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	<title>Pilgiò &#8211; Gilt Magazine</title>
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		<title>“Dentro la Materia”: conversazione con Antonio Piluso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Oct 2025 09:22:42 +0000</pubDate>
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<p>A Milano, tra i banchi di un laboratorio che profuma di <em>fuoco e sali</em>, <strong>Antonio Piluso — Pilgiò —</strong> ha trasformato il metallo in <strong>paesaggio</strong>.<br>Grazie alle <em>texture</em> esclusive dell’<strong>Oro Muto</strong> e del <strong>Platino Muto</strong>, ha inaugurato un <strong>lessico tattile</strong>: superfici <em>porose</em>, segni che catturano la <strong>luce</strong>, <em>griffe</em> che diventano <strong>scrittura</strong>.</p>



<p>In questa conversazione ci concentriamo su due solitari appena nati, per raccontare un percorso che intreccia <strong>mestiere e intuizione</strong>, <strong>funzione e linguaggio</strong>.<br>Il lavoro procede per <strong>tempi lenti</strong>: passaggi termici e chimici che <strong>mutano la pelle del metallo</strong>, fino a ottenere una materia che assorbe e restituisce luce in modo <em>diffuso</em>. Le <strong>micro-geometrie</strong> garantiscono stabilità alla pietra, mentre le superfici vissute dall’uso, registrano una <em>patina personale, </em>come una scrittura che si deposita giorno dopo giorno.</p>



<p>È in questo dialogo tra <strong>gesto tecnico</strong> e <strong>gesto poetico</strong> che il gioiello prende voce: un oggetto che non si limita a brillare, ma <strong>racconta</strong>.</p>



<p>Ecco le domande rivolte direttamente ad Antonio Piluso presso il suo laboratorio.</p>



<p><strong>Antonio, nella tua formazione e storia da orafo il tuo rapporto con le griffe nasce presto. Com’era “imparare” un castone allora?</strong><br>«All’inizio, da apprendista, si facevano con la bastina girata a mano e l’inserimento delle punte<br>a coda di rondine. È stato un passaggio formativo importante: allenava l’occhio, la mano e la<br>pazienza. Con il tempo però sentivo che quel modo così rigoroso non parlava ancora la mia lingua.<br>Quando ho aperto il mio laboratorio ho cercato un’altra strada e reinterpretazione del gioiello: una<br>materia più vera, terra solcata e ruvida, grezza e corporea. Da lì è nato il desiderio di ripensare<br>le griffe, non per negarle ma per farle diventare segno e texture.»</p>



<p><strong>Come si traduce questa ricerca nei due solitari di oggi?</strong><br>«Nel primo anello un solitario a griffe in Platino Muto vive all’interno di una struttura<br>maggiore in Oro Muto bianco (in foto a destra). L’oro è lavorato come una rete, una trama che sembra un<br>merletto arcaico o roccia porosa. Dentro e intorno alla rete vive un diamante protagonista centrale<br>assieme ad altri piccoli diamanti, minuscoli punti luce che si accendono nelle cavità. Penso spesso<br>alla neve fresca in montagna quando esce il sole: quella pulsazione di luce è il ritmo dell’anello.»</p>



<p><strong>E il secondo?</strong><br>«È più raccolto. Una fascia materica in Oro Muto bianco, scavata e compatta, da cui emerge il<br>solitario in Platino Muto (in foto a sinistra): sembra un bucaneve che attraversa la terra. I due metalli restano distinti. Il bianco caldo dell’Oro Muto gioca in contrapposizione al bianco freddo del Platino Muto.<br>Le due forme si uniscono in un abbraccio. È un equilibrio che tiene insieme nobiltà e istinto.»</p>



<p><strong>Perché il platino?</strong><br>«Venendo da una scuola classica e lavorando per grandi nomi della gioielleria milanese, per me<br>il platino è da sempre il riferimento più alto tra i metalli. Mi interessa metterlo a servizio della<br>pietra attraverso griffe solide, ma anche come struttura interna completa, un “endo-scheletro”<br>che dialoga con l’eso-scheletro in Oro Muto. Così, la funzione incontra il linguaggio.»</p>



<p><strong>E il tempo, come agisce su questi anelli?</strong><br>«Nulla è statico. L’Oro Muto prende patina, si smussa sulle sporgenze, si addensa nei<br>sottosquadri; il pH della pelle lascia una traccia personale, sempre diversa. Anche il Platino Muto,<br>pur essendo più stabile per natura, con l’uso ammorbidisce i bordi, prende una pelle sua, si<br>accorda al gesto ed è il vissuto a completare la forma.»</p>



<p><strong>Approfondimento sui brevetti Oro Muto e Platino Muto riguardo la materia come mezzo di racconto</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1000" height="600" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2025/10/Progetto-in-mezzo-ok.jpg" alt="" class="wp-image-138588" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2025/10/Progetto-in-mezzo-ok.jpg 1000w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2025/10/Progetto-in-mezzo-ok-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2025/10/Progetto-in-mezzo-ok-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2025/10/Progetto-in-mezzo-ok-480x288.jpg 480w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p>Con la linea <a href="https://www.pilgio.com/collezione-oro-muto/">Oro Muto Pilgiò</a> ha firmato una svolta: a Milano, dagli anni ’90, l’oro non è più solo <strong>brillantezza</strong>, ma <strong>paesaggio</strong>. Una superficie <em>spugnosa, scabra, porosa</em>, ottenuta con passaggi termici e chimici che trasformano la pelle del metallo e inaugurano un’<strong>estetica materica</strong>. È una ricerca che ha ridefinito il lessico del gioiello: non l’oggetto “finito” ma una <em>scultura viva</em> che assorbe e restituisce luce in modo diffuso.</p>



<p>Nei solitari a doppia struttura di cui parla Antonio, l’anello in <em>Platino Muto</em> a griffe è un <strong>corpo tecnico completo</strong> che tiene il diamante e garantisce micro-geometrie affidabili nel tempo; l’<strong>eso-scheletro in Oro Muto bianco</strong> definisce <em>tatto, ritmo, chiaroscuri</em>. I sottosquadri trattengono micro-patina; i piani sporgenti si levigano con l’uso, e i vuoti alleggeriscono e incanalano luce. Il risultato non è mai identico due volte: il pH, le abitudini, le stagioni incidono come una <em>scrittura personale</em>.</p>



<p>Il platino resta il metallo ideale per <strong>griffe e montature di precisione</strong>. Lo definiamo “custode” naturale del diamante: <em>neutrale, tenace, bianco per natura</em>. Il platino muta anch’esso come l’Oro Muto, acquisendo micro-rilievi che si modellano, ammorbidendo e levigando i bordi con la pelle: cambia colore come materia per <em>usura selettiva e micro-abrasione</em>, accordandosi (nell’anello) all’Oro Muto che lo circonda. È in questa tensione tra due bianchi che i solitari trovano voce.</p>



<p>Il diamante è il <strong>punto di quiete</strong>: incolore, taglio brillante, ancorato con griffe in <em>Platino Muto</em>. Intorno, nella versione “a rete”, diamantini punteggiano le cavità come <em>ghiaccio minuto in un canalone d’inverno</em>. La scelta della pietra è pulita e dichiarata; la montatura è pensata perché la gemma preziosa <strong>respiri luce</strong>, senza teatralità.</p>



<p>Questo è il senso dell’<strong>Oro Muto</strong>: non coprire la materia ma ascoltarla. Non imporre una finitura ma lasciare che l’uso la scriva. Nei due solitari di Antonio, il gesto tecnico (<em>l’anello in Platino Muto a griffe</em>) e il gesto poetico (<em>la scocca in Oro Muto che lo racchiude e imprigiona</em>) convivono.</p>



<p>È un linguaggio che appartiene a Pilgiò da decenni e che continua a evolvere ogni volta che un anello entra in contatto con una mano.</p>
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