Jimmy Nelson: lo sguardo che celebra l’umanità

Celebre per i suoi ritratti intensi e senza tempo, ha dedicato la sua vita a documentare culture indigene e comunità lontane

di Marco Gennari

Nel panorama della fotografia contemporanea, Jimmy Nelson occupa un posto unico. Nato nel Regno Unito e cresciuto tra Europa e Asia, oggi, a oltre sessant’anni, ha costruito una carriera che è al tempo stesso viaggio, ricerca e racconto umano. Celebre per i suoi ritratti intensi e senza tempo, ha dedicato la sua vita a documentare culture indigene e comunità lontane, restituendone bellezza, dignità e identità attraverso un linguaggio visivo profondamente personale. Il suo lavoro, sospeso tra estetica e antropologia, è un invito a rallentare e a guardare davvero. In questa conversazione, ci accompagna dentro il suo sguardo e il suo modo di abitare il mondo.

Come descriveresti il tuo sguardo fotografico? Ricordi il primo incontro con una cultura che ti ha portato a raccontare il mondo attraverso le tue immagini? E con quale macchina fotografica hai iniziato questo percorso?

Cercherò di essere conciso. Ho iniziato con una macchina fotografica chiamata Zenit B, una 35 mm analogica russa. Ancora oggi utilizzo l’analogico, anche se ora lavoro con una Ghibellini, una macchina italiana. Sono partito con formati piccoli e oggi utilizzo lastre di grande formato.

La prima fotografia l’ho scattata quando avevo circa sedici o diciassette anni, in Tibet. E credo che il filo del mio viaggio sia rimasto lo stesso: uso la macchina fotografica per abbracciare il soggetto con rispetto e amore. Più impegno metto in questo processo, più spero di ricevere in cambio un’apertura, un’accoglienza. Il mio lavoro può sembrare antropologico, giornalistico o documentaristico, ma in realtà non lo è. È un omaggio alla bellezza, alla forza e alla dignità dell’essere umano.

Con il tempo questo approccio si è trasformato in una narrazione più ampia, ma alla base è una storia molto semplice: scelgo di vedere la bellezza e la positività nell’umanità, piuttosto che il vuoto o l’irrilevanza.

Il tuo primo viaggio in Tibet è stato da solo, quasi come un’iniziazione. Quali emozioni hai provato all’arrivo e cosa ti sei portato via quando sei partito?

È stata un’esperienza molto importante. Credo di essere partito con un atteggiamento senza paura, perché sentivo di non avere nulla da perdere. Nel mondo sviluppato, crescendo, diventiamo sempre più timorosi di ciò che possiamo perdere, e forse della vita stessa. Io, da ragazzo, avevo un’autostima così bassa che mi sentivo quasi già “vuoto”: non avevo nulla da perdere, potevo solo salire. E in un certo senso sto ancora salendo.

All’inizio hai avuto difficoltà con la lingua?

No, perché non si tratta di lingua. Si tratta di empatia, vulnerabilità, emozioni: lacrime, risate, danza, musica, presenza fisica. Paradossalmente, non avere una lingua in comune è stato un vantaggio. Ti obbliga a impegnarti molto di più per esprimere chi sei, cosa senti e perché stai guardando, vivendo e reagendo in un certo modo.

Nel tuo lavoro attraversi culture molto diverse. Esiste un elemento universale che le unisce?

Sì, ed è molto semplice: il desiderio di essere visti e rispettati. Tutti vogliamo essere riconosciuti, apprezzati, rispettati. Questo è un linguaggio universale. Ma serve tempo per far capire alle persone che non sei lì per rappresentare una minaccia, ma per osservare con rispetto, quasi per celebrare. È universale, ma non è superficiale: bisogna scavare per trovarlo.

C’è stata una comunità con cui è stato particolarmente difficile entrare in relazione? Come hai superato quella distanza?

Ci sono tante storie, ma una recente riguarda un matrimonio al confine tra Arabia Saudita e Yemen. Uomini e donne erano separati. Ero stato autorizzato a osservare per un’ora, senza scattare fotografie. Quando il momento stava diventando più interessante, mi è stato detto di andarmene. Io invece, seguendo l’istinto, sono entrato. Faceva freddo e ho preso una grande coperta rossa da terra, avvolgendomela intorno. Mi sono immerso tra la folla.

È successo qualcosa: si è creato un silenzio, come se il mare si aprisse. Le persone si sono spostate e quasi inchinate. Avevo disarmato la situazione, non ero più percepito come un intruso, ma come una presenza rispettosa. Sono rimasto tutta la notte. Non ero lì per “prendere” immagini, ma per vivere un’esperienza e lasciarmi accogliere.

Con il tempo impari a fidarti dell’intuizione, a restare curioso, quasi infantile, e a mantenere l’idea di non avere nulla da perdere. Ed è proprio allora che le porte si aprono.

Dal punto di vista tecnico, quanto sono state importanti le tue competenze fotografiche all’inizio? Sono nate in modo istintivo o si sono costruite nel tempo?

All’inizio lavorare in analogico è fondamentale, perché ti obbliga a pensare: la macchina non pensa per te. Oggi la fotografia è molto diversa: la macchina, Photoshop, l’intelligenza artificiale: tutto tende a decidere al posto tuo. Io sono autodidatta, ho sempre imparato dagli errori e continuo a farlo. Ma in realtà non è tanto la macchina a fare la differenza: è lo sforzo che metti per avvicinarti al soggetto. Con una macchina grande, manuale, lo sforzo è inevitabile, e questo crea connessione.

La tua fotografia ha una forte componente estetica. Oggi l’analogico può ancora offrire qualcosa che il digitale non riesce a replicare?

Nel digitale è la tecnologia a decidere l’estetica. Nell’analogico è l’essere umano. E l’estetica umana è imperfetta, ed è proprio questa imperfezione a renderla bella, perché contiene una firma personale. Il mondo digitale e l’intelligenza artificiale cercano di eliminare l’imperfezione, ma così si perde qualcosa di essenziale. Io cerco invece di avvicinarmi proprio a quell’imperfezione, perché è lì che si trova l’autenticità. 

La tecnologia non sono io. È una macchina. Io so cosa sento e cosa penso: non ho bisogno di un algoritmo che me lo dica. Se cresci delegando a un sistema cosa provare e cosa pensare, rischi di dimenticare cosa significa essere umano. Per me il lavoro manuale, artigianale, è ciò che mi connette davvero alle emozioni. Delegare tutto questo mi farebbe sentire vuoto.

Come reagiscono le comunità che fotografi, soprattutto quelle più isolate, quando si vedono ritratte?

Spesso non vedono subito le immagini, perché lavoro in analogico. Quindi ciò che resta è l’esperienza, non la fotografia. E quando torno con le immagini, non sono interessati alle foto. Sono interessati al fatto che io sia tornato. Noi siamo molto focalizzati sull’estetica e sull’immagine. Loro sono focalizzati sulla relazione umana. Le fotografie contano poco: ciò che conta è il legame.

Guardando al futuro: senti ancora il bisogno di esplorare nuovi luoghi o il viaggio è diventato più interiore che geografico?

Entrambi. L’esplorazione geografica è infinita, ma corre in parallelo a quella interiore. Viaggio molto, ma allo stesso tempo sto lavorando a un progetto nei Paesi Bassi con una comunità di persone gravemente ustionate. I loro volti non corrispondono ai canoni estetici tradizionali, ma mi hanno chiesto di guardarli e raccontarli come persone belle. Questo è un viaggio interiore. È un altro livello di fiducia: non cercano tanto l’immagine, quanto la possibilità di mostrarsi attraverso lo sguardo di qualcuno di cui si fidano.

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