2022 con “Perfetta così”, mentre LDA ha portato la sua cifra urban-pop all’Ariston nel 2023 con “Se poi domani”. Oggi, dopo esperienze soliste e una crescita artistica evidente, li abbiamo incontrati in occasione della 76ª edizione del Festival di Sanremo, dove tornano insieme con “Poesie Clandestine”, progetto nato prima da un’amicizia profonda e poi diventato collaborazione musicale.</p>



<p><strong>Dalla serata delle cover: avete scelto Tullio De Piscopo e “Andamento Lento”. Perché proprio lui? È un omaggio alle vostre radici o un ponte tra generazioni?</strong></p>



<p><strong>Aka7even:</strong><br>È entrambe le cose. Un omaggio alle radici e, allo stesso tempo, un ponte tra generazioni. Tullio è uno dei capostipiti della musica napoletana, ma anche un musicista di statura internazionale: un batterista che ha segnato la storia della musica mondiale. Portarlo con noi a Sanremo è un onore enorme. Rappresenta un collegamento naturale tra la nostra generazione e la sua. E poi, conoscendolo durante le prove, abbiamo scoperto un’energia incredibile: paradossalmente, era lui il più giovane di tutti.</p>



<p><strong>LDA:</strong><br>Tullio è storia. È un orgoglio italiano all’estero, un artista che ha cresciuto intere generazioni — da “Andamento Lento” fino ai lavori con Pino Daniele. Siamo fieri di condividere il palco con una leggenda. Per me, personalmente, resta la soddisfazione di aver cantato accanto a un’icona della musica.</p>



<p><strong>“Poesie Clandestine” racconta un amore viscerale ma instabile. È lo specchio della vostra generazione o qualcosa di più personale?</strong></p>



<p><strong>Aka7even:</strong><br>Viviamo in un tempo in cui tutto è veloce, accessibile, immediato. Anche i sentimenti sembrano seguire questo ritmo: intensi, ma spesso fugaci. Senza voler generalizzare, il brano intercetta questo flusso emotivo contemporaneo. Non riguarda solo i giovani: ogni generazione, in fondo, si adatta al proprio tempo. Oggi tutto è “fast”, e anche l’amore, a volte, lo diventa.</p>



<p><strong>LDA:</strong><br>È sicuramente un ritratto della nostra generazione, ma mi sono spesso chiesto se quelle precedenti fossero davvero così diverse. Forse non avevano i social a mostrare tutto. Oggi vediamo ogni dinamica amplificata, esposta. Chissà se certi amori instabili non siano sempre esistiti, semplicemente meno visibili. È una domanda che mi pongo spesso, senza ironia.</p>



<p><strong>Il progetto nasce prima come legame umano e poi come collaborazione artistica. Quanto ha contato conoscervi “tra le mura di casa”?</strong></p>



<p><strong>Aka7even:</strong><br>È nato tutto in modo naturale. Più che una decisione strategica, è stato un bisogno. Ci conosciamo da anni, prima ancora dei riflettori. Viviamo insieme, siamo come fratelli. Questa complicità ha reso il disco spontaneo, vero. È un album nato in casa, e questa dimensione intima si sente.</p>



<p><strong>LDA:</strong><br>Dal punto di vista pratico, la convivenza ha fatto la differenza. Ma soprattutto, nessuno dei due voleva essere protagonista a tutti i costi. L’obiettivo era la riuscita del pezzo, del progetto. Quando non c’è competizione interna, si lavora meglio. Ci siamo spalleggiati sempre, ed è questo equilibrio che rende il disco così naturale.</p>



<p><strong>Il titolo “Poesie Clandestine” è molto evocativo. Cosa significa per voi?</strong></p>



<p><strong>Aka7even:</strong><br>Sono le molteplici sfaccettature dell’amore: desiderio, malinconia, passione, nostalgia. Emozioni che spesso restano nascoste, fugaci, quasi segrete. Il soggetto non è necessariamente una persona: può essere una città, come Napoli, o un ricordo. In “Maledetta voglia di te”, ad esempio, il destinatario potrebbe non essere un partner ma un luogo. È un disco aperto, interpretabile.</p>



<p><strong>LDA:</strong><br>In fondo, ogni frase d’amore può diventare una poesia clandestina. Sono pensieri intimi che si uniscono e diventano canzoni. Il concept è semplice: un insieme di poesie segrete che trovano voce nella musica.</p>



<p><strong>Tra i nove brani, ce n’è uno a cui siete particolarmente legati?</strong></p>



<p><strong>Aka7even:</strong><br>Ogni pezzo ha una storia diversa: alcuni sono nati da me, altri da Luca, altri ancora insieme ai produttori. Il filo rosso resta la nostra amicizia. Più che a un brano, sono legato al processo.</p>



<p><strong>LDA:</strong><br>Per me “Stupide Parole” è speciale. È il mio primo esperimento boom bap, con sonorità napoletane. L’ho scritto in una notte, dalle due alle sette e cinquanta del mattino. Ricordo l’alba, ogni emozione. È un brano che sento visceralmente. E poi “Poesie Clandestine”, nata quasi per caso a Roma, in studio, tra una risata e l’altra. Luca ha dato a entrambi i pezzi quel qualcosa in più che li ha fatti svoltare.</p>



<p><strong>Tornate all’Ariston insieme, nell’ultimo Sanremo condotto da Carlo Conti. Con quale spirito salirete su quel palco?</strong></p>



<p><strong>Aka7even:</strong><br>Siamo consapevoli dell’importanza del palco, l’ansia c’è, ma vogliamo viverlo con leggerezza. Il pezzo ha un’anima intensa, ma suona libero, quasi liberatorio. Il nostro obiettivo è divertirci e trasmettere quella stessa energia al pubblico. Essere noi stessi al cento per cento, sostenendoci a vicenda e lasciando fuori le paure.</p>
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		<title>Gio Evan, l’arte di restare umani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Feb 2026 10:05:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[evanland]]></category>
		<category><![CDATA[extraterrestre tour]]></category>
		<category><![CDATA[Gio Evan]]></category>
		<category><![CDATA[L&#039;affine del mondo live]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-8-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-8-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-8-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-8-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-8.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Gio Evan intreccia musica, poesia e spiritualità per creare connessione e ascolto autentico.<br />
La sua arte invita a rallentare e a riscoprire l’umanità come gesto rivoluzionario.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-8-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-8-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-8-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-8-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-8.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" />
<p>C’è un momento, nel rumore continuo del mondo, in cui qualcuno riesce ancora a fermare il tempo. Gio Evan è uno di quei rari artisti capaci di farlo: con una canzone, una risata, una frase che arriva quando serve. Dopo il successo del tour teatrale L’affine del mondo, il suo percorso artistico continua ad aprire spazi di ascolto, connessione e meraviglia.</p>



<p>Dal 6 febbraio sarà disponibile in digitale “L’AFFINE DEL MONDO LIVE”, l’album registrato durante l’omonimo tour teatrale che tra ottobre e dicembre ha attraversato venti tra i principali teatri italiani, vendendo oltre 20.000 biglietti. Un lavoro che non è solo una restituzione sonora, ma una vera esperienza emotiva: un viaggio che intreccia poesia e canzone, parole e silenzi, filosofia e carne viva.</p>



<p>In questo disco live Gio Evan cattura l’energia irripetibile dell’incontro dal vivo. Ogni brano è attraversato da una forte carica emotiva, figlia dell’affinità, quella invisibile e potentissima, che nasce quando gli esseri umani si riconoscono. Il linguaggio è diretto, accessibile, ma mai scontato: è una carezza che scuote, una domanda che non pretende risposte.</p>



<p>Il viaggio non si ferma. Il 22 marzo, Gio Evan porterà il suo mondo anche a Londra, sul palco dell’Islington Assembly Hall, confermando una dimensione sempre più internazionale del suo percorso.</p>



<p>Ma è l’estate a segnare un nuovo capitolo. Dal 20 giugno, da Villa Ada a Roma, partirà “EXTRATERRESTE”, il nuovo tour musicale, comico e spirituale prodotto da Friends &amp; Partners. Uno spettacolo che riflette sulla contemporaneità e sulla nostra tendenza all’accumulo, di oggetti, aspettative, paure, e sul conseguente allontanamento dall’essenziale. In un equilibrio sottile tra leggerezza e profondità, Gio Evan attraversa i confini tra cura e controllo, attaccamento e presenza, invitando il pubblico a lasciare andare ciò che pesa per tornare a ciò che conta davvero.</p>



<p>Accanto alla musica, torna anche uno degli spazi più preziosi creati dall’artista: EVANLAND, il festival internazionale del mondo interiore, giunto alla sua quinta edizione, che si terrà il 25 e 26 luglio ad Assisi. Definito come un “raduno dei buoni” o persino “la terza pace mondiale”, Evanland è diventato negli anni un luogo reale e simbolico dove fermarsi, riconnettersi, condividere valori di gentilezza, consapevolezza ed evoluzione personale.</p>



<p>Tra i primi ospiti annunciati:</p>



<ul><li>Cisco e gli ex Modena City Ramblers, per celebrare i 30 anni de La grande famiglia</li><li>Montoya, con il suo dj set che fonde elettronica, folk latinoamericano e musica andina</li><li>Valerio Lundini e i Vazzanikki, protagonisti di uno show ironico, caustico e imprevedibile</li></ul>



<p>A completare questo percorso artistico e umano, dal 31 marzo arriverà in libreria il nuovo romanzo “La gioia è un duro lavoro” (Feltrinelli), un racconto intimo e sospeso tra sogno e realtà, in cui Gio Evan affronta la perdita della madre, intrecciando il dolore agli insegnamenti spirituali ricevuti dal suo maestro.</p>



<p>Scrittore, poeta, filosofo, cantautore, performer, artista di strada: Gio Evan continua a muoversi tra i linguaggi senza mai perdere il centro. In un’epoca che corre, la sua arte resta un invito gentile a rallentare, ascoltarsi e ricordare che, forse, essere umani è ancora il gesto più rivoluzionario.</p>



<p><strong>“L’Affine del Mondo Live” nasce dal teatro: quanto è importante per te catturare l’imperfezione e l’energia dell’istante rispetto alla perfezione di uno studio?</strong></p>



<p>Sono lì. Mi trovo e ritrovo nell’imperfezione, nell’asimmetria. Seguo l’irregolamento della vita. La perfezione, la linea sempre retta, nelle culture animiste è del maligno. A Dio piace lo scarabocchio, il righello è per gli infelici. Nel teatro mi affido alla vita autentica, mi piace la sua sregolatezza.</p>



<p><strong>Nel tour Extraterreste parli di accumulo e di ritorno all’essenziale: cosa senti di dover lasciare andare oggi, come uomo prima ancora che come artista?</strong></p>



<p>I luoghi. Credo che la mia difficoltà stia nel saper lasciare un luogo per sempre, perché fino ad ora non è così. Amo ritornarci. Dovrei sciogliere questi affetti emotivi. Siamo, a mio parere, predestinati a diventare fiume, ma a dover saper fare il deserto. Oggi vedo poche persone deserto e mi rattrista.</p>



<p><strong>Evanland viene definito “il festival del mondo interiore”: che tipo di umanità incontri ogni anno lì, e cosa ti restituisce a livello personale?</strong></p>



<p>Non è restituzione, accade un pareggio. Quando una frequenza alta incontra una bassa, quella alta la abbraccia e la eleva con sé. Ad Evanland succede che ci abbracciamo e la spinta evolutiva accelera il passaggio. A Evanland si incontra chi non ha paura di crescere emotivamente e spiritualmente. Niente non è.</p>



<p><strong>La tua arte riesce a far convivere comicità, spiritualità e dolore: come trovi l’equilibrio tra leggerezza e profondità senza tradire nessuna delle due?</strong></p>



<p>Praticando la coerenza. Nella vita abbiamo momenti seri, momenti soavi, leggeri, saggi. Non ci chiediamo come sia possibile essere a volte tristi, a volte felici: sappiamo che accade e che è il percorso universale della vita umana qui in terra. Faccio così. È impossibile tradire quando si prende la vita nella sua interezza.</p>



<p><strong>Nel nuovo romanzo affronti il tema della perdita e della gioia come lavoro quotidiano: cosa significa per te, oggi, “prenderti cura” della tua gioia?</strong></p>



<p>La gioia a dieci è spontanea. A venti succede senza troppi sforzi. Ma a trenta diventa lavoro. Intuisci che c’è un mestiere dentro il saper lasciare andare. Che la solitudine ha bisogno di collaudo continuo. Che il distacco da alcune materie va fortificato. La gioia è una cosa seria: ci rende più giocosi, ma è cosa seria.</p>



<p><strong>Nel tuo percorso artistico ritorna spesso l’idea di connessione tra visibile e invisibile, tra ciò che siamo e ciò che sentiamo. Il pensiero sciamanico parla proprio di un “ponte” tra mondi: quanto ti riconosci in questa figura di mediatore e in che modo questa visione influisce sul tuo modo di scrivere, cantare e stare sul palco?</strong></p>



<p>Non era mia intenzione, lo sciamanesimo. O forse sì. Resta il fatto che i miei viaggi sono incappati in quell’educazione ed ora per me è gesto consueto e usuale. Ho una relazione con il non veduto; divento ponte solo dal momento in cui incontro chi non ha questa relazione.</p>



<p><strong>La gioia è un duro lavoro è definito un romanzo–saggio spirituale, sospeso tra sogno, realtà e insegnamento. Quanto della tua visione spirituale, e di quell’antica saggezza che invita a vivere in armonia con sé stessi e con l’universo è presente in questo libro, e cosa speri che il lettore riesca a “portare con sé” dopo averlo attraversato?</strong></p>



<p>È un libro sensibile, ma dentro c’è anche un’acrobazia spirituale, essenziale da accorpare. Quella di dialogare con la morte, di crearci amicizia, trovarci affinità e maestria. Viviamo in una fascia della terra dove si nasconde il più possibile il pensiero della morte. Credo sia giunto il momento di normalizzare il grande avvenimento e di renderlo a portata di spiritualità. Cerco lettori che vogliano crescere sé stessi, che cercano e ricercano; non mi interessa chi legge per distrarsi.</p>



<p><strong>Lo sciamanesimo nasce come pratica di guarigione, equilibrio e ascolto profondo dell’energia che ci attraversa. Nella tua vita personale e artistica, quanto il cammino spirituale ti ha aiutato ad attraversare il dolore, il cambiamento e la perdita, trasformandoli in creazione e consapevolezza?&nbsp;</strong></p>



<p>È tutto e solo e sempre qui, nel cammino spirituale. Il resto è distrazione, e la distrazione è peggio della morte.&nbsp;</p>
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		<title>La coerenza come stile. Ester Pantano racconta il suo cinema</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Feb 2026 10:36:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[ester pantano]]></category>
		<category><![CDATA[Ester Pantano attrice]]></category>
		<category><![CDATA[Ester Pantano film]]></category>
		<category><![CDATA[Ester Pantano intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Ester Pantano io+te]]></category>
		<category><![CDATA[gilt interviste]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia, si muove con naturalezza tra cinema, teatro e televisione, costruendo nel tempo un percorso coerente, mai accomodante</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it/interview/la-coerenza-come-stile-ester-pantano-racconta-il-suo-cinema/">La coerenza come stile. Ester Pantano racconta il suo cinema</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it">Gilt Magazine</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" />
<p>Attrice siciliana, classe 1990, Ester Pantano è una di quelle presenze che non attraversano lo schermo in modo neutro. Porta con sé un’energia precisa, un pensiero strutturato, una visione del mondo che si riflette inevitabilmente nei personaggi che sceglie di interpretare. Diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia, si muove con naturalezza tra cinema, teatro e televisione, costruendo nel tempo un percorso coerente, mai accomodante.</p>



<p>Il grande pubblico la conosce per ruoli popolari che l’hanno resa riconoscibile e amata, ma è nel cinema più intimo e autoriale che Pantano sembra trovare il suo spazio più autentico: quello in cui il personaggio femminile non è funzione narrativa, ma soggetto complesso, politico, vivo. Le sue donne non sono mai decorative, mai rassicuranti. Sono attraversate da contraddizioni, desideri, fratture, scelte radicali.</p>



<p>Parallelamente al lavoro artistico, Ester Pantano ha sempre mantenuto una posizione chiara e pubblica su temi legati ai diritti, al linguaggio, alla rappresentazione del corpo femminile e al ruolo delle donne nello spazio culturale e mediatico. Una presa di posizione che non si traduce in slogan, ma in una coerenza profonda tra ciò che interpreta e ciò che è.</p>



<p>In <em>Io+Te</em>, film che la vede protagonista nei panni di Mia, questa traiettoria trova una nuova, intensa declinazione. Ma il racconto che emerge va oltre il singolo ruolo: parla di identità, di libertà, di desiderio, di maternità, di potere. E soprattutto di un modo di essere donna che non accetta di essere semplificato, addomesticato o ridotto a narrazione conveniente.</p>



<p>Un dialogo che attraversa il cinema, la società e lo stile – inteso come postura esistenziale – e che restituisce il ritratto di un’attrice e di una donna che ha scelto, consapevolmente, da che parte stare.</p>



<p><strong>In </strong><strong><em>Io+Te</em></strong><strong> interpreti Mia, una donna indipendente, razionale, apparentemente impermeabile ai legami, che però viene attraversata da un amore capace di rimettere tutto in discussione. Cosa ti ha affascinato di più di questo personaggio e in quale punto del suo percorso ti sei sentita più vicina a lei come donna, prima ancora che come attrice?</strong></p>



<p>Mi ha affascinato il modo in cui Mia trova un rimedio ai suoi traumi infantili e all’assenza dei genitori: una madre attrice, spesso lontana per lavoro, e un padre che l’ha abbandonata. Di fronte a questo vuoto, sceglie un lavoro stabile, di grande responsabilità, un lavoro in cui salva vite e porta vita. Eppure, una volta rientrata nella sua dimensione privata, sente il bisogno di essere slegata da tutto e da tutti. Gli esseri umani si adattano a ciò che hanno e, quasi sempre, riescono a salvarsi.</p>



<p>Di lei riconosco profondamente l’indipendenza e l’emancipazione: non dover chiedere il permesso a nessuno, sapersela cavare da sola e, soprattutto, non lasciarsi sopraffare da ciò che la società ha deciso per te solo perché sei una donna.</p>



<p>Anch’io sono impermeabile ai legami, ma a quelli tossici. È una cosa che ho imparato negli anni e riguarda tutti i tipi di relazioni: amorose, amicali, lavorative.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1000" height="400" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano.jpg" alt="" class="wp-image-141963" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano.jpg 1000w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-300x120.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-768x307.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-480x192.jpg 480w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p><strong>Mia vive la sensualità come esperienza libera, non necessariamente legata alla promessa o alla stabilità. In un’epoca in cui il corpo femminile è spesso raccontato attraverso stereotipi o aspettative esterne, che tipo di femminilità e sensualità ti interessava portare in scena attraverso di lei? E quanto questa visione dialoga con la donna Ester Pantano di oggi?</strong></p>



<p>È fondamentale sdoganare tutti i luoghi comuni sulle donne “rassicuranti”, prive di pulsioni sessuali, addomesticate per le mura domestiche, per figliare e accudire il focolare. È una narrazione profondamente maschile e tremendamente conveniente. Le donne desiderano, giocano, esplorano esattamente come gli uomini. Solo che per troppo tempo questo è stato vietato, condannato, giudicato.</p>



<p>Da bambina venivo definita un maschiaccio. In realtà ero solo libera, piena di passioni. Non mi interessava portare sensualità, ma verità. Mia seduce se vuole, non sempre e non per compiacere. È padrona del suo corpo, in tutto. Per me la sensualità è questo: avere passioni e nutrirle.</p>



<p><strong>Il film affronta con grande delicatezza e verità il tema della maternità mancata o difficile, mostrando come questa esperienza possa incidere profondamente sull’identità di una donna. Da attrice, quanto è stato complesso entrare in questa fragilità così intima e quanto pensi sia ancora necessario, oggi, raccontare senza filtri queste storie?</strong></p>



<p>È necessario raccontarle, perché esiste ancora chi condanna le donne che decidono di abortire. Chi condanna una donna che sceglie di abortire dopo una violenza. Chi si oppone all’aborto anche quando la donna rischia la vita. Ci sono tantissime questioni che devono ancora essere analizzate, messe a fuoco, illuminate.</p>



<p>In questa storia si porta alla luce anche ciò che continua a essere nascosto o reso illeggibile attraverso parole ambigue. Ed è lì che il cinema deve intervenire: per restituire chiarezza, dignità, complessità.</p>



<p><strong>Dai lavori più popolari, come </strong><strong><em>Oi vita mia</em></strong><strong>, fino a progetti cinematografici più intimi e autoriali come </strong><strong><em>Io+Te</em></strong><strong>, il tuo percorso mostra una continua ricerca di ruoli femminili non convenzionali. C’è un filo rosso che senti di seguire nelle tue scelte artistiche? E che tipo di personaggi senti di voler esplorare sempre di più in futuro?</strong></p>



<p>La mia fortuna – e il mio onore – è stato forse quello di essere scelta e riconosciuta come donna portatrice di valori, di un potere proprio nel mio stare al mondo. Anche nel verbalizzare il mio disaccordo verso strutture sociali che continuano a imporsi.</p>



<p>Porto avanti un’idea di indipendenza, emancipazione e di assoluto rifiuto del compromesso. Credo sia fondamentale, oggi, accettare il rischio di un “no” pur di restare a posto con la propria coscienza. I cambiamenti reali passano anche dalle piccole cose quotidiane: dal linguaggio, dal modo di porsi, di dialogare, dal pretendere parole giuste. Le parole sono importanti.</p>



<p>Un film che ha cambiato profondamente la mia vita è <em>Francesca e Giovanni</em>, in cui interpreto Francesca Morvillo. Una magistrata straordinaria, ancora oggi raccontata sui giornali come “la moglie di”. Questo è un problema enorme di narrazione.</p>



<p>E abbiamo il dovere – soprattutto chi ha più visibilità – di cambiarla. Non possiamo più accettare una televisione che espone corpi femminili come accessori, donne mezze nude chiamate a sorridere, rassicurare, eccitare, mentre gli uomini parlano e detengono il contenuto. È imbarazzante. Dobbiamo riprenderci questo potere. Io so di far parte di quelle donne che non vogliono essere addomesticate. E che, soprattutto, non lo sono.</p>



<p><strong>Il cinema, come la moda, ha il potere di raccontare chi siamo e chi stiamo diventando. Se dovessi definire il tuo rapporto con lo stile – inteso non solo come abiti, ma come modo di stare nel mondo – diresti che oggi ti rappresenta di più l’eleganza della coerenza o il coraggio della trasformazione?</strong></p>



<p>Cinema e moda raccontano da sempre il tempo che viviamo: il sogno, l’onirico, l’utopia. Spesso, nei film e negli stili che amo, portano rivoluzioni e libertà scardinate da ogni regola, lontane dalla perfezione.</p>



<p>Oggi hanno una responsabilità enorme: non creare dismorfismi, non proporre modelli irrealistici, non trasformare le persone in Frankenstein della chirurgia estetica. Io credo di essere un’elegante rivoluzione contro gli stereotipi imposti. Spero che i ragazzi scelgano modelli ispirazionali, non estetici. Che sviluppino il proprio gusto, che siano fieri delle loro disuguaglianze, della loro personalità non conforme.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it/interview/la-coerenza-come-stile-ester-pantano-racconta-il-suo-cinema/">La coerenza come stile. Ester Pantano racconta il suo cinema</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it">Gilt Magazine</a>.</p>
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		<title>Dead Poets Club: quando la poesia immortale torna a cantare nel futuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Jan 2026 16:44:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Dead Poets Club]]></category>
		<category><![CDATA[Negra Sombra]]></category>
		<category><![CDATA[The Fly]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-1-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-1-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-1-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-1-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-1.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Dead Poets Club reinterpreta la poesia classica con musica contemporanea e AI, usata come supporto creativo, dimostrando che la poesia è ancora viva.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-1-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-1-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-1-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-1-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-1.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" />
<p>Ci sono parole che non muoiono mai. Restano sospese nel tempo, in attesa di una nuova voce capace di farle vibrare ancora. Dead Poets Club nasce esattamente da questo desiderio: riportare alla vita la poesia immortale del passato attraverso il linguaggio del presente, intrecciando musica, tecnologia e visione artistica.</p>



<p>Disponibile in digitale l’EP “Dead Poets Club”, un progetto che esplora con intelligenza e sensibilità l’interazione tra intelligenza artificiale e produzione musicale, dimostrando come la tecnologia possa diventare uno strumento di supporto creativo senza mai sostituire l’anima dell’artista.</p>



<p>Dietro il nome evocativo del gruppo ci sono tre figure di grande spessore: Giovanni Favero, pioniere nell’uso dell’AI applicata alla musica e autore di progetti multimediali che uniscono cultura e sperimentazione; Roberto Turatti, storico produttore, DJ e padre fondatore dell’Italo disco con oltre 140 evergreen e successi internazionali; e Fulvio Muzio, compositore e musicista dei Decibel, da sempre in equilibrio tra ricerca sonora e profondità emotiva.</p>



<p>“Dead Poets Club” non è solo un EP, ma un vero laboratorio artistico e culturale, nato anche grazie alla collaborazione con l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, il Dipartimento di Informatica, Sistemistica e Comunicazione e lo spin-off Whattadata, con l’obiettivo di studiare uno sviluppo etico e consapevole dell’intelligenza artificiale nella musica professionale.</p>



<p>I quattro brani dell’EP mettono in musica testi poetici di William Blake, Gabriele D’Annunzio, Rosalia de Castro e Catullo, riletti in chiave contemporanea. La tecnologia entra in gioco come alleata silenziosa: suggerisce, supporta, amplia le possibilità espressive, ma lascia sempre all’essere umano il centro del processo creativo.</p>



<p>Dopo il primo singolo “The Fly”, ispirato a Blake, arriva “Negra Sombra”, secondo singolo che dà nuova vita alle liriche della poetessa galiziana Rosalia de Castro. È un brano trascinante, dal ritmo latino e reggaeton, che racconta il dialogo intimo con la propria “ombra”: una metafora del dolore, della malinconia, di quel tormento interiore che non può essere scacciato, ma solo accettato. Nel videoclip, il ballo diventa catarsi, fusione, riconciliazione con sé stessi.</p>



<p>Il viaggio prosegue con altri due brani inediti: “Le Stirpi Canore”, dove il panismo di D’Annunzio incontra un rap elegante con vibrazioni R&amp;B e influenze trap; e “Carme V”, potente invito catulliano a vivere l’amore senza riserve, trasformato in un inno moderno che fonde trance ed orchestrazioni classiche, euforia e profondità.</p>



<p>Al centro di tutto resta una certezza: la creatività è umana. L’intelligenza artificiale non crea emozioni, non scrive poesia, non sostituisce l’artista. Ma può amplificarne la visione, aprire nuove strade, far dialogare secoli lontani. E Dead Poets Club lo dimostra con rispetto, coraggio e una straordinaria lucidità artistica.</p>



<p>Ascoltare questo progetto significa riscoprire che la poesia non appartiene al passato: è viva, danza, pulsa. Basta solo darle una nuova voce.</p>



<p><strong>Com’è nata l’idea di Dead Poets Club e perché avete sentito l’esigenza di far dialogare poesia classica e intelligenza artificiale?</strong></p>



<p>DEAD POETS CLUB&nbsp;è un progetto musicale ideato e composto da un team di 3&nbsp;artisti&nbsp;con competenze nel campo della musica, della produzione musicale, della innovazione culturale e&nbsp; della imprenditoria. L’idea originale è stata quella di esplorare l&#8217;interazione creativa tra musicisti e intelligenza artificiale per promuoverne un utilizzo etico che non sostituisca, ma integri la creatività umana.L&#8217;idea di far dialogare poesia classica e intelligenza artificiale nasce dalla nostra determinazione di mantenere l&#8217;essere umano ed il suo ingegno al centro della produzione creativa. E se parliamo di ingegno umano quale scelta migliore potrebbe esserci che non utilizzare l&#8217;opéra di poeti universalmente noti, appartenuti a varie epoche e culture?</p>



<p><strong>In un momento storico in cui l’AI spaventa molti artisti, voi la proponete come alleata: qual è il confine che non deve mai essere superato?</strong></p>



<p>Non crediamo che si possa decretare un confine da non superare. L&#8217;intelligenza artificiale non è facilmente ingabbiabile e controllabile ed è un&#8217;utopia pensare che non ci sia qualcuno disposto a infrangere dei limiti imposti arbitrariamente. Piuttosto a nostro parere è importante creare uno spartiacque tra ciò che può essere utilizzato a scopo di intrattenimento personale e cio che può essere utilizzato in maniera professionale a scopi commerciali e di profitto. </p>



<p>Il primo caso è quello in cui il fruitore, stabilito un tema, un argomento, delega all&#8217;intelligenza artificiale lo sviluppo di tutto il progetto. Ad esempio nel caso di un brano musicale l&#8217;intelligenza artificiale provvede quindi a sviluppare un testo e la relativa musica avvalendosi di campioni pre-esistenti presenti nel suo immenso archivio di suoni e testie ciò comporta un serio rischio di plagio. Ma qualora l&#8217;utilizzatore sia un professionista che affida all&#8217;intelligenza artificiale un proprio testo e una propria musica chiedendole con istruzioni dettagliate di produrre un arrangiamento di livello professionale, allora, essendo il ruolo dell&#8217;intelligenza artificiale quello di un partner in grado di contribuire a innalzare la qualità del prodotto e a ridurne i costi di produzione, a nostro parere in questo caso il suo utilizzo anche a fini commerciali è legittimo.</p>



<p><strong>Come avete scelto i poeti e i testi da reinterpretare in questo EP e cosa vi ha colpito della loro sorprendente attualità?</strong></p>



<p>Il progetto include sette grandi poeti che rappresentano diverse culture&nbsp; ed epoche ;&nbsp; le poesie prescelte oltre ad essere noti capolavori letterari si prestavano a divenire canzoni per loro caratteristiche metriche.</p>



<p>Non ultimo un&#8217;aspetto giuridico: trattandosi di poeti morti&nbsp; da oltre settanta anni risultano autori di opere di pubblico dominio , permettendoci in tal mnodo di poter pensare liberatmente alla versione in musica&nbsp; &nbsp;</p>



<p><strong>“Negra Sombra” affronta il tema dell’ombra interiore e dell’accettazione del dolore: quanto è personale questo messaggio per voi?</strong></p>



<p>Noi non siamo il nostro dolore ma possiamo osservarlo, capirlo e neutralizzarlo ; anche il video realizzato evidenzia che l&#8217;ombra temuta dalla protagonista è infine un bel ragazzo con con potere ballare e passare una piacevolissima serata</p>



<p><strong>Guardando al futuro, pensate che questo progetto possa diventare un modello etico e creativo per l’uso dell’intelligenza artificiale nella musica?</strong></p>



<p>Il progetto è già entrato in una seconda fase con artisti che ci chiedono di arrangiare e produrre con il metodo proposto i loro brani.</p>



<p>A brevissimo uscirà l&#8217;inno antagonista alle Olimpiadi 2026 dei Cockn&#8217;y Outcast, un trio inglese con una storia da film, ed un altro brano internazionale arrangiato da noi. Si parte sempre da ratisti con brani meritevoli e molta creatività umana . rispetto ai quali l&#8217;AI è strumento per una produzione esecutiva sorprendente.</p>
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		<title>Renato D&#8217;Amico è in radio e in digitale con &#8220;Bacio Piccolino&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2026 16:48:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Bacio Piccolino]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[Renato D&#039;Amico]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-2-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-2-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-2-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-2-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-2.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>“Bacio piccolino” di Renato D’Amico è un brano pop retrò che racconta un amore giovanile come esperienza di crescita ed equilibrio, segnando una svolta nel suo percorso artistico.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it/interview/renato-damico-e-in-radio-e-in-digitale-con-bacio-piccolino/">Renato D&#8217;Amico è in radio e in digitale con &#8220;Bacio Piccolino&#8221;</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it">Gilt Magazine</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-2-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-2-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-2-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-2-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-2.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" />
<p>Ci sono canzoni che nascono leggere e finiscono per dire molto più di quanto promettono.</p>



<p>Bacio piccolino è una di quelle: entra in punta di piedi, con un sorriso, e resta addosso come una rivelazione.</p>



<p>È in radio e in digitale “BACIO PICCOLINO”, il nuovo brano di Renato D’Amico, cantautore, produttore e polistrumentista siciliano che continua a costruire un percorso personale e riconoscibile, fatto di immagini vivide, ironia e profondità emotiva. Un brano vivace, dall’anima retrò, che fonde immediatezza pop e scrittura d’autore, muovendosi tra nostalgia e desiderio di futuro.</p>



<p>Bacio piccolino racconta le turbolenze di un amore giovanile, vissuto più nei sogni che nella realtà. Un amore che non salva, ma insegna. Lei, ispirata dalla filosofia di Gurdjieff, diventa inaspettatamente un punto di riferimento per la crescita interiore del protagonista, trasmettendogli una lezione essenziale: trovare la stabilità “tra uno scoglio e l’infinito”, restare ancorati alla realtà senza smettere di immaginare.</p>



<p>“Bacio piccolino” è nata in Sicilia due anni fa come la scintilla iniziale che ha ridefinito il mio progetto, racconta Renato D’Amico. È stata creata in un periodo in cui cercavo la mia identità personale e musicale. Il brano parla di un amore vissuto più nei sogni che nella realtà, ma grazie al quale mi sono reso conto che quella persona, nel bene e nel male, mi aveva aiutato a trovare il mio equilibrio .</p>



<p>Non è solo una canzone, ma un punto di svolta. Un brano che segna l’inizio di una nuova consapevolezza artistica e umana.</p>



<p>Il videoclip ufficiale, diretto da Manuel Cernigliaro e prodotto da Giorgia Bucci e Matteo Nacci, accompagna il pezzo con un immaginario visivo coerente, sospeso tra leggerezza e introspezione, rafforzando quel senso di memoria emotiva che attraversa tutto il progetto.</p>



<p>Nato a Erice (Trapani) nel 1998, Renato D’Amico porta nella sua musica il calore del Mediterraneo, mescolandolo alle sonorità italo disco e a un gusto dichiaratamente anni ’70 e ’80, riletto in chiave contemporanea. Dopo il trasferimento a Milano nel 2022, rilancia il suo progetto solista con “Siamo tutti noi!” (dicembre 2023), seguito nel 2024 da “Federico” e “Il sale nelle orecchie mi fa innervosire”, fino a “Per non farti del male”, pubblicato lo scorso ottobre.</p>



<p>Accanto al percorso da cantautore, Renato è anche un produttore stimato della nuova scena italiana: ha collaborato con numerosi artisti ed è stato il produttore del disco d’esordio di Emma Nolde e Il Postino, confermando una visione musicale ampia e curiosa.</p>



<p>La sua cifra stilistica unisce ironia, immaginario visivo e racconti generazionali, fotografando una generazione in equilibrio precario tra nostalgia e possibilità future. Bacio piccolino ne è l’emblema: una canzone che parla di crescita senza retorica, di equilibrio senza rigidità, di sogni che restano vivi anche quando diventano più consapevoli.</p>



<p>E mentre il brano è già in rotazione radiofonica, Renato D’Amico guarda avanti: nuove canzoni sono in lavorazione, pronte ad ampliare un universo musicale sempre più definito.</p>



<p><strong>Bacio piccolino nasce come una scintilla che ha ridefinito il tuo progetto: oggi, guardandoti indietro, cosa rappresenta davvero questa canzone per te?</strong></p>



<p>Bacio Piccolino non è stato solo un brano, è stato uno spartiacque. Spesso cerchiamo risposte complicate, poi arriva una canzone così semplice e ti accorgi che è proprio lì che risiede la tua verità. Oggi la considero la scintilla che ha dato un senso nuovo a tutto il progetto. Mi ha costretto a guardarmi dentro e ha cambiato il modo di percepire la mia musica, mi ha dato il coraggio di essere essenziale.</p>



<p><strong>Nel brano parli di equilibrio “tra uno scoglio e l’infinito”: quanto è difficile, per la tua generazione, trovare questo punto di stabilità?</strong></p>



<p>Credo che molti ragazzi della mia generazione vivano un conflitto quotidiano con se stessi per trovare un equilibrio. La scarsa certezza del futuro e la difficoltà nel realizzarsi, o nel concretizzare le proprie idee e i propri obiettivi, hanno creato una sorta di crisi generazionale che, ovviamente, non colpisce tutti allo stesso modo. Nel brano parlo di equilibrio tra uno scoglio e l’infinito: lo scoglio rappresenta le nostre radici, il luogo in cui la nostra personalità si è formata nel passato; l’infinito, invece, sono i nostri sogni e gli obiettivi futuri. L’equilibrio, credo, stia nel mezzo.</p>



<p><strong>La tua musica mescola nostalgia, ironia e sonorità retrò: è un modo per guardare al passato o per immaginare il futuro?</strong></p>



<p>Cerco di usare i colori del passato per immaginare un mio suono futuro.</p>



<p><strong>Essere anche produttore influisce sul modo in cui scrivi e vivi le tue canzoni come artista solista?</strong></p>



<p>Quando produco per gli altri è come indossare vestiti non miei: devo stare molto attento a rispettare ciò che l’artista vuole comunicare e il suo stile. Lavorare sui propri pezzi, invece, è un viaggio dentro se stessi. È scavare per capire chi sei davvero musicalmente e nei testi, cercando di trovare quella cosa speciale che ti rende unico, se c’è.</p>



<p><strong>Dopo Bacio piccolino, che direzione sta prendendo la nuova musica a cui stai lavorando: più istintiva o ancora più consapevole?</strong></p>



<p>L’istinto vince sempre su tutto perché se ti fermi a pensare troppo a come piazzare una nota, quella nota smette di vibrare e diventa un calcolo matematico. E io con la matematica, non sono mai andato d’accordo.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it/interview/renato-damico-e-in-radio-e-in-digitale-con-bacio-piccolino/">Renato D&#8217;Amico è in radio e in digitale con &#8220;Bacio Piccolino&#8221;</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it">Gilt Magazine</a>.</p>
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