La gatta sul tetto che scotta al Teatro Franco Parenti: il grande classico che torna a graffiare il presente

Leonardo Lidi, regista dello spettacolo, affronta "La gatta sul tetto che scotta" come un dispositivo politico ed emotivo, capace di parlare al presente mettendo a nudo dinamiche sociali e forzature ideologiche

di Lucie Giselle

Considerato uno dei testi più controversi e potenti del teatro americano del Novecento, La gatta sul tetto che scotta torna come materia viva nella Sala Grande del Teatro Franco Parenti di Milano dal 10 al 15 febbraio, sotto la direzione di Leonardo Lidi e con la traduzione di Monica Capuani.

Leonardo Lidi prosegue così il suo percorso sui grandi autori del Novecento, riprendendo Tennessee Williams dopo l’esperienza con Čechov: un ritorno che non chiude, ma tiene insieme. Williams è la lente perfetta per analizzare la società attraverso la famiglia e per raccontare una comunità incapace di avanzare.

Ed è proprio lì che questo spettacolo decide di guardare: dentro i rapporti umani e nella crescita emotiva personale, così drammaticamente contemporanea.

Dal cast alle scenografie: nessun punto debole

La compagnia è compatta, affiatata, e spinge il dramma fino ai suoi nervi scoperti. Valentina Picello dà vita a una Maggie piena di energia e contraddizioni: combattiva, vulnerabile, in bilico su un filo esistenziale. Accanto a lei, Fausto Cabra costruisce un Brick opaco e fragile, chiuso in un silenzio che pesa più di mille parole.

Orietta Notari e Nicola Pannelli sono una coppia genitoriale grottesca e autoritaria, mentre Giuliana Vigogna e Giordano Agrusta disegnano Mae e Gooper con sarcasmo affilato e opportunismo spietato. Riccardo Micheletti attraversa la scena nei panni di Skipper come una presenza spettrale e perturbante, una ferita che non smette di sanguinare. Completano il quadro Greta Petronillo, bambina inquieta e fuori asse, e Nicolò Tomassini nel ruolo del Reverendo.

L’organicità dello spettacolo è rafforzata dal quadro visivo e sonoro complessivo: le scene e le luci di Nicolas Bovey costruiscono uno spazio monumentale e astratto, vera architettura emotiva del dramma; i costumi di Aurora Damanti oscillano tra realismo e simbolo, mentre il paesaggio sonoro di Claudio Tortorici accompagna e amplifica la tensione fino allo scontro finale.

Il plot (senza spoiler, promesso)

La storia ruota attorno alla famiglia Pollitt, riunita per il compleanno del patriarca Big Daddy, ignaro di essere gravemente malato. I figli, Brick e Gooper (con le rispettive mogli), si muovono in un gioco fatto di affetti mancati, aspettative tradite e rivalità per l’eredità. La protagonista, Maggie — la “gatta” del titolo — vuole essere amata, desiderata e… madre. Ma a quale prezzo?

Maggie e Brick: un amore che non respira, la tensione in scena e il ruolo della donna

Il cuore pulsante dello spettacolo è il rapporto tra Maggie e Brick: un matrimonio senza intimità, soffocato dall’alcolismo di lui e dal lutto mai elaborato per la morte di Skipper, l’amico fraterno la cui presenza aleggia sul palco come un fantasma.

Qui la regia di Lidi compie una scelta potente: Skipper diventa visibile, attraversa la scena come uno spettro portatore di verità, mentre la famiglia si aggrappa ostinatamente a una rappresentazione falsa di sé. È lui il corpo estraneo che smaschera tutto.

In questa prospettiva, Maggie emerge come una figura profondamente contemporanea: una donna costretta a fingersi madre per essere riconosciuta come tale, simbolo di un sistema che continua a legare l’identità femminile al ruolo di generatrice.
La sua non è solo una battaglia privata: è una lotta politica, un grido di resistenza che attraversa l’intera messinscena.

Non un semplice melodramma, ma un must-see

Non è il solito melodramma con lieto fine: è una famiglia americana che sembra perfetta, finché non si frantuma in mille pezzi. Sotto la superficie di sorrisi e convenzioni emergono menzogne, desideri brutalmente repressi, avidità e silenzi che gridano. Williams vinse con questo testo il suo secondo Premio Pulitzer, e qui la regia di Lidi lo trasforma in un’esperienza viscerale, intensa e dolorosamente attuale.

Lidi affronta La gatta sul tetto che scotta come un dispositivo politico ed emotivo, capace di parlare al presente mettendo a nudo dinamiche sociali e forzature ideologiche.v

È qui che il testo ritrova la sua verità più scomoda: non un melodramma, ma — come scriveva lo stesso Williams — un “ridicolo presepe vivente”, dove ogni ruolo sociale diventa una gabbia.

Il ridicolo, l’eccesso e l’ironia si fanno strumenti di smascheramento. Si ride — a tratti — ma è una risata che segna e che ci costringe a guardare la scena con altri occhi: quelli interiori.

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