Parigi è in fermento e si prepara, come ogni anno, ad accogliere sulle passerelle due delle settimane di gennaio più iconiche del calendario moda internazionale. La Paris Fashion Week Uomo Autunno/Inverno 2026/27 non sarà soltanto una vetrina di abiti, ma un vero e proprio laboratorio di linguaggi estetici, innovazioni creative e riflessioni sul futuro del vestire, capace di rispondere alle esigenze contemporanee e di nutrirsi di arte e cultura.
Parigi come palcoscenico diffuso
Dopo Milano, il testimone passa a Parigi. Dal 20 al 25 gennaio 2026 la città diventa una mappa emotiva da attraversare più che un semplice palinsesto da seguire. Le sfilate non sono mai solo sfilate: sono appuntamenti, incontri, attese. Tra un invito e l’altro, Parigi si muove come sa fare lei, con quella naturale eleganza che trasforma ogni quartiere in una possibile passerella.
Le collezioni si raccontano nei luoghi iconici, ma anche negli showroom nascosti, negli hotel privati, negli spazi riconvertiti che punteggiano Le Marais, l’Opéra, Saint-Germain-des-Prés. È qui che la moda smette di essere rituale e diventa esperienza. Sempre più brand scelgono di abbandonare il formato classico per sperimentare presentazioni intime, immersive, quasi narrative. Non a caso Kenzo ha deciso di tornare alle origini, presentando la collezione nella storica casa parigina di Kenzo Takada: un gesto che parla di memoria, identità e ritorno al senso.
Ed è proprio questa diffusione urbana a rendere la Paris Fashion Week diversa da tutte le altre. Non esiste un centro unico: la moda dialoga con la città, ne segue il ritmo, si lascia contaminare dal traffico, dai caffè, dalle gallerie, dalla vita reale.
Tra grandi maison e nuove voci
Il calendario – ancora provvisorio – anticipa una settimana densa, fatta di attese e conferme. Louis Vuitton aprirà le danze la sera del 20 gennaio, con Pharrell chiamato a dettare il primo accento di stagione. Jacquemus chiuderà il cerchio, riportando tutti al Musée Picasso, lo stesso spazio che lo aveva visto protagonista nel 2017: nostalgia o dichiarazione di continuità?
Nel mezzo, Parigi racconta una moda maschile che si muove per stratificazioni. Dior Homme presenterà la seconda collezione firmata da Jonathan Anderson, uno dei momenti più osservati della settimana. Hermès, invece, saluterà la direzione creativa di Véronique Nichanian con una collezione che promette di essere più un’eredità che un addio.
Accanto alle grandi maison, il calendario si apre a linguaggi diversi: tornano nomi come Rick Owens, Yohji Yamamoto e Comme des Garçons Homme Plus, custodi di una sperimentazione che non ha mai smesso di interrogare il corpo e il suo rapporto con l’abito. E poi ci sono le nuove voci, quelle che portano aria fresca e visioni meno rassicuranti: Jeanne Friot, Magliano, Charles Jeffrey Loverboy. Presenze che raccontano una moda meno urlata ma più consapevole, più politica, più personale.
Le assenze, come sempre, parlano quanto le presenze. Saint Laurent, Givenchy, Balmain e Valentino scelgono un altro ritmo, sfilando solo due volte l’anno. Una decisione che riflette un sistema in trasformazione, sempre più attento al tempo, alla produzione, alla sostenibilità.
Una stagione che parla sottovoce
Non sarà una stagione di eccessi. Anzi. Come osserva Franck Nauerz, direttore uomo di Bon Marché e La Samaritaine, la moda maschile sta vivendo una fase di rassicurazione più che di rottura. Ma proprio in questa apparente calma si nasconde il cambiamento.
La Paris Fashion Week Uomo 2026 parlerà di identità fluide, di nuovi equilibri tra funzione e desiderio, di materiali che dialogano con il corpo e con lo spazio urbano. Il lusso si fa meno dichiarativo e più sottile, più vicino all’esperienza che all’ostentazione. Heritage e tecnologia si incontrano senza sforzo, mentre la moda torna a interrogarsi sul suo ruolo culturale.
Più che risposte definitive, Parigi offrirà domande. E forse è proprio questo il suo fascino: non dire dove andremo, ma suggerire come potremmo arrivarci.
Una cosa è certa: la Paris Fashion Week Uomo 2026 non sarà solo da guardare, ma da ascoltare. Perché tra passerelle, performance e silenzi studiati, la moda continuerà a raccontare molto più di quello che indossiamo.
