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	<title>philippe malouin &#8211; Gilt Magazine</title>
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	<description>Un mondo dorato a portata di click</description>
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		<title>Il percorso creativo di un designer d’eccezione : Philipp Malouin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Apr 2026 23:15:17 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[design]]></category>
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<p>Tra i protagonisti più rilevanti del design contemporaneo, Philippe Malouin è un designer canadese con base a Londra, noto per un approccio che unisce sperimentazione materica, rigore industriale e una forte componente intuitiva.</p>



<p>Dopo gli studi all’Università di Montreal, alla Design Academy Eindhoven e successivamente al Royal College of Art di Londra, Malouin ha costruito una carriera internazionale collaborando con aziende come Flos, Hem, Resident e SCP, affermandosi come una delle voci più autorevoli della sua generazione.</p>



<p>Il suo lavoro si distingue per una capacità rara: trasformare processi produttivi complessi in oggetti apparentemente semplici, essenziali, ma sempre carichi di tensione progettuale. Un equilibrio tra brutalismo e raffinatezza che è diventato la sua firma.</p>



<p>Dall’intervista emerge chiaramente un aspetto fondamentale del suo approccio: il design non nasce dal disegno, ma dalla materia. Malouin parte infatti quasi sempre da un processo manuale — tagliare, assemblare, costruire — lasciando spazio anche all’errore e all’imprevisto come parte integrante del progetto.</p>



<p>Allo stesso tempo, si percepisce un’evoluzione importante nel suo percorso: se agli inizi il design era anche un modo per affermarsi e “farsi notare”, oggi la sua ricerca si orienta verso oggetti più silenziosi, pensati per durare nel tempo e per entrare con discrezione nella vita quotidiana delle persone.</p>



<p>Una visione che riflette una maturità progettuale sempre più consapevole, dove la forma non è mai solo espressione, ma conseguenza di un processo intelligente e responsabile.</p>



<p><strong>Partiamo dall’inizio: come nasce la tua passione per il design? E cosa ti ha portato a studiare alla Design Academy di Eindhoven e poi all’ENSCI di Parigi?</strong></p>



<p>In breve: tra liceo e università in Canada non avevo idea di cosa volessi fare. Così, da franco-canadese, ho iniziato a viaggiare in Europa. È lì che ho scoperto che esisteva davvero la possibilità di diventare designer di mobili.</p>



<p>Bisogna capire che, se vieni dal Canada negli anni ’90, è difficile anche solo immaginarlo: non c’era un’industria, non c’era un vero mercato.</p>



<p>Viaggiando per alcuni anni in Europa ho incontrato fotografi, architetti, designer… ed è stato naturale appassionarmi sempre di più. Tornato in Canada, mi sono iscritto al corso di Industrial Design all’Università di Montreal. Sapevo che con il massimo dei voti si poteva ottenere una borsa per studiare all’estero: così sono arrivato all’ENSCI di Parigi.</p>



<p>Dopo quell’esperienza sarei dovuto tornare in Canada, ma ormai ero troppo “contaminato” dall’Europa. Sapevo che lì non avrei potuto lavorare nel settore che desideravo. Così ho fatto di tutto per restare e alla fine sono riuscito a entrare alla Design Academy di Eindhoven. È lì che è davvero iniziata la mia carriera.</p>



<p><strong>Questa passione nasce già da bambino?</strong></p>



<p>Assolutamente sì. Sono cresciuto in un luogo molto isolato, lontano dai miei compagni di scuola. Dovevo inventarmi da solo il modo di passare il tempo.</p>



<p>Avevamo un grande laboratorio in casa, pieno di attrezzi, e io costruivo i miei giocattoli, facevo arte, creavo oggetti.</p>



<p>C’era anche un uomo che lavorava con noi, Lindor: era anziano, fumava sempre, ma mi ha insegnato a tagliare il legno, assemblare, costruire.</p>



<p>Io ho sempre fatto oggetti. È qualcosa che mi appartiene da sempre.</p>



<p><strong>Sono passati circa 18 anni dall’inizio della tua carriera. Come è cambiato il design e come è cambiata la tua visione?</strong></p>



<p>È una domanda molto interessante, perché il mio approccio è cambiato molto.</p>



<p>Quando sei giovane vuoi farti notare, vuoi fare dichiarazioni forti. Con il tempo, invece, desideri creare oggetti più semplici, meglio progettati, destinati a durare.</p>



<p>Oggi mi interessa realizzare oggetti che siano potenti ma silenziosi. Prima il mio lavoro era più “rumoroso”, ora voglio che l’oggetto comunichi in modo discreto ma intenso.</p>



<p>Mi interessa più come le cose vengono prodotte che come appaiono. Credo che il lavoro del designer industriale sia utilizzare le risorse in modo intelligente e trasformarle in un prodotto significativo, non solo in una forma o in un messaggio.</p>



<p>ì</p>



<p><strong>Sei considerato uno dei designer più influenti della tua generazione. C’è una collaborazione di cui sei particolarmente orgoglioso? E con chi ti piacerebbe lavorare in futuro?</strong></p>



<p>Devo dire Flos.</p>



<p>Da bambino avevamo in casa una lampada Snoopy di Flos: mia madre l’aveva portata dall’Italia negli anni ’80. Era sempre lì, intoccabile, perché preziosa.</p>



<p>Ho sempre sognato di lavorare con loro. Poi, quattro anni fa, mi hanno contattato. Per me è stato incredibile: vengo dal Canada, da “nessun posto”, e mi sono ritrovato a vivere questa realtà europea.</p>



<p>Non ho mai cercato le collaborazioni: in questo settore devi aspettare che siano gli altri a chiamarti. E quando è successo con Flos, è stato qualcosa di speciale.</p>



<p>Per il futuro, non voglio fare nomi, ma mi piacerebbe collaborare con un grande brand europeo, tra Germania e Svizzera.</p>



<p>Detto questo, più che il brand, mi interessa arrivare nelle case delle persone reali. È lì che voglio che i miei oggetti vivano.</p>



<p><strong>Come prendono forma le tue idee? Qual è il tuo processo creativo?</strong></p>



<p>Inizio sempre lavorando a mano.</p>



<p>Realizzo oggetti fisici e solo dopo li rifinisco al computer. Molti fanno il contrario: schizzo, digitale, poi prototipo. Io parto dalla materia.</p>



<p>Un esempio perfetto è la moka “Vita” per Alessi.</p>



<p>Ho un metodo che chiamo “copy-paste making”: prendo oggetti, li taglio, li saldo, li riassemblo. È un processo molto intuitivo, quasi casuale.</p>



<p>Molti miei progetti nascono così, per “incidenti”. Anche Vita è nata in questo modo.</p>



<p>Quando Alessi mi ha chiesto di disegnare una moka, ho accettato subito. Ma la domanda era: cosa puoi davvero aggiungere? Non puoi fare una moka migliore di quella di Richard Sapper. È impossibile.</p>



<p>Quindi puoi solo fare la tua versione. E la mia nasce proprio da questo approccio sperimentale.</p>



<p><strong>Com’è nata la collaborazione con Alessi?</strong></p>



<p>È una storia curiosa.</p>



<p>Uno dei miei studenti all’ECAL aveva contattato Alessi per un progetto, ma non è andato in porto. A un certo punto gli hanno detto: “Chiedi al tuo professore di scriverci”.</p>



<p>Pensavo fossero arrabbiati con me… invece volevano propormi di lavorare con loro.</p>



<p>Ovviamente ho accettato subito.</p>



<p><strong>La moka “Vita” è un perfetto esempio di “form follows function”. Sei d’accordo?</strong></p>



<p>Sì, anche se con una sfumatura ironica.</p>



<p>Come dicevo, il progetto nasce da un processo molto libero, quasi casuale. Ma poi entra in gioco la funzione.</p>



<p>Molte persone fuori da Italia, Francia, Portogallo o Germania non sanno usare una moka. Un canadese o un americano medio non capisce come funzioni.</p>



<p>Così ho deciso di rendere il meccanismo il più evidente possibile: la base è una grande vite, chiaramente leggibile. La sviti e capisci subito come funziona.</p>



<p>Detto questo, la vite è volutamente esagerata: è anche decorativa, quasi una caricatura del principio “la forma segue la funzione”.</p>



<p>Ma sì, in questo caso la forma segue decisamente la funzione.</p>
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