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	<title>Interviste &#8211; Gilt Magazine</title>
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	<description>Un mondo dorato a portata di click</description>
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	<title>Interviste &#8211; Gilt Magazine</title>
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		<title>Il percorso creativo di un designer d’eccezione: Philippe Malouin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Apr 2026 23:15:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[alessi]]></category>
		<category><![CDATA[design]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/philippe-malouin-intervista-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/philippe-malouin-intervista-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/philippe-malouin-intervista-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/philippe-malouin-intervista-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/04/philippe-malouin-intervista.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Philippe Malouin racconta un percorso nato dall’istinto e dalla manualità, evoluto nel tempo verso un design essenziale, silenzioso e guidato più dalla funzione e dal processo che dall’estetica</p>
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<p>Tra i protagonisti più rilevanti del design contemporaneo, Philippe Malouin è un designer canadese con base a Londra, noto per un approccio che unisce sperimentazione materica, rigore industriale e una forte componente intuitiva.</p>



<p>Dopo gli studi all’Università di Montreal, alla Design Academy Eindhoven e successivamente al Royal College of Art di Londra, Malouin ha costruito una carriera internazionale collaborando con aziende come Flos, Hem, Resident e SCP, affermandosi come una delle voci più autorevoli della sua generazione.</p>



<p>Il suo lavoro si distingue per una capacità rara: trasformare processi produttivi complessi in oggetti apparentemente semplici, essenziali, ma sempre carichi di tensione progettuale. Un equilibrio tra brutalismo e raffinatezza che è diventato la sua firma.</p>



<p>Dall’intervista emerge chiaramente un aspetto fondamentale del suo approccio: il design non nasce dal disegno, ma dalla materia. Malouin parte infatti quasi sempre da un processo manuale — tagliare, assemblare, costruire — lasciando spazio anche all’errore e all’imprevisto come parte integrante del progetto.</p>



<p>Allo stesso tempo, si percepisce un’evoluzione importante nel suo percorso: se agli inizi il design era anche un modo per affermarsi e “farsi notare”, oggi la sua ricerca si orienta verso oggetti più silenziosi, pensati per durare nel tempo e per entrare con discrezione nella vita quotidiana delle persone.</p>



<p>Una visione che riflette una maturità progettuale sempre più consapevole, dove la forma non è mai solo espressione, ma conseguenza di un processo intelligente e responsabile.</p>



<p><strong>Partiamo dall’inizio: come nasce la tua passione per il design? E cosa ti ha portato a studiare alla Design Academy di Eindhoven e poi all’ENSCI di Parigi?</strong></p>



<p>In breve: tra liceo e università in Canada non avevo idea di cosa volessi fare. Così, da franco-canadese, ho iniziato a viaggiare in Europa. È lì che ho scoperto che esisteva davvero la possibilità di diventare designer di mobili.</p>



<p>Bisogna capire che, se vieni dal Canada negli anni ’90, è difficile anche solo immaginarlo: non c’era un’industria, non c’era un vero mercato.</p>



<p>Viaggiando per alcuni anni in Europa ho incontrato fotografi, architetti, designer… ed è stato naturale appassionarmi sempre di più. Tornato in Canada, mi sono iscritto al corso di Industrial Design all’Università di Montreal. Sapevo che con il massimo dei voti si poteva ottenere una borsa per studiare all’estero: così sono arrivato all’ENSCI di Parigi.</p>



<p>Dopo quell’esperienza sarei dovuto tornare in Canada, ma ormai ero troppo “contaminato” dall’Europa. Sapevo che lì non avrei potuto lavorare nel settore che desideravo. Così ho fatto di tutto per restare e alla fine sono riuscito a entrare alla Design Academy di Eindhoven. È lì che è davvero iniziata la mia carriera.</p>



<p><strong>Questa passione nasce già da bambino?</strong></p>



<p>Assolutamente sì. Sono cresciuto in un luogo molto isolato, lontano dai miei compagni di scuola. Dovevo inventarmi da solo il modo di passare il tempo. Avevamo un grande laboratorio in casa, pieno di attrezzi, e io costruivo i miei giocattoli, facevo arte, creavo oggetti. C’era anche un uomo che lavorava con noi, Lindor: era anziano, fumava sempre, ma mi ha insegnato a tagliare il legno, assemblare, costruire. Io ho sempre fatto oggetti. È qualcosa che mi appartiene da sempre.</p>



<p><strong>Sono passati circa 18 anni dall’inizio della tua carriera. Come è cambiato il design e come è cambiata la tua visione?</strong></p>



<p>È una domanda molto interessante, perché il mio approccio è cambiato molto. Quando sei giovane vuoi farti notare, vuoi fare dichiarazioni forti. Con il tempo, invece, desideri creare oggetti più semplici, meglio progettati, destinati a durare.</p>



<p>Oggi mi interessa realizzare oggetti che siano potenti ma silenziosi. Prima il mio lavoro era più “rumoroso”, ora voglio che l’oggetto comunichi in modo discreto ma intenso.</p>



<p>Mi interessa più come le cose vengono prodotte che come appaiono. Credo che il lavoro del designer industriale sia utilizzare le risorse in modo intelligente e trasformarle in un prodotto significativo, non solo in una forma o in un messaggio.</p>



<p><strong>Sei considerato uno dei designer più influenti della tua generazione. C’è una collaborazione di cui sei particolarmente orgoglioso? E con chi ti piacerebbe lavorare in futuro?</strong></p>



<p>Devo dire Flos.</p>



<p>Da bambino avevamo in casa una lampada Snoopy di Flos: mia madre l’aveva portata dall’Italia negli anni ’80. Era sempre lì, intoccabile, perché preziosa.</p>



<p>Ho sempre sognato di lavorare con loro. Poi, quattro anni fa, mi hanno contattato. Per me è stato incredibile: vengo dal Canada, da “nessun posto”, e mi sono ritrovato a vivere questa realtà europea.</p>



<p>Non ho mai cercato le collaborazioni: in questo settore devi aspettare che siano gli altri a chiamarti. E quando è successo con Flos, è stato qualcosa di speciale.</p>



<p>Per il futuro, non voglio fare nomi, ma mi piacerebbe collaborare con un grande brand europeo, tra Germania e Svizzera.</p>



<p>Detto questo, più che il brand, mi interessa arrivare nelle case delle persone reali. È lì che voglio che i miei oggetti vivano.</p>



<p><strong>Come prendono forma le tue idee? Qual è il tuo processo creativo?</strong></p>



<p>Inizio sempre lavorando a mano. Realizzo oggetti fisici e solo dopo li rifinisco al computer. Molti fanno il contrario: schizzo, digitale, poi prototipo. Io parto dalla materia. Un esempio perfetto è la moka “VITE” per Alessi.</p>



<p>Ho un metodo che chiamo “copy-paste making”: prendo oggetti, li taglio, li saldo, li riassemblo. È un processo molto intuitivo, quasi casuale. Molti miei progetti nascono così, per “incidenti”. Anche VITE è nata in questo modo.</p>



<p>Quando Alessi mi ha chiesto di disegnare una moka, ho accettato subito. Ma la domanda era: cosa puoi davvero aggiungere? Non puoi fare una moka migliore di quella di Richard Sapper. È impossibile.</p>



<p>Quindi puoi solo fare la tua versione. E la mia nasce proprio da questo approccio sperimentale.</p>



<p><strong>Com’è nata la collaborazione con Alessi?</strong></p>



<p>È una storia curiosa.</p>



<p>Uno dei miei studenti all’ECAL aveva contattato Alessi per un progetto, ma non è andato in porto. A un certo punto gli hanno detto: “Chiedi al tuo professore di scriverci”. Pensavo fossero arrabbiati con me… invece volevano propormi di lavorare con loro. Ovviamente ho accettato subito.</p>



<p><strong>La moka “Vita” è un perfetto esempio di “form follows function”. Sei d’accordo?</strong></p>



<p>Sì, anche se con una sfumatura ironica. Come dicevo, il progetto nasce da un processo molto libero, quasi casuale. Ma poi entra in gioco la funzione.</p>



<p>Molte persone fuori da Italia, Francia, Portogallo o Germania non sanno usare una moka. Un canadese o un americano medio non capisce come funzioni.</p>



<p>Così ho deciso di rendere il meccanismo il più evidente possibile: la base è una grande vite, chiaramente leggibile. La sviti e capisci subito come funziona.</p>



<p>Detto questo, la vite è volutamente esagerata: è anche decorativa, quasi una caricatura del principio “la forma segue la funzione”.</p>



<p>Ma sì, in questo caso la forma segue decisamente la funzione.</p>
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		<title>Jimmy Nelson: lo sguardo che celebra l’umanità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 12:50:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Jimmy Nelson]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Celebre per i suoi ritratti intensi e senza tempo, ha dedicato la sua vita a documentare culture indigene e comunità lontane</p>
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<p>Nel panorama della fotografia contemporanea, Jimmy Nelson occupa un posto unico. Nato nel Regno Unito e cresciuto tra Europa e Asia, oggi, a oltre sessant’anni, ha costruito una carriera che è al tempo stesso viaggio, ricerca e racconto umano. Celebre per i suoi ritratti intensi e senza tempo, ha dedicato la sua vita a documentare culture indigene e comunità lontane, restituendone bellezza, dignità e identità attraverso un linguaggio visivo profondamente personale. Il suo lavoro, sospeso tra estetica e antropologia, è un invito a rallentare e a guardare davvero. In questa conversazione, ci accompagna dentro il suo sguardo e il suo modo di abitare il mondo.</p>



<p><strong>Come descriveresti il tuo sguardo fotografico? Ricordi il primo incontro con una cultura che ti ha portato a raccontare il mondo attraverso le tue immagini? E con quale macchina fotografica hai iniziato questo percorso?</strong></p>



<p>Cercherò di essere conciso. Ho iniziato con una macchina fotografica chiamata Zenit B, una 35 mm analogica russa. Ancora oggi utilizzo l’analogico, anche se ora lavoro con una Ghibellini, una macchina italiana. Sono partito con formati piccoli e oggi utilizzo lastre di grande formato.</p>



<p>La prima fotografia l’ho scattata quando avevo circa sedici o diciassette anni, in Tibet. E credo che il filo del mio viaggio sia rimasto lo stesso: uso la macchina fotografica per abbracciare il soggetto con rispetto e amore. Più impegno metto in questo processo, più spero di ricevere in cambio un’apertura, un’accoglienza. Il mio lavoro può sembrare antropologico, giornalistico o documentaristico, ma in realtà non lo è. È un omaggio alla bellezza, alla forza e alla dignità dell’essere umano.</p>



<p>Con il tempo questo approccio si è trasformato in una narrazione più ampia, ma alla base è una storia molto semplice: scelgo di vedere la bellezza e la positività nell’umanità, piuttosto che il vuoto o l’irrilevanza.</p>



<p><strong>Il tuo primo viaggio in Tibet è stato da solo, quasi come un’iniziazione. Quali emozioni hai provato all’arrivo e cosa ti sei portato via quando sei partito?</strong></p>



<p>È stata un’esperienza molto importante. Credo di essere partito con un atteggiamento senza paura, perché sentivo di non avere nulla da perdere. Nel mondo sviluppato, crescendo, diventiamo sempre più timorosi di ciò che possiamo perdere, e forse della vita stessa. Io, da ragazzo, avevo un’autostima così bassa che mi sentivo quasi già “vuoto”: non avevo nulla da perdere, potevo solo salire. E in un certo senso sto ancora salendo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1000" height="400" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-2.jpg" alt="" class="wp-image-142997" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-2.jpg 1000w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-2-300x120.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-2-768x307.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-2-480x192.jpg 480w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p><strong>All’inizio hai avuto difficoltà con la lingua?</strong></p>



<p>No, perché non si tratta di lingua. Si tratta di empatia, vulnerabilità, emozioni: lacrime, risate, danza, musica, presenza fisica. Paradossalmente, non avere una lingua in comune è stato un vantaggio. Ti obbliga a impegnarti molto di più per esprimere chi sei, cosa senti e perché stai guardando, vivendo e reagendo in un certo modo.</p>



<p><strong>Nel tuo lavoro attraversi culture molto diverse. Esiste un elemento universale che le unisce?</strong></p>



<p>Sì, ed è molto semplice: il desiderio di essere visti e rispettati. Tutti vogliamo essere riconosciuti, apprezzati, rispettati. Questo è un linguaggio universale. Ma serve tempo per far capire alle persone che non sei lì per rappresentare una minaccia, ma per osservare con rispetto, quasi per celebrare. È universale, ma non è superficiale: bisogna scavare per trovarlo.</p>



<p><strong>C’è stata una comunità con cui è stato particolarmente difficile entrare in relazione? Come hai superato quella distanza?</strong></p>



<p>Ci sono tante storie, ma una recente riguarda un matrimonio al confine tra Arabia Saudita e Yemen. Uomini e donne erano separati. Ero stato autorizzato a osservare per un’ora, senza scattare fotografie. Quando il momento stava diventando più interessante, mi è stato detto di andarmene. Io invece, seguendo l’istinto, sono entrato. Faceva freddo e ho preso una grande coperta rossa da terra, avvolgendomela intorno. Mi sono immerso tra la folla.</p>



<p>È successo qualcosa: si è creato un silenzio, come se il mare si aprisse. Le persone si sono spostate e quasi inchinate. Avevo disarmato la situazione, non ero più percepito come un intruso, ma come una presenza rispettosa. Sono rimasto tutta la notte. Non ero lì per “prendere” immagini, ma per vivere un’esperienza e lasciarmi accogliere.</p>



<p>Con il tempo impari a fidarti dell’intuizione, a restare curioso, quasi infantile, e a mantenere l’idea di non avere nulla da perdere. Ed è proprio allora che le porte si aprono.</p>



<p><strong>Dal punto di vista tecnico, quanto sono state importanti le tue competenze fotografiche all’inizio? Sono nate in modo istintivo o si sono costruite nel tempo?</strong></p>



<p>All’inizio lavorare in analogico è fondamentale, perché ti obbliga a pensare: la macchina non pensa per te. Oggi la fotografia è molto diversa: la macchina, Photoshop, l’intelligenza artificiale: tutto tende a decidere al posto tuo. Io sono autodidatta, ho sempre imparato dagli errori e continuo a farlo. Ma in realtà non è tanto la macchina a fare la differenza: è lo sforzo che metti per avvicinarti al soggetto. Con una macchina grande, manuale, lo sforzo è inevitabile, e questo crea connessione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1000" height="400" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-1.jpg" alt="" class="wp-image-142996" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-1.jpg 1000w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-1-300x120.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-1-768x307.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/03/Jimmy-Nelson-1-480x192.jpg 480w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p><strong>La tua fotografia ha una forte componente estetica. Oggi l’analogico può ancora offrire qualcosa che il digitale non riesce a replicare?</strong></p>



<p>Nel digitale è la tecnologia a decidere l’estetica. Nell’analogico è l’essere umano. E l’estetica umana è imperfetta, ed è proprio questa imperfezione a renderla bella, perché contiene una firma personale. Il mondo digitale e l’intelligenza artificiale cercano di eliminare l’imperfezione, ma così si perde qualcosa di essenziale. Io cerco invece di avvicinarmi proprio a quell’imperfezione, perché è lì che si trova l’autenticità.&nbsp;</p>



<p>La tecnologia non sono io. È una macchina. Io so cosa sento e cosa penso: non ho bisogno di un algoritmo che me lo dica. Se cresci delegando a un sistema cosa provare e cosa pensare, rischi di dimenticare cosa significa essere umano. Per me il lavoro manuale, artigianale, è ciò che mi connette davvero alle emozioni. Delegare tutto questo mi farebbe sentire vuoto.</p>



<p><strong>Come reagiscono le comunità che fotografi, soprattutto quelle più isolate, quando si vedono ritratte?</strong></p>



<p>Spesso non vedono subito le immagini, perché lavoro in analogico. Quindi ciò che resta è l’esperienza, non la fotografia. E quando torno con le immagini, non sono interessati alle foto. Sono interessati al fatto che io sia tornato. Noi siamo molto focalizzati sull’estetica e sull’immagine. Loro sono focalizzati sulla relazione umana. Le fotografie contano poco: ciò che conta è il legame.</p>



<p><strong>Guardando al futuro: senti ancora il bisogno di esplorare nuovi luoghi o il viaggio è diventato più interiore che geografico?</strong></p>



<p>Entrambi. L’esplorazione geografica è infinita, ma corre in parallelo a quella interiore. Viaggio molto, ma allo stesso tempo sto lavorando a un progetto nei Paesi Bassi con una comunità di persone gravemente ustionate. I loro volti non corrispondono ai canoni estetici tradizionali, ma mi hanno chiesto di guardarli e raccontarli come persone belle. Questo è un viaggio interiore. È un altro livello di fiducia: non cercano tanto l’immagine, quanto la possibilità di mostrarsi attraverso lo sguardo di qualcuno di cui si fidano.</p>



<p>Credits: The Gallery WILLAS Contemporary; <a href="http://willas.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">willas.com</a>.</p>
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		<title>Generazione sentimento : intervista ad Aka7even e Lda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Feb 2026 14:42:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Aka7even-e-Lda-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Aka7even-e-Lda-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Aka7even-e-Lda-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Aka7even-e-Lda-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Aka7even-e-Lda.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Lda e Aka7even si raccontano a ridosso del loro debutto Sanremese e dell'uscita del loro albu</p>
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<p>Aka7even, nome d’arte di Luca Marzano, e LDA, al secolo Luca D’Alessio – figlio di Gigi D’Alessio – si sono fatti conoscere dal grande pubblico grazie ad <em>Amici di Maria De Filippi</em> (Aka7even nell’edizione 2020-2021, LDA nel 2021-2022). Da quel trampolino hanno costruito due percorsi solidi nel pop italiano: Aka7even ha conquistato classifiche e palchi importanti fino al debutto a Sanremo 2022 con “Perfetta così”, mentre LDA ha portato la sua cifra urban-pop all’Ariston nel 2023 con “Se poi domani”. Oggi, dopo esperienze soliste e una crescita artistica evidente, li abbiamo incontrati in occasione della 76ª edizione del Festival di Sanremo, dove tornano insieme con “Poesie Clandestine”, progetto nato prima da un’amicizia profonda e poi diventato collaborazione musicale.</p>



<p><strong>Dalla serata delle cover: avete scelto Tullio De Piscopo e “Andamento Lento”. Perché proprio lui? È un omaggio alle vostre radici o un ponte tra generazioni?</strong></p>



<p><strong>Aka7even:</strong><br>È entrambe le cose. Un omaggio alle radici e, allo stesso tempo, un ponte tra generazioni. Tullio è uno dei capostipiti della musica napoletana, ma anche un musicista di statura internazionale: un batterista che ha segnato la storia della musica mondiale. Portarlo con noi a Sanremo è un onore enorme. Rappresenta un collegamento naturale tra la nostra generazione e la sua. E poi, conoscendolo durante le prove, abbiamo scoperto un’energia incredibile: paradossalmente, era lui il più giovane di tutti.</p>



<p><strong>LDA:</strong><br>Tullio è storia. È un orgoglio italiano all’estero, un artista che ha cresciuto intere generazioni — da “Andamento Lento” fino ai lavori con Pino Daniele. Siamo fieri di condividere il palco con una leggenda. Per me, personalmente, resta la soddisfazione di aver cantato accanto a un’icona della musica.</p>



<p><strong>“Poesie Clandestine” racconta un amore viscerale ma instabile. È lo specchio della vostra generazione o qualcosa di più personale?</strong></p>



<p><strong>Aka7even:</strong><br>Viviamo in un tempo in cui tutto è veloce, accessibile, immediato. Anche i sentimenti sembrano seguire questo ritmo: intensi, ma spesso fugaci. Senza voler generalizzare, il brano intercetta questo flusso emotivo contemporaneo. Non riguarda solo i giovani: ogni generazione, in fondo, si adatta al proprio tempo. Oggi tutto è “fast”, e anche l’amore, a volte, lo diventa.</p>



<p><strong>LDA:</strong><br>È sicuramente un ritratto della nostra generazione, ma mi sono spesso chiesto se quelle precedenti fossero davvero così diverse. Forse non avevano i social a mostrare tutto. Oggi vediamo ogni dinamica amplificata, esposta. Chissà se certi amori instabili non siano sempre esistiti, semplicemente meno visibili. È una domanda che mi pongo spesso, senza ironia.</p>



<p><strong>Il progetto nasce prima come legame umano e poi come collaborazione artistica. Quanto ha contato conoscervi “tra le mura di casa”?</strong></p>



<p><strong>Aka7even:</strong><br>È nato tutto in modo naturale. Più che una decisione strategica, è stato un bisogno. Ci conosciamo da anni, prima ancora dei riflettori. Viviamo insieme, siamo come fratelli. Questa complicità ha reso il disco spontaneo, vero. È un album nato in casa, e questa dimensione intima si sente.</p>



<p><strong>LDA:</strong><br>Dal punto di vista pratico, la convivenza ha fatto la differenza. Ma soprattutto, nessuno dei due voleva essere protagonista a tutti i costi. L’obiettivo era la riuscita del pezzo, del progetto. Quando non c’è competizione interna, si lavora meglio. Ci siamo spalleggiati sempre, ed è questo equilibrio che rende il disco così naturale.</p>



<p><strong>Il titolo “Poesie Clandestine” è molto evocativo. Cosa significa per voi?</strong></p>



<p><strong>Aka7even:</strong><br>Sono le molteplici sfaccettature dell’amore: desiderio, malinconia, passione, nostalgia. Emozioni che spesso restano nascoste, fugaci, quasi segrete. Il soggetto non è necessariamente una persona: può essere una città, come Napoli, o un ricordo. In “Maledetta voglia di te”, ad esempio, il destinatario potrebbe non essere un partner ma un luogo. È un disco aperto, interpretabile.</p>



<p><strong>LDA:</strong><br>In fondo, ogni frase d’amore può diventare una poesia clandestina. Sono pensieri intimi che si uniscono e diventano canzoni. Il concept è semplice: un insieme di poesie segrete che trovano voce nella musica.</p>



<p><strong>Tra i nove brani, ce n’è uno a cui siete particolarmente legati?</strong></p>



<p><strong>Aka7even:</strong><br>Ogni pezzo ha una storia diversa: alcuni sono nati da me, altri da Luca, altri ancora insieme ai produttori. Il filo rosso resta la nostra amicizia. Più che a un brano, sono legato al processo.</p>



<p><strong>LDA:</strong><br>Per me “Stupide Parole” è speciale. È il mio primo esperimento boom bap, con sonorità napoletane. L’ho scritto in una notte, dalle due alle sette e cinquanta del mattino. Ricordo l’alba, ogni emozione. È un brano che sento visceralmente. E poi “Poesie Clandestine”, nata quasi per caso a Roma, in studio, tra una risata e l’altra. Luca ha dato a entrambi i pezzi quel qualcosa in più che li ha fatti svoltare.</p>



<p><strong>Tornate all’Ariston insieme, nell’ultimo Sanremo condotto da Carlo Conti. Con quale spirito salirete su quel palco?</strong></p>



<p><strong>Aka7even:</strong><br>Siamo consapevoli dell’importanza del palco, l’ansia c’è, ma vogliamo viverlo con leggerezza. Il pezzo ha un’anima intensa, ma suona libero, quasi liberatorio. Il nostro obiettivo è divertirci e trasmettere quella stessa energia al pubblico. Essere noi stessi al cento per cento, sostenendoci a vicenda e lasciando fuori le paure.</p>
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		<title>Gio Evan, l’arte di restare umani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Feb 2026 10:05:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[evanland]]></category>
		<category><![CDATA[extraterrestre tour]]></category>
		<category><![CDATA[Gio Evan]]></category>
		<category><![CDATA[L&#039;affine del mondo live]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-8-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-8-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-8-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-8-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-8.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Gio Evan intreccia musica, poesia e spiritualità per creare connessione e ascolto autentico.<br />
La sua arte invita a rallentare e a riscoprire l’umanità come gesto rivoluzionario.</p>
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<p>C’è un momento, nel rumore continuo del mondo, in cui qualcuno riesce ancora a fermare il tempo. Gio Evan è uno di quei rari artisti capaci di farlo: con una canzone, una risata, una frase che arriva quando serve. Dopo il successo del tour teatrale L’affine del mondo, il suo percorso artistico continua ad aprire spazi di ascolto, connessione e meraviglia.</p>



<p>Dal 6 febbraio sarà disponibile in digitale “L’AFFINE DEL MONDO LIVE”, l’album registrato durante l’omonimo tour teatrale che tra ottobre e dicembre ha attraversato venti tra i principali teatri italiani, vendendo oltre 20.000 biglietti. Un lavoro che non è solo una restituzione sonora, ma una vera esperienza emotiva: un viaggio che intreccia poesia e canzone, parole e silenzi, filosofia e carne viva.</p>



<p>In questo disco live Gio Evan cattura l’energia irripetibile dell’incontro dal vivo. Ogni brano è attraversato da una forte carica emotiva, figlia dell’affinità, quella invisibile e potentissima, che nasce quando gli esseri umani si riconoscono. Il linguaggio è diretto, accessibile, ma mai scontato: è una carezza che scuote, una domanda che non pretende risposte.</p>



<p>Il viaggio non si ferma. Il 22 marzo, Gio Evan porterà il suo mondo anche a Londra, sul palco dell’Islington Assembly Hall, confermando una dimensione sempre più internazionale del suo percorso.</p>



<p>Ma è l’estate a segnare un nuovo capitolo. Dal 20 giugno, da Villa Ada a Roma, partirà “EXTRATERRESTE”, il nuovo tour musicale, comico e spirituale prodotto da Friends &amp; Partners. Uno spettacolo che riflette sulla contemporaneità e sulla nostra tendenza all’accumulo, di oggetti, aspettative, paure, e sul conseguente allontanamento dall’essenziale. In un equilibrio sottile tra leggerezza e profondità, Gio Evan attraversa i confini tra cura e controllo, attaccamento e presenza, invitando il pubblico a lasciare andare ciò che pesa per tornare a ciò che conta davvero.</p>



<p>Accanto alla musica, torna anche uno degli spazi più preziosi creati dall’artista: EVANLAND, il festival internazionale del mondo interiore, giunto alla sua quinta edizione, che si terrà il 25 e 26 luglio ad Assisi. Definito come un “raduno dei buoni” o persino “la terza pace mondiale”, Evanland è diventato negli anni un luogo reale e simbolico dove fermarsi, riconnettersi, condividere valori di gentilezza, consapevolezza ed evoluzione personale.</p>



<p>Tra i primi ospiti annunciati:</p>



<ul><li>Cisco e gli ex Modena City Ramblers, per celebrare i 30 anni de La grande famiglia</li><li>Montoya, con il suo dj set che fonde elettronica, folk latinoamericano e musica andina</li><li>Valerio Lundini e i Vazzanikki, protagonisti di uno show ironico, caustico e imprevedibile</li></ul>



<p>A completare questo percorso artistico e umano, dal 31 marzo arriverà in libreria il nuovo romanzo “La gioia è un duro lavoro” (Feltrinelli), un racconto intimo e sospeso tra sogno e realtà, in cui Gio Evan affronta la perdita della madre, intrecciando il dolore agli insegnamenti spirituali ricevuti dal suo maestro.</p>



<p>Scrittore, poeta, filosofo, cantautore, performer, artista di strada: Gio Evan continua a muoversi tra i linguaggi senza mai perdere il centro. In un’epoca che corre, la sua arte resta un invito gentile a rallentare, ascoltarsi e ricordare che, forse, essere umani è ancora il gesto più rivoluzionario.</p>



<p><strong>“L’Affine del Mondo Live” nasce dal teatro: quanto è importante per te catturare l’imperfezione e l’energia dell’istante rispetto alla perfezione di uno studio?</strong></p>



<p>Sono lì. Mi trovo e ritrovo nell’imperfezione, nell’asimmetria. Seguo l’irregolamento della vita. La perfezione, la linea sempre retta, nelle culture animiste è del maligno. A Dio piace lo scarabocchio, il righello è per gli infelici. Nel teatro mi affido alla vita autentica, mi piace la sua sregolatezza.</p>



<p><strong>Nel tour Extraterreste parli di accumulo e di ritorno all’essenziale: cosa senti di dover lasciare andare oggi, come uomo prima ancora che come artista?</strong></p>



<p>I luoghi. Credo che la mia difficoltà stia nel saper lasciare un luogo per sempre, perché fino ad ora non è così. Amo ritornarci. Dovrei sciogliere questi affetti emotivi. Siamo, a mio parere, predestinati a diventare fiume, ma a dover saper fare il deserto. Oggi vedo poche persone deserto e mi rattrista.</p>



<p><strong>Evanland viene definito “il festival del mondo interiore”: che tipo di umanità incontri ogni anno lì, e cosa ti restituisce a livello personale?</strong></p>



<p>Non è restituzione, accade un pareggio. Quando una frequenza alta incontra una bassa, quella alta la abbraccia e la eleva con sé. Ad Evanland succede che ci abbracciamo e la spinta evolutiva accelera il passaggio. A Evanland si incontra chi non ha paura di crescere emotivamente e spiritualmente. Niente non è.</p>



<p><strong>La tua arte riesce a far convivere comicità, spiritualità e dolore: come trovi l’equilibrio tra leggerezza e profondità senza tradire nessuna delle due?</strong></p>



<p>Praticando la coerenza. Nella vita abbiamo momenti seri, momenti soavi, leggeri, saggi. Non ci chiediamo come sia possibile essere a volte tristi, a volte felici: sappiamo che accade e che è il percorso universale della vita umana qui in terra. Faccio così. È impossibile tradire quando si prende la vita nella sua interezza.</p>



<p><strong>Nel nuovo romanzo affronti il tema della perdita e della gioia come lavoro quotidiano: cosa significa per te, oggi, “prenderti cura” della tua gioia?</strong></p>



<p>La gioia a dieci è spontanea. A venti succede senza troppi sforzi. Ma a trenta diventa lavoro. Intuisci che c’è un mestiere dentro il saper lasciare andare. Che la solitudine ha bisogno di collaudo continuo. Che il distacco da alcune materie va fortificato. La gioia è una cosa seria: ci rende più giocosi, ma è cosa seria.</p>



<p><strong>Nel tuo percorso artistico ritorna spesso l’idea di connessione tra visibile e invisibile, tra ciò che siamo e ciò che sentiamo. Il pensiero sciamanico parla proprio di un “ponte” tra mondi: quanto ti riconosci in questa figura di mediatore e in che modo questa visione influisce sul tuo modo di scrivere, cantare e stare sul palco?</strong></p>



<p>Non era mia intenzione, lo sciamanesimo. O forse sì. Resta il fatto che i miei viaggi sono incappati in quell’educazione ed ora per me è gesto consueto e usuale. Ho una relazione con il non veduto; divento ponte solo dal momento in cui incontro chi non ha questa relazione.</p>



<p><strong>La gioia è un duro lavoro è definito un romanzo–saggio spirituale, sospeso tra sogno, realtà e insegnamento. Quanto della tua visione spirituale, e di quell’antica saggezza che invita a vivere in armonia con sé stessi e con l’universo è presente in questo libro, e cosa speri che il lettore riesca a “portare con sé” dopo averlo attraversato?</strong></p>



<p>È un libro sensibile, ma dentro c’è anche un’acrobazia spirituale, essenziale da accorpare. Quella di dialogare con la morte, di crearci amicizia, trovarci affinità e maestria. Viviamo in una fascia della terra dove si nasconde il più possibile il pensiero della morte. Credo sia giunto il momento di normalizzare il grande avvenimento e di renderlo a portata di spiritualità. Cerco lettori che vogliano crescere sé stessi, che cercano e ricercano; non mi interessa chi legge per distrarsi.</p>



<p><strong>Lo sciamanesimo nasce come pratica di guarigione, equilibrio e ascolto profondo dell’energia che ci attraversa. Nella tua vita personale e artistica, quanto il cammino spirituale ti ha aiutato ad attraversare il dolore, il cambiamento e la perdita, trasformandoli in creazione e consapevolezza?&nbsp;</strong></p>



<p>È tutto e solo e sempre qui, nel cammino spirituale. Il resto è distrazione, e la distrazione è peggio della morte.&nbsp;</p>
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		<title>La coerenza come stile. Ester Pantano racconta il suo cinema</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Feb 2026 10:36:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[ester pantano]]></category>
		<category><![CDATA[Ester Pantano attrice]]></category>
		<category><![CDATA[Ester Pantano film]]></category>
		<category><![CDATA[Ester Pantano intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Ester Pantano io+te]]></category>
		<category><![CDATA[gilt interviste]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia, si muove con naturalezza tra cinema, teatro e televisione, costruendo nel tempo un percorso coerente, mai accomodante</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it/interview/la-coerenza-come-stile-ester-pantano-racconta-il-suo-cinema/">La coerenza come stile. Ester Pantano racconta il suo cinema</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it">Gilt Magazine</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" />
<p>Attrice siciliana, classe 1990, Ester Pantano è una di quelle presenze che non attraversano lo schermo in modo neutro. Porta con sé un’energia precisa, un pensiero strutturato, una visione del mondo che si riflette inevitabilmente nei personaggi che sceglie di interpretare. Diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia, si muove con naturalezza tra cinema, teatro e televisione, costruendo nel tempo un percorso coerente, mai accomodante.</p>



<p>Il grande pubblico la conosce per ruoli popolari che l’hanno resa riconoscibile e amata, ma è nel cinema più intimo e autoriale che Pantano sembra trovare il suo spazio più autentico: quello in cui il personaggio femminile non è funzione narrativa, ma soggetto complesso, politico, vivo. Le sue donne non sono mai decorative, mai rassicuranti. Sono attraversate da contraddizioni, desideri, fratture, scelte radicali.</p>



<p>Parallelamente al lavoro artistico, Ester Pantano ha sempre mantenuto una posizione chiara e pubblica su temi legati ai diritti, al linguaggio, alla rappresentazione del corpo femminile e al ruolo delle donne nello spazio culturale e mediatico. Una presa di posizione che non si traduce in slogan, ma in una coerenza profonda tra ciò che interpreta e ciò che è.</p>



<p>In <em>Io+Te</em>, film che la vede protagonista nei panni di Mia, questa traiettoria trova una nuova, intensa declinazione. Ma il racconto che emerge va oltre il singolo ruolo: parla di identità, di libertà, di desiderio, di maternità, di potere. E soprattutto di un modo di essere donna che non accetta di essere semplificato, addomesticato o ridotto a narrazione conveniente.</p>



<p>Un dialogo che attraversa il cinema, la società e lo stile – inteso come postura esistenziale – e che restituisce il ritratto di un’attrice e di una donna che ha scelto, consapevolmente, da che parte stare.</p>



<p><strong>In </strong><strong><em>Io+Te</em></strong><strong> interpreti Mia, una donna indipendente, razionale, apparentemente impermeabile ai legami, che però viene attraversata da un amore capace di rimettere tutto in discussione. Cosa ti ha affascinato di più di questo personaggio e in quale punto del suo percorso ti sei sentita più vicina a lei come donna, prima ancora che come attrice?</strong></p>



<p>Mi ha affascinato il modo in cui Mia trova un rimedio ai suoi traumi infantili e all’assenza dei genitori: una madre attrice, spesso lontana per lavoro, e un padre che l’ha abbandonata. Di fronte a questo vuoto, sceglie un lavoro stabile, di grande responsabilità, un lavoro in cui salva vite e porta vita. Eppure, una volta rientrata nella sua dimensione privata, sente il bisogno di essere slegata da tutto e da tutti. Gli esseri umani si adattano a ciò che hanno e, quasi sempre, riescono a salvarsi.</p>



<p>Di lei riconosco profondamente l’indipendenza e l’emancipazione: non dover chiedere il permesso a nessuno, sapersela cavare da sola e, soprattutto, non lasciarsi sopraffare da ciò che la società ha deciso per te solo perché sei una donna.</p>



<p>Anch’io sono impermeabile ai legami, ma a quelli tossici. È una cosa che ho imparato negli anni e riguarda tutti i tipi di relazioni: amorose, amicali, lavorative.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1000" height="400" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano.jpg" alt="" class="wp-image-141963" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano.jpg 1000w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-300x120.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-768x307.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-480x192.jpg 480w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p><strong>Mia vive la sensualità come esperienza libera, non necessariamente legata alla promessa o alla stabilità. In un’epoca in cui il corpo femminile è spesso raccontato attraverso stereotipi o aspettative esterne, che tipo di femminilità e sensualità ti interessava portare in scena attraverso di lei? E quanto questa visione dialoga con la donna Ester Pantano di oggi?</strong></p>



<p>È fondamentale sdoganare tutti i luoghi comuni sulle donne “rassicuranti”, prive di pulsioni sessuali, addomesticate per le mura domestiche, per figliare e accudire il focolare. È una narrazione profondamente maschile e tremendamente conveniente. Le donne desiderano, giocano, esplorano esattamente come gli uomini. Solo che per troppo tempo questo è stato vietato, condannato, giudicato.</p>



<p>Da bambina venivo definita un maschiaccio. In realtà ero solo libera, piena di passioni. Non mi interessava portare sensualità, ma verità. Mia seduce se vuole, non sempre e non per compiacere. È padrona del suo corpo, in tutto. Per me la sensualità è questo: avere passioni e nutrirle.</p>



<p><strong>Il film affronta con grande delicatezza e verità il tema della maternità mancata o difficile, mostrando come questa esperienza possa incidere profondamente sull’identità di una donna. Da attrice, quanto è stato complesso entrare in questa fragilità così intima e quanto pensi sia ancora necessario, oggi, raccontare senza filtri queste storie?</strong></p>



<p>È necessario raccontarle, perché esiste ancora chi condanna le donne che decidono di abortire. Chi condanna una donna che sceglie di abortire dopo una violenza. Chi si oppone all’aborto anche quando la donna rischia la vita. Ci sono tantissime questioni che devono ancora essere analizzate, messe a fuoco, illuminate.</p>



<p>In questa storia si porta alla luce anche ciò che continua a essere nascosto o reso illeggibile attraverso parole ambigue. Ed è lì che il cinema deve intervenire: per restituire chiarezza, dignità, complessità.</p>



<p><strong>Dai lavori più popolari, come </strong><strong><em>Oi vita mia</em></strong><strong>, fino a progetti cinematografici più intimi e autoriali come </strong><strong><em>Io+Te</em></strong><strong>, il tuo percorso mostra una continua ricerca di ruoli femminili non convenzionali. C’è un filo rosso che senti di seguire nelle tue scelte artistiche? E che tipo di personaggi senti di voler esplorare sempre di più in futuro?</strong></p>



<p>La mia fortuna – e il mio onore – è stato forse quello di essere scelta e riconosciuta come donna portatrice di valori, di un potere proprio nel mio stare al mondo. Anche nel verbalizzare il mio disaccordo verso strutture sociali che continuano a imporsi.</p>



<p>Porto avanti un’idea di indipendenza, emancipazione e di assoluto rifiuto del compromesso. Credo sia fondamentale, oggi, accettare il rischio di un “no” pur di restare a posto con la propria coscienza. I cambiamenti reali passano anche dalle piccole cose quotidiane: dal linguaggio, dal modo di porsi, di dialogare, dal pretendere parole giuste. Le parole sono importanti.</p>



<p>Un film che ha cambiato profondamente la mia vita è <em>Francesca e Giovanni</em>, in cui interpreto Francesca Morvillo. Una magistrata straordinaria, ancora oggi raccontata sui giornali come “la moglie di”. Questo è un problema enorme di narrazione.</p>



<p>E abbiamo il dovere – soprattutto chi ha più visibilità – di cambiarla. Non possiamo più accettare una televisione che espone corpi femminili come accessori, donne mezze nude chiamate a sorridere, rassicurare, eccitare, mentre gli uomini parlano e detengono il contenuto. È imbarazzante. Dobbiamo riprenderci questo potere. Io so di far parte di quelle donne che non vogliono essere addomesticate. E che, soprattutto, non lo sono.</p>



<p><strong>Il cinema, come la moda, ha il potere di raccontare chi siamo e chi stiamo diventando. Se dovessi definire il tuo rapporto con lo stile – inteso non solo come abiti, ma come modo di stare nel mondo – diresti che oggi ti rappresenta di più l’eleganza della coerenza o il coraggio della trasformazione?</strong></p>



<p>Cinema e moda raccontano da sempre il tempo che viviamo: il sogno, l’onirico, l’utopia. Spesso, nei film e negli stili che amo, portano rivoluzioni e libertà scardinate da ogni regola, lontane dalla perfezione.</p>



<p>Oggi hanno una responsabilità enorme: non creare dismorfismi, non proporre modelli irrealistici, non trasformare le persone in Frankenstein della chirurgia estetica. Io credo di essere un’elegante rivoluzione contro gli stereotipi imposti. Spero che i ragazzi scelgano modelli ispirazionali, non estetici. Che sviluppino il proprio gusto, che siano fieri delle loro disuguaglianze, della loro personalità non conforme.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it/interview/la-coerenza-come-stile-ester-pantano-racconta-il-suo-cinema/">La coerenza come stile. Ester Pantano racconta il suo cinema</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it">Gilt Magazine</a>.</p>
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		<title>Dead Poets Club: quando la poesia immortale torna a cantare nel futuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Jan 2026 16:44:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Dead Poets Club]]></category>
		<category><![CDATA[Negra Sombra]]></category>
		<category><![CDATA[The Fly]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-1-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-1-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-1-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-1-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-1.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Dead Poets Club reinterpreta la poesia classica con musica contemporanea e AI, usata come supporto creativo, dimostrando che la poesia è ancora viva.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-1-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-1-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-1-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-1-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-1.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" />
<p>Ci sono parole che non muoiono mai. Restano sospese nel tempo, in attesa di una nuova voce capace di farle vibrare ancora. Dead Poets Club nasce esattamente da questo desiderio: riportare alla vita la poesia immortale del passato attraverso il linguaggio del presente, intrecciando musica, tecnologia e visione artistica.</p>



<p>Disponibile in digitale l’EP “Dead Poets Club”, un progetto che esplora con intelligenza e sensibilità l’interazione tra intelligenza artificiale e produzione musicale, dimostrando come la tecnologia possa diventare uno strumento di supporto creativo senza mai sostituire l’anima dell’artista.</p>



<p>Dietro il nome evocativo del gruppo ci sono tre figure di grande spessore: Giovanni Favero, pioniere nell’uso dell’AI applicata alla musica e autore di progetti multimediali che uniscono cultura e sperimentazione; Roberto Turatti, storico produttore, DJ e padre fondatore dell’Italo disco con oltre 140 evergreen e successi internazionali; e Fulvio Muzio, compositore e musicista dei Decibel, da sempre in equilibrio tra ricerca sonora e profondità emotiva.</p>



<p>“Dead Poets Club” non è solo un EP, ma un vero laboratorio artistico e culturale, nato anche grazie alla collaborazione con l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, il Dipartimento di Informatica, Sistemistica e Comunicazione e lo spin-off Whattadata, con l’obiettivo di studiare uno sviluppo etico e consapevole dell’intelligenza artificiale nella musica professionale.</p>



<p>I quattro brani dell’EP mettono in musica testi poetici di William Blake, Gabriele D’Annunzio, Rosalia de Castro e Catullo, riletti in chiave contemporanea. La tecnologia entra in gioco come alleata silenziosa: suggerisce, supporta, amplia le possibilità espressive, ma lascia sempre all’essere umano il centro del processo creativo.</p>



<p>Dopo il primo singolo “The Fly”, ispirato a Blake, arriva “Negra Sombra”, secondo singolo che dà nuova vita alle liriche della poetessa galiziana Rosalia de Castro. È un brano trascinante, dal ritmo latino e reggaeton, che racconta il dialogo intimo con la propria “ombra”: una metafora del dolore, della malinconia, di quel tormento interiore che non può essere scacciato, ma solo accettato. Nel videoclip, il ballo diventa catarsi, fusione, riconciliazione con sé stessi.</p>



<p>Il viaggio prosegue con altri due brani inediti: “Le Stirpi Canore”, dove il panismo di D’Annunzio incontra un rap elegante con vibrazioni R&amp;B e influenze trap; e “Carme V”, potente invito catulliano a vivere l’amore senza riserve, trasformato in un inno moderno che fonde trance ed orchestrazioni classiche, euforia e profondità.</p>



<p>Al centro di tutto resta una certezza: la creatività è umana. L’intelligenza artificiale non crea emozioni, non scrive poesia, non sostituisce l’artista. Ma può amplificarne la visione, aprire nuove strade, far dialogare secoli lontani. E Dead Poets Club lo dimostra con rispetto, coraggio e una straordinaria lucidità artistica.</p>



<p>Ascoltare questo progetto significa riscoprire che la poesia non appartiene al passato: è viva, danza, pulsa. Basta solo darle una nuova voce.</p>



<p><strong>Com’è nata l’idea di Dead Poets Club e perché avete sentito l’esigenza di far dialogare poesia classica e intelligenza artificiale?</strong></p>



<p>DEAD POETS CLUB&nbsp;è un progetto musicale ideato e composto da un team di 3&nbsp;artisti&nbsp;con competenze nel campo della musica, della produzione musicale, della innovazione culturale e&nbsp; della imprenditoria. L’idea originale è stata quella di esplorare l&#8217;interazione creativa tra musicisti e intelligenza artificiale per promuoverne un utilizzo etico che non sostituisca, ma integri la creatività umana.L&#8217;idea di far dialogare poesia classica e intelligenza artificiale nasce dalla nostra determinazione di mantenere l&#8217;essere umano ed il suo ingegno al centro della produzione creativa. E se parliamo di ingegno umano quale scelta migliore potrebbe esserci che non utilizzare l&#8217;opéra di poeti universalmente noti, appartenuti a varie epoche e culture?</p>



<p><strong>In un momento storico in cui l’AI spaventa molti artisti, voi la proponete come alleata: qual è il confine che non deve mai essere superato?</strong></p>



<p>Non crediamo che si possa decretare un confine da non superare. L&#8217;intelligenza artificiale non è facilmente ingabbiabile e controllabile ed è un&#8217;utopia pensare che non ci sia qualcuno disposto a infrangere dei limiti imposti arbitrariamente. Piuttosto a nostro parere è importante creare uno spartiacque tra ciò che può essere utilizzato a scopo di intrattenimento personale e cio che può essere utilizzato in maniera professionale a scopi commerciali e di profitto. </p>



<p>Il primo caso è quello in cui il fruitore, stabilito un tema, un argomento, delega all&#8217;intelligenza artificiale lo sviluppo di tutto il progetto. Ad esempio nel caso di un brano musicale l&#8217;intelligenza artificiale provvede quindi a sviluppare un testo e la relativa musica avvalendosi di campioni pre-esistenti presenti nel suo immenso archivio di suoni e testie ciò comporta un serio rischio di plagio. Ma qualora l&#8217;utilizzatore sia un professionista che affida all&#8217;intelligenza artificiale un proprio testo e una propria musica chiedendole con istruzioni dettagliate di produrre un arrangiamento di livello professionale, allora, essendo il ruolo dell&#8217;intelligenza artificiale quello di un partner in grado di contribuire a innalzare la qualità del prodotto e a ridurne i costi di produzione, a nostro parere in questo caso il suo utilizzo anche a fini commerciali è legittimo.</p>



<p><strong>Come avete scelto i poeti e i testi da reinterpretare in questo EP e cosa vi ha colpito della loro sorprendente attualità?</strong></p>



<p>Il progetto include sette grandi poeti che rappresentano diverse culture&nbsp; ed epoche ;&nbsp; le poesie prescelte oltre ad essere noti capolavori letterari si prestavano a divenire canzoni per loro caratteristiche metriche.</p>



<p>Non ultimo un&#8217;aspetto giuridico: trattandosi di poeti morti&nbsp; da oltre settanta anni risultano autori di opere di pubblico dominio , permettendoci in tal mnodo di poter pensare liberatmente alla versione in musica&nbsp; &nbsp;</p>



<p><strong>“Negra Sombra” affronta il tema dell’ombra interiore e dell’accettazione del dolore: quanto è personale questo messaggio per voi?</strong></p>



<p>Noi non siamo il nostro dolore ma possiamo osservarlo, capirlo e neutralizzarlo ; anche il video realizzato evidenzia che l&#8217;ombra temuta dalla protagonista è infine un bel ragazzo con con potere ballare e passare una piacevolissima serata</p>



<p><strong>Guardando al futuro, pensate che questo progetto possa diventare un modello etico e creativo per l’uso dell’intelligenza artificiale nella musica?</strong></p>



<p>Il progetto è già entrato in una seconda fase con artisti che ci chiedono di arrangiare e produrre con il metodo proposto i loro brani.</p>



<p>A brevissimo uscirà l&#8217;inno antagonista alle Olimpiadi 2026 dei Cockn&#8217;y Outcast, un trio inglese con una storia da film, ed un altro brano internazionale arrangiato da noi. Si parte sempre da ratisti con brani meritevoli e molta creatività umana . rispetto ai quali l&#8217;AI è strumento per una produzione esecutiva sorprendente.</p>
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		<title>Renato D&#8217;Amico è in radio e in digitale con &#8220;Bacio Piccolino&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2026 16:48:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Bacio Piccolino]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[Renato D&#039;Amico]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-2-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-2-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-2-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-2-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-2.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>“Bacio piccolino” di Renato D’Amico è un brano pop retrò che racconta un amore giovanile come esperienza di crescita ed equilibrio, segnando una svolta nel suo percorso artistico.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it/interview/renato-damico-e-in-radio-e-in-digitale-con-bacio-piccolino/">Renato D&#8217;Amico è in radio e in digitale con &#8220;Bacio Piccolino&#8221;</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it">Gilt Magazine</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-2-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-2-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-2-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-2-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/immagini-2.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" />
<p>Ci sono canzoni che nascono leggere e finiscono per dire molto più di quanto promettono.</p>



<p>Bacio piccolino è una di quelle: entra in punta di piedi, con un sorriso, e resta addosso come una rivelazione.</p>



<p>È in radio e in digitale “BACIO PICCOLINO”, il nuovo brano di Renato D’Amico, cantautore, produttore e polistrumentista siciliano che continua a costruire un percorso personale e riconoscibile, fatto di immagini vivide, ironia e profondità emotiva. Un brano vivace, dall’anima retrò, che fonde immediatezza pop e scrittura d’autore, muovendosi tra nostalgia e desiderio di futuro.</p>



<p>Bacio piccolino racconta le turbolenze di un amore giovanile, vissuto più nei sogni che nella realtà. Un amore che non salva, ma insegna. Lei, ispirata dalla filosofia di Gurdjieff, diventa inaspettatamente un punto di riferimento per la crescita interiore del protagonista, trasmettendogli una lezione essenziale: trovare la stabilità “tra uno scoglio e l’infinito”, restare ancorati alla realtà senza smettere di immaginare.</p>



<p>“Bacio piccolino” è nata in Sicilia due anni fa come la scintilla iniziale che ha ridefinito il mio progetto, racconta Renato D’Amico. È stata creata in un periodo in cui cercavo la mia identità personale e musicale. Il brano parla di un amore vissuto più nei sogni che nella realtà, ma grazie al quale mi sono reso conto che quella persona, nel bene e nel male, mi aveva aiutato a trovare il mio equilibrio .</p>



<p>Non è solo una canzone, ma un punto di svolta. Un brano che segna l’inizio di una nuova consapevolezza artistica e umana.</p>



<p>Il videoclip ufficiale, diretto da Manuel Cernigliaro e prodotto da Giorgia Bucci e Matteo Nacci, accompagna il pezzo con un immaginario visivo coerente, sospeso tra leggerezza e introspezione, rafforzando quel senso di memoria emotiva che attraversa tutto il progetto.</p>



<p>Nato a Erice (Trapani) nel 1998, Renato D’Amico porta nella sua musica il calore del Mediterraneo, mescolandolo alle sonorità italo disco e a un gusto dichiaratamente anni ’70 e ’80, riletto in chiave contemporanea. Dopo il trasferimento a Milano nel 2022, rilancia il suo progetto solista con “Siamo tutti noi!” (dicembre 2023), seguito nel 2024 da “Federico” e “Il sale nelle orecchie mi fa innervosire”, fino a “Per non farti del male”, pubblicato lo scorso ottobre.</p>



<p>Accanto al percorso da cantautore, Renato è anche un produttore stimato della nuova scena italiana: ha collaborato con numerosi artisti ed è stato il produttore del disco d’esordio di Emma Nolde e Il Postino, confermando una visione musicale ampia e curiosa.</p>



<p>La sua cifra stilistica unisce ironia, immaginario visivo e racconti generazionali, fotografando una generazione in equilibrio precario tra nostalgia e possibilità future. Bacio piccolino ne è l’emblema: una canzone che parla di crescita senza retorica, di equilibrio senza rigidità, di sogni che restano vivi anche quando diventano più consapevoli.</p>



<p>E mentre il brano è già in rotazione radiofonica, Renato D’Amico guarda avanti: nuove canzoni sono in lavorazione, pronte ad ampliare un universo musicale sempre più definito.</p>



<p><strong>Bacio piccolino nasce come una scintilla che ha ridefinito il tuo progetto: oggi, guardandoti indietro, cosa rappresenta davvero questa canzone per te?</strong></p>



<p>Bacio Piccolino non è stato solo un brano, è stato uno spartiacque. Spesso cerchiamo risposte complicate, poi arriva una canzone così semplice e ti accorgi che è proprio lì che risiede la tua verità. Oggi la considero la scintilla che ha dato un senso nuovo a tutto il progetto. Mi ha costretto a guardarmi dentro e ha cambiato il modo di percepire la mia musica, mi ha dato il coraggio di essere essenziale.</p>



<p><strong>Nel brano parli di equilibrio “tra uno scoglio e l’infinito”: quanto è difficile, per la tua generazione, trovare questo punto di stabilità?</strong></p>



<p>Credo che molti ragazzi della mia generazione vivano un conflitto quotidiano con se stessi per trovare un equilibrio. La scarsa certezza del futuro e la difficoltà nel realizzarsi, o nel concretizzare le proprie idee e i propri obiettivi, hanno creato una sorta di crisi generazionale che, ovviamente, non colpisce tutti allo stesso modo. Nel brano parlo di equilibrio tra uno scoglio e l’infinito: lo scoglio rappresenta le nostre radici, il luogo in cui la nostra personalità si è formata nel passato; l’infinito, invece, sono i nostri sogni e gli obiettivi futuri. L’equilibrio, credo, stia nel mezzo.</p>



<p><strong>La tua musica mescola nostalgia, ironia e sonorità retrò: è un modo per guardare al passato o per immaginare il futuro?</strong></p>



<p>Cerco di usare i colori del passato per immaginare un mio suono futuro.</p>



<p><strong>Essere anche produttore influisce sul modo in cui scrivi e vivi le tue canzoni come artista solista?</strong></p>



<p>Quando produco per gli altri è come indossare vestiti non miei: devo stare molto attento a rispettare ciò che l’artista vuole comunicare e il suo stile. Lavorare sui propri pezzi, invece, è un viaggio dentro se stessi. È scavare per capire chi sei davvero musicalmente e nei testi, cercando di trovare quella cosa speciale che ti rende unico, se c’è.</p>



<p><strong>Dopo Bacio piccolino, che direzione sta prendendo la nuova musica a cui stai lavorando: più istintiva o ancora più consapevole?</strong></p>



<p>L’istinto vince sempre su tutto perché se ti fermi a pensare troppo a come piazzare una nota, quella nota smette di vibrare e diventa un calcolo matematico. E io con la matematica, non sono mai andato d’accordo.</p>
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		<title>“ALTALUNA” il silenzio che illumina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Jan 2026 15:33:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[ALTALUNA]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Bertinieri]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[Stona]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Articolo-jo-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Articolo-jo-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Articolo-jo-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Articolo-jo-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Articolo-jo.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>“Altaluna” di STONA è una versione intima con quartetto d’archi che parla di perdono verso sé stessi e accettazione, simbolizzata dalla luna come guida, e chiude l’album Ci faremo bastare i ricordi.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it/interview/altaluna-il-silenzio-che-illumina/">“ALTALUNA” il silenzio che illumina</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it">Gilt Magazine</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Articolo-jo-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Articolo-jo-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Articolo-jo-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Articolo-jo-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Articolo-jo.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" />
<p>Ci sono canzoni che non chiedono di essere capite, ma ascoltate.</p>



<p>E poi ci sono brani come Altaluna, che arrivano in silenzio, come fa la luna stessa, e restano lì a lungo, a illuminare ciò che spesso evitiamo di guardare.</p>



<p>Da venerdì 23 gennaio, è disponibile in radio e in digitale “ALTALUNA (SINGLE EDIT)”, la nuova versione del brano di STONA, riarrangiata con un intenso e delicato quartetto d’archi. Un epilogo naturale e necessario dell’album “Ci faremo bastare i ricordi” (Pirames, 2025), che qui trova una nuova forma, più intima, più sospesa, quasi fuori dal tempo.</p>



<p>Il brano si veste di archi grazie a Stefano Beltrami (violoncello), Gioele Pierro e Luca Madeddu (violini), Lara Albesano (viola), con la scrittura orchestrale e la produzione affidate a Lorenzo Morra, che durante la registrazione in presa diretta accompagna il tutto anche al pianoforte. Il risultato è un equilibrio fragile e potentissimo, dove ogni nota sembra respirare insieme alla voce.</p>



<p>Altaluna nasce in una notte silenziosa, sotto un cielo che non giudica. È proprio guardando la luna che STONA coglie una verità semplice e disarmante: non serve essere diversi da ciò che siamo per meritare di esistere. Tra errori già vissuti e possibilità ancora aperte, il brano diventa un invito a fermarsi, ad ascoltarsi, ad avere fiducia in un percorso che non è sempre lineare, ma autentico.</p>



<p>«Questa canzone racconta di quel raro momento in cui smetti di giudicarti e finalmente ti perdoni – dichiara Stona – Un lieto fine in cui la luna, protagonista, diventa un faro che non promette soluzioni, ma una direzione concreta».</p>



<p>Ed è proprio in questa assenza di risposte facili che Altaluna trova la sua forza: nel caos che, a un certo punto, smette di far paura e si rivela sorprendentemente armonico. Una resa gentile, mai rassegnata. Una tregua con sé stessi.</p>



<p>L’artwork della cover, firmato dall’artista grafico tedesco Spencer Robens – noto per le sue collaborazioni con Led Zeppelin e Deep Purple – accompagna visivamente questa dimensione sospesa, notturna e simbolica, rafforzando l’identità del brano.</p>



<p>STONA, all’anagrafe Massimo Bertinieri, originario di Novi Ligure, è una delle voci più autentiche della nuova canzone d’autore italiana. Premiato in numerosi festival nazionali, trova una svolta decisiva nell’incontro con Guido Guglielminetti, storico bassista e produttore di Francesco De Gregori, con cui pubblica “Storia di un equilibrista” (2018) ed “E uscimmo infine a riveder le stelle” (2022), contenenti brani che segnano profondamente il suo percorso artistico.</p>



<p>Con “Ci faremo bastare i ricordi”, prodotto da Lorenzo Morra, STONA esplora il presente con uno sguardo lucido e umano, tra crisi sociali, fragilità, libertà e storie di redenzione. Altaluna ne è la chiusura ideale: un ultimo sguardo al cielo prima di continuare il cammino.</p>



<p><strong>Altaluna parla di perdono verso sé stessi: quanto è stato difficile arrivare a scrivere una canzone così disarmata e sincera?</strong></p>



<p>In realtà il testo è arrivato molto naturalmente, ho lavorato sulle mie esperienze, i miei errori, ma non ho perso troppo tempo &#8220;a ragionare&#8221;, le parole sono venute fuori da sole in pochi minuti</p>



<p><strong>Il riarrangiamento con quartetto d’archi cambia profondamente il respiro del brano: cosa ti ha restituito questa nuova versione rispetto all’originale?</strong></p>



<p>Questa nuova versione, a mio avviso, ha portato maggiore attenzione al testo e al suo significato; gli archi amplificano l&#8217;onda emotiva del brano</p>



<p><strong>La luna nel brano non offre risposte, ma una direzione. Oggi, nella tua vita e nel tuo percorso artistico, qual è quella direzione?</strong></p>



<p>Ognuno ovviamente trova il proprio percorso, il mio è ben calibrato sulle cose per me importanti, dagli affetti alla musica stessa nella quale mi sto riconoscendo sempre di più</p>



<p><strong>Ci faremo bastare i ricordi racconta fragilità individuali e collettive: che tipo di dialogo speri si apra con chi ascolta il disco?</strong></p>



<p>Voglio far riflettere l&#8217;ascoltatore, prenderlo per mano e provare ad accompagnarlo in una sorta di viaggio all&#8217;interno di queste canzoni nelle quali spero possa riconoscersi e riflettere anche sulle storie che sto raccontando</p>



<p><strong>Dopo aver “chiuso il cerchio” con Altaluna, senti di essere arrivato a un equilibrio o stai già guardando verso una nuova instabilità creativa?</strong></p>



<p>L&#8217;instabilita&#8217; è l&#8217;anima di un artista credo, un movimento costante, una ricerca continua di dare firma a materia, suono o quant&#8217;altro, per cui ogni progetto mi porta in una direzione per poi perdermi nuovamente,&nbsp;chissà dove sarò musicalmente e cosa farò domani.. il bello è proprio questo.</p>
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		<title>Il mondo che ci sceglie: conversazione con Luciano Floridi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jan 2026 10:02:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Luciano Floridi]]></category>
		<category><![CDATA[Luciano Floridi filosofo]]></category>
		<category><![CDATA[Luciano Floridi intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Luciano Floridi Yale]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Luciano-Floridi-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Luciano-Floridi-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Luciano-Floridi-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Luciano-Floridi-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Luciano-Floridi.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Abbiamo intervistato Luciano Floridi per capire cosa significhi davvero vivere nell’era dell’innovazione, quando l’intelligenza artificiale non è più solo uno strumento bensì un ambiente</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it/interview/il-mondo-che-ci-sceglie-conversazione-con-luciano-floridi/">Il mondo che ci sceglie: conversazione con Luciano Floridi</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it">Gilt Magazine</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Luciano-Floridi-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Luciano-Floridi-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Luciano-Floridi-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Luciano-Floridi-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Luciano-Floridi.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" />
<p><em>Filosofo, accademico e una delle voci più autorevoli al mondo sul tema dell’intelligenza artificiale, Luciano Floridi studia da anni l’impatto delle tecnologie digitali sulla società, sull’etica e sul modo in cui prendiamo decisioni. Attualmente è John K. Castle Professor in the Practice of Cognitive Science e direttore fondatore del Digital Ethics Center all’Università di Yale. I suoi studi sono un punto di riferimento globale per governi, aziende e istituzioni. Lo abbiamo intervistato per capire cosa significhi davvero vivere nell’era dell’innovazione, quando l’intelligenza artificiale non è più solo uno strumento, ma un ambiente.</em></p>



<p><strong>L’intelligenza artificiale non è più solo qualcosa che usiamo, ma qualcosa in cui viviamo. Cosa cambia per l’uomo quando la tecnologia inizia a influenzare il contesto delle nostre scelte prima ancora delle scelte stesse?</strong></p>



<p>Facciamo un passo indietro e chiediamoci chi disegna l’ambiente decisionale entro cui ci muoviamo. Immaginiamo una video call con due sfondi diversi: ognuno comunica qualcosa, manda segnali, suggerisce chi siamo o chi vogliamo apparire.</p>



<p>Ora allarghiamo lo sguardo: quei “fondali” sono le realtà digitali in cui operiamo ogni giorno. Qualcuno li progetta, con intenzioni che non sono necessariamente manipolatorie, ma che inevitabilmente <strong>orientano</strong>: mettono in evidenza certe opzioni e ne nascondono altre.</p>



<p>È vero, l’individuo mantiene una capacità di scelta. Ma, come si dice in Scozia, <em>chi paga il pifferaio sceglie la musica…E aggiungo io come si balla</em> (ride). Chi paga e sviluppa l’intelligenza artificiale ne decide il funzionamento e, di conseguenza, influenza anche le nostre decisioni, scelte, e preferenze.</p>



<p><strong>Oggi l’AI produce immagini e video sempre più credibili. Dai meme alle modelle virtuali seguite come persone reali: stiamo perdendo i riferimenti o stiamo entrando in una nuova forma di realtà?</strong></p>



<p>Ci sono alcuni punti fondamentali da chiarire. Prima di tutto, questa non è una rottura totale: è l’esplosione di un trend che esiste da sempre. La modella, per esempio, è sempre stata in parte “finta”: un modello ideale, irraggiungibile, quasi platonico. È sempre stata una figura irreale. La differenza oggi è che <strong>non dobbiamo più cercare quel modello nel mondo reale: lo costruiamo direttamente noi</strong>.</p>



<p>Fino a ieri avevamo esseri umani che trattavamo come avatar. Oggi abbiamo avatar che trattiamo come esseri umani. Ma la logica di fondo era già lì. Il vero problema non è tanto la quantità di immagini artificiali — che è enorme e produce rumore — ma la <strong>mancanza di strumenti per distinguere</strong>. Il rumore soffoca il segnale. Se avessimo un “radar” efficace, potremmo individuarlo comunque.</p>



<p>Il punto è questo: non è necessario bloccare il “noise”, ma <strong>migliorare il radar</strong>. Se so cosa cercare, il segnale emerge. Se non ho strumenti critici, una valanga di contenuti artificiali cancella ogni riferimento. E poi c’è un altro tema, ancora più interessante: non è detto che scegliere l’artificiale sia sempre un errore. Ma questa è un’altra questione.</p>



<p><strong>Capita sempre più spesso di vedere persone seguire modelle o modelli chiaramente irreali. È possibile che molti non se ne accorgano?</strong></p>



<p>Credo che ormai non sia più questo il punto centrale. Certo, c’è chi non capisce — succede, fa parte dell’umanità. Ma la cosa davvero interessante sono quelli che <strong>lo sanno benissimo</strong>. L’intelligenza artificiale ha qualcosa di rassicurante. La sua natura artificiale crea una distanza emotiva: so che non è reale, ed è proprio questo che mi protegge. Posso alzare l’asticella, provare a imitare quel modello. E se non ci riesco, ho una giustificazione pronta: <em>non è reale</em>. Così la pressione sociale si allenta.</p>



<p><strong>Questo ricorda molto </strong><strong><em>Her</em></strong><strong>, il film di Spike Jonze, dove il protagonista (Joaquin Phoenix) si innamora di un’entità artificiale che risponde sempre nel modo giusto.</strong></p>



<p>Esatto. E soprattutto <strong>non richiede alcuno sforzo di adattamento</strong>. Non mi chiede di cambiare, di incontrarla, di mettermi in discussione. Non pretende nulla. È una direzione che stiamo prendendo sempre di più, e non va sottovalutata. Educarsi a gestire tutto questo non sarà semplice.</p>



<p><strong>In realtà questi dialoghi con le macchine esistono da decenni.</strong></p>



<p>Assolutamente. I primi esperimenti risalgono agli anni Sessanta, con un famoso programma chiamato ELIZA. C’erano già persone che cercavano relazioni con ELIZA, un semplice software di poco più di 400 linee di codice. La tecnologia cambia, ma certi bisogni umani sono costanti.</p>



<p><strong>L’intelligenza artificiale moltiplica le possibilità, mentre il lusso crea valore limitandole. È una contraddizione o una nuova forma di esclusività?</strong></p>



<p>L’esclusività come fonte di valore è un punto centrale. Ma credo che l’AI non debba intervenire sul prodotto in sé. Come faccio ad avere diecimila giacche “esclusive”? (ride)</p>



<p>La vera opportunità è nel <strong>processo</strong>. In una ricerca fatta con Audi, mi fecero notare che non esistono due Audi identiche: ogni auto è leggermente personalizzata. Questo oggi è ancora più facile con l’AI ma non basta più.</p>



<p>Nel mondo della moda il passo successivo è il <strong>contatto con il processo e con la sua fonte</strong>. Non compro solo l’abito, ma l’esperienza del processo che lo ha generato. Se potessi comprare una giacca e, insieme, incontrare chi l’ha disegnata, per me avrebbe un valore enorme.</p>



<p>La moda è ancora molto legata all’ultimo anello della catena, all’oggetto. Solo da poco ha scoperto lo storytelling. Ma il vero fulcro rimane&nbsp; il tempo — limitato — del creatore. Ed è lì che nasce l’unicità dell’incontro.</p>



<p><strong>Lei parla spesso di responsabilità umana nell’uso dell’intelligenza artificiale. In un settore come la moda, chi dovrebbe essere il vero responsabile: il creativo, il brand o chi progetta gli algoritmi?</strong></p>



<p>Tutti, ma in modo diverso. Ciascuno è coinvolto, tutti hanno le loro responsabilità, ma la <strong>responsabilità primaria è del brand</strong>. È quest’ultimo che decide la strategia su come integrare l’AI, con quali valori e con quali limiti.</p>



<p><strong>Sostenibilità, inclusività, diversity: l’AI può renderle reali o rischia di trasformarle in semplice narrazione?</strong></p>



<p>Entrambe le cose. Può spingere in una direzione o nell’altra. Oggi, paradossalmente, chi lavora davvero su questi temi spesso lo fa controcorrente — e questo dà ancora più valore alle scelte autentiche. L’AI può diventare un radar anche qui: lungo la filiera produttiva individua dettagli che l’occhio umano fatica a cogliere.</p>



<p><strong>Un consiglio al mondo della moda, diviso tra entusiasmo e paura?</strong></p>



<p>Il rischio maggiore è adottare l’AI senza cambiare i processi per integrarla. Non posso fare la stessa torta e aggiungere l’AI come zucchero a velo sopra. Serve cambiare la ricetta. L’intelligenza artificiale è <strong>strutturale</strong>: va integrata ripensando i processi dall’interno. Per farlo bisogna conoscerli in modo profondissimo, altrimenti non si sa dove intervenire.</p>



<p><strong>Nasceranno nuove professioni?</strong></p>



<p>Tantissime. Serviranno proprio a questo: cambiare i processi. Perché se un’azienda non capisce che il mondo sta evolvendo rapidamente, semplicemente…chiude.</p>
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		<title>Pietro Roffi, l’arte di oltrepassare: quando la fisarmonica diventa visione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Dec 2025 14:04:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Fisarmonica]]></category>
		<category><![CDATA[Flight- Oltrepassare III]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[Oltrepassare]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Roffi]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Progetto-senza-titolo-95-2-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Progetto-senza-titolo-95-2-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Progetto-senza-titolo-95-2-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Progetto-senza-titolo-95-2-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Progetto-senza-titolo-95-2.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Pietro Roffi è un fisarmonicista e compositore italiano di rilievo internazionale che supera i confini tradizionali dello strumento. Tra concerti, cinema e didattica, il suo progetto “Oltrepassare” afferma una visione contemporanea della fisarmonica, radicata nella tradizione ma proiettata nel futuro.</p>
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<p>C’è una musica che non chiede permesso. Non si lascia incasellare, non risponde alle etichette, non ha bisogno di spiegarsi. È una musica che attraversa.&nbsp;<strong>Pietro Roffi</strong>&nbsp;appartiene a questa dimensione rara: quella degli artisti che trasformano lo strumento in linguaggio e il suono in pensiero.</p>



<p>Fisarmonicista e compositore tra i più apprezzati della scena contemporanea, Roffi è oggi una delle voci italiane più richieste all’estero, protagonista di stagioni concertistiche nei cinque continenti e ospite delle più prestigiose sale da concerto del mondo, dal Concertgebouw di Amsterdam alla Tonhalle di Zurigo, dalla Filarmonica di Monaco alla Sala São Paulo. Un percorso internazionale costruito con rigore, poesia e una visione musicale profondamente personale.</p>



<p>A raccontarne la cifra artistica bastano le parole di&nbsp;<strong>Dario Marianelli</strong>, Premio Oscar, che di Roffi ha detto:</p>



<p><em>«Non è soltanto tecnicamente preparatissimo, ma un musicista di un’espressività poetica e raffinata, capace di far cantare il suo strumento e di seguire il pensiero musicale del compositore con immaginazione ed empatia».</em></p>



<p>Un riconoscimento che trova piena conferma in una carriera costellata di collaborazioni d’eccellenza. Roffi ha lavorato a fianco di Marianelli in contesti simbolici, come il debutto con l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia in occasione dei 90 anni di Ennio Morricone, interpretando una composizione scritta appositamente per lui, e nelle colonne sonore cinematografiche di film come&nbsp;<em>Pinocchio</em>&nbsp;di Matteo Garrone, candidata ai David di Donatello. Un sodalizio che lo ha reso una presenza costante e riconoscibile nel mondo della musica per immagini, tra cinema, serie TV e produzioni internazionali.</p>



<p>Ma ridurre Pietro Roffi al solo ruolo di interprete sarebbe limitante. La sua è una ricerca compositiva autentica, che attraversa la tradizione per proiettarla nel presente. Lo dimostra il nuovo singolo&nbsp;<strong>“Flight – Oltrepassare III”</strong>, disponibile dal 9 gennaio, che anticipa l’album strumentale&nbsp;<strong>“Oltrepassare”</strong>, in uscita il 30 gennaio 2026.</p>



<p><em>Flight</em>&nbsp;è molto più di un brano: è una soglia sonora. Un’ascesa poetica in cui la fisarmonica respira insieme agli archi, al pianoforte e a un’elettronica rarefatta, disegnata da Carmelo Patti. La musica si muove come un corpo che prende quota, senza fuggire, ma attraversando. Non un’evasione, bensì un atto di fiducia: staccarsi da terra sapendo che le radici restano.</p>



<p>“Oltrepassare” è il cuore pulsante di questo nuovo capitolo artistico. Un album di composizioni originali per fisarmonica, quintetto d’archi, pianoforte ed elettronica, prodotto da Blue Mirror e pubblicato da Extended Place, nato con il sostegno del Ministero della Cultura e della SIAE. Un lavoro che mette al centro la fisarmonica come strumento del nostro tempo, capace di dialogare con linguaggi diversi senza rinnegare la propria storia.</p>



<p>Roffi lo racconta come un “canto libero”, una ricerca di libertà che supera confini, appartenenze e pregiudizi. La sua fisarmonica non rifiuta la tradizione: la abita, la attraversa, la trasforma. E nel farlo restituisce allo strumento una dignità nuova, contemporanea, necessaria.</p>



<p>Parallelamente all’attività concertistica e compositiva, Pietro Roffi è anche un punto di riferimento nella didattica musicale. Le sue opere sono studiate nei principali conservatori europei, eseguite da fisarmonicisti di tutto il mondo e adottate come brani d’obbligo in importanti istituzioni accademiche. Una nuova scuola italiana della fisarmonica prende forma anche grazie al suo lavoro silenzioso e costante di trasmissione.</p>



<p>In un’epoca che corre veloce, la musica di Pietro Roffi sceglie un’altra direzione: quella della profondità, dell’ascolto, dell’attraversamento.&nbsp;<em>Oltrepassare</em>&nbsp;non è solo il titolo di un album, ma una dichiarazione poetica. Un invito a guardare oltre, senza perdere ciò che siamo stati.</p>



<p><strong><em>“Oltrepassare” è un verbo prima ancora che un titolo. Qual è il confine più difficile che senti di aver attraversato, artisticamente o umanamente, con questo nuovo album?</em></strong></p>



<p>Sì, “Oltrepassare” è un verbo attivo, un verbo di movimento e peraltro qui è nel modo infinito. Questo disco, che per me è un manifesto, rappresenta un vero e proprio passaggio. E non so se ho già davvero oltrepassato tutti i limiti che spesso vengono affibbiati alla fisarmonica, né se umanamente ho già superato certi muri. Quello che so è che lo sto facendo adesso. Ci provo, con lucidità, passione e con urgenza. È un album “in avanti”, che vuole muovere lo strumento oltre l’immagine che lo trattiene. La fisarmonica vive sempre e solo di passato, ma per me parla di presente e, soprattutto, di futuro.</p>



<p><strong><em>La tua musica vive tra tradizione e contemporaneità senza mai forzare il dialogo.&nbsp;Come riesci a mantenere questa libertà senza rinnegare la storia dello strumento che suoni?</em></strong></p>



<p>La tradizione, per me, non è un peso, è una radice. La musica “folkloristica” è stata un passaggio fondamentale nella mia crescita e nella mia formazione, e non mi interessa sminuirla. La fisarmonica ha molte anime. Per esempio in Italia evoca memoria, territori, un’immaginazione sonora condivisa; chi non ha un nonno o uno zio che la suona? Ma è anche uno strumento versatile, contemporaneo, capace di stare nelle sale da concerto, nel cinema, e in un repertorio originale sempre più vasto. La mia libertà sta nella consapevolezza del suo suono profondo perché da lì posso portarlo in paesaggi nuovi, come in questo disco, dove la fisarmonica non è sola ma dialoga con gli archi, col pianoforte e con l’elettronica.</p>



<p><strong><em>Hai lavorato a lungo nel mondo delle colonne sonore.&nbsp;In che modo il cinema ha influenzato il tuo modo di pensare la forma, il tempo e il silenzio nella musica da concerto?</em></strong></p>



<p>L’esperienza nell’incisione di colonne sonore mi ha insegnato due cose: la forza dell’immagine e la precisione del tempo. Lavorare sulle colonne sonore mi ha fatto capire come la musica possa “cucirsi” intorno a una scena, e allo stesso tempo mi ha confermato che ogni composizione può evocare immagini, paesaggi, visioni anche senza uno schermo. Questo influenza il mio modo di pensare forma, durata e silenzio. E soprattutto i silenzi non sono “vuoti”, ma sono parte della narrazione. E poi c’è il palco. Anche il concerto ha una drammaturgia, con i suoi respiri e i suoi apici In fondo, oggi il concerto stesso, il concetto di concerto sta cambiando, e quel momento può essere trasformato in una tensione narrativa più leggibile.</p>



<p><strong><em>Sei oggi un riferimento per una nuova generazione di fisarmonicisti.&nbsp;Che responsabilità senti nel contribuire alla nascita di una “nuova scuola italiana” dello strumento?</em></strong></p>



<p>Sento una responsabilità reale, e mi ci riconosco. Contribuire a una nuova scuola italiana della fisarmonica significa creare una generazione curiosa, colta, libera da schemi o pregiudizi. Oggi non basta suonare bene, serve saper immaginare lo strumento dentro nuove forme e nuovi spazi, sonori e culturali. Mi sento in prima linea perché ci credo da anni, con i concerti, con la scrittura, con i dischi, e oggi anche con l’insegnamento e con la trasmissione quotidiana di un certo sguardo. Nel 2025 (quasi 2026!) abbiamo bisogno di fisarmonicisti capaci anche di raccontare lo strumento in modo più profondo, ispirato e contemporaneo.</p>



<p><strong><em>Se “Flight” rappresenta il momento in cui ci si stacca da terra,&nbsp;verso quale orizzonte senti che la tua musica sta volando adesso?</em></strong></p>



<p>Esatto, “Flight” è il momento in cui la musica si stacca da terra, e in parte è così anche per me. Non so esattamente dove stia andando la mia musica, ma so da cosa si sta allontanando: dal pregiudizio, dai confini stretti in cui spesso la fisarmonica viene chiusa. Sento che sta volando verso orizzonti nuovi, contaminandosi con altri strumenti e con altri linguaggi, cercando una voce sempre più essenziale. È una musica che aspira ad ispirare. E sogno un mondo in cui la fisarmonica sia tra gli strumenti più suonati. È il più umano, a contatto col corpo, con un mantice che respira davvero. Se posso, questa musica vuole essere &#8211; con umiltà &#8211; la colonna sonora di una nuova potente ventata per questo strumento pieno di nostalgia ma anche di futuro</p>
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