C’è un momento, nel rumore continuo del mondo, in cui qualcuno riesce ancora a fermare il tempo. Gio Evan è uno di quei rari artisti capaci di farlo: con una canzone, una risata, una frase che arriva quando serve. Dopo il successo del tour teatrale L’affine del mondo, il suo percorso artistico continua ad aprire spazi di ascolto, connessione e meraviglia.
Dal 6 febbraio sarà disponibile in digitale “L’AFFINE DEL MONDO LIVE”, l’album registrato durante l’omonimo tour teatrale che tra ottobre e dicembre ha attraversato venti tra i principali teatri italiani, vendendo oltre 20.000 biglietti. Un lavoro che non è solo una restituzione sonora, ma una vera esperienza emotiva: un viaggio che intreccia poesia e canzone, parole e silenzi, filosofia e carne viva.
In questo disco live Gio Evan cattura l’energia irripetibile dell’incontro dal vivo. Ogni brano è attraversato da una forte carica emotiva, figlia dell’affinità, quella invisibile e potentissima, che nasce quando gli esseri umani si riconoscono. Il linguaggio è diretto, accessibile, ma mai scontato: è una carezza che scuote, una domanda che non pretende risposte.
Il viaggio non si ferma. Il 22 marzo, Gio Evan porterà il suo mondo anche a Londra, sul palco dell’Islington Assembly Hall, confermando una dimensione sempre più internazionale del suo percorso.
Ma è l’estate a segnare un nuovo capitolo. Dal 20 giugno, da Villa Ada a Roma, partirà “EXTRATERRESTE”, il nuovo tour musicale, comico e spirituale prodotto da Friends & Partners. Uno spettacolo che riflette sulla contemporaneità e sulla nostra tendenza all’accumulo, di oggetti, aspettative, paure, e sul conseguente allontanamento dall’essenziale. In un equilibrio sottile tra leggerezza e profondità, Gio Evan attraversa i confini tra cura e controllo, attaccamento e presenza, invitando il pubblico a lasciare andare ciò che pesa per tornare a ciò che conta davvero.
Accanto alla musica, torna anche uno degli spazi più preziosi creati dall’artista: EVANLAND, il festival internazionale del mondo interiore, giunto alla sua quinta edizione, che si terrà il 25 e 26 luglio ad Assisi. Definito come un “raduno dei buoni” o persino “la terza pace mondiale”, Evanland è diventato negli anni un luogo reale e simbolico dove fermarsi, riconnettersi, condividere valori di gentilezza, consapevolezza ed evoluzione personale.
Tra i primi ospiti annunciati:
- Cisco e gli ex Modena City Ramblers, per celebrare i 30 anni de La grande famiglia
- Montoya, con il suo dj set che fonde elettronica, folk latinoamericano e musica andina
- Valerio Lundini e i Vazzanikki, protagonisti di uno show ironico, caustico e imprevedibile
A completare questo percorso artistico e umano, dal 31 marzo arriverà in libreria il nuovo romanzo “La gioia è un duro lavoro” (Feltrinelli), un racconto intimo e sospeso tra sogno e realtà, in cui Gio Evan affronta la perdita della madre, intrecciando il dolore agli insegnamenti spirituali ricevuti dal suo maestro.
Scrittore, poeta, filosofo, cantautore, performer, artista di strada: Gio Evan continua a muoversi tra i linguaggi senza mai perdere il centro. In un’epoca che corre, la sua arte resta un invito gentile a rallentare, ascoltarsi e ricordare che, forse, essere umani è ancora il gesto più rivoluzionario.
“L’Affine del Mondo Live” nasce dal teatro: quanto è importante per te catturare l’imperfezione e l’energia dell’istante rispetto alla perfezione di uno studio?
Sono lì. Mi trovo e ritrovo nell’imperfezione, nell’asimmetria. Seguo l’irregolamento della vita. La perfezione, la linea sempre retta, nelle culture animiste è del maligno. A Dio piace lo scarabocchio, il righello è per gli infelici. Nel teatro mi affido alla vita autentica, mi piace la sua sregolatezza.
Nel tour Extraterreste parli di accumulo e di ritorno all’essenziale: cosa senti di dover lasciare andare oggi, come uomo prima ancora che come artista?
I luoghi. Credo che la mia difficoltà stia nel saper lasciare un luogo per sempre, perché fino ad ora non è così. Amo ritornarci. Dovrei sciogliere questi affetti emotivi. Siamo, a mio parere, predestinati a diventare fiume, ma a dover saper fare il deserto. Oggi vedo poche persone deserto e mi rattrista.
Evanland viene definito “il festival del mondo interiore”: che tipo di umanità incontri ogni anno lì, e cosa ti restituisce a livello personale?
Non è restituzione, accade un pareggio. Quando una frequenza alta incontra una bassa, quella alta la abbraccia e la eleva con sé. Ad Evanland succede che ci abbracciamo e la spinta evolutiva accelera il passaggio. A Evanland si incontra chi non ha paura di crescere emotivamente e spiritualmente. Niente non è.
La tua arte riesce a far convivere comicità, spiritualità e dolore: come trovi l’equilibrio tra leggerezza e profondità senza tradire nessuna delle due?
Praticando la coerenza. Nella vita abbiamo momenti seri, momenti soavi, leggeri, saggi. Non ci chiediamo come sia possibile essere a volte tristi, a volte felici: sappiamo che accade e che è il percorso universale della vita umana qui in terra. Faccio così. È impossibile tradire quando si prende la vita nella sua interezza.
Nel nuovo romanzo affronti il tema della perdita e della gioia come lavoro quotidiano: cosa significa per te, oggi, “prenderti cura” della tua gioia?
La gioia a dieci è spontanea. A venti succede senza troppi sforzi. Ma a trenta diventa lavoro. Intuisci che c’è un mestiere dentro il saper lasciare andare. Che la solitudine ha bisogno di collaudo continuo. Che il distacco da alcune materie va fortificato. La gioia è una cosa seria: ci rende più giocosi, ma è cosa seria.
Nel tuo percorso artistico ritorna spesso l’idea di connessione tra visibile e invisibile, tra ciò che siamo e ciò che sentiamo. Il pensiero sciamanico parla proprio di un “ponte” tra mondi: quanto ti riconosci in questa figura di mediatore e in che modo questa visione influisce sul tuo modo di scrivere, cantare e stare sul palco?
Non era mia intenzione, lo sciamanesimo. O forse sì. Resta il fatto che i miei viaggi sono incappati in quell’educazione ed ora per me è gesto consueto e usuale. Ho una relazione con il non veduto; divento ponte solo dal momento in cui incontro chi non ha questa relazione.
La gioia è un duro lavoro è definito un romanzo–saggio spirituale, sospeso tra sogno, realtà e insegnamento. Quanto della tua visione spirituale, e di quell’antica saggezza che invita a vivere in armonia con sé stessi e con l’universo è presente in questo libro, e cosa speri che il lettore riesca a “portare con sé” dopo averlo attraversato?
È un libro sensibile, ma dentro c’è anche un’acrobazia spirituale, essenziale da accorpare. Quella di dialogare con la morte, di crearci amicizia, trovarci affinità e maestria. Viviamo in una fascia della terra dove si nasconde il più possibile il pensiero della morte. Credo sia giunto il momento di normalizzare il grande avvenimento e di renderlo a portata di spiritualità. Cerco lettori che vogliano crescere sé stessi, che cercano e ricercano; non mi interessa chi legge per distrarsi.
Lo sciamanesimo nasce come pratica di guarigione, equilibrio e ascolto profondo dell’energia che ci attraversa. Nella tua vita personale e artistica, quanto il cammino spirituale ti ha aiutato ad attraversare il dolore, il cambiamento e la perdita, trasformandoli in creazione e consapevolezza?
È tutto e solo e sempre qui, nel cammino spirituale. Il resto è distrazione, e la distrazione è peggio della morte.
