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	<title>Luciano Floridi &#8211; Gilt Magazine</title>
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	<description>Un mondo dorato a portata di click</description>
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	<title>Luciano Floridi &#8211; Gilt Magazine</title>
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		<title>Il mondo che ci sceglie: conversazione con Luciano Floridi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jan 2026 10:02:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Luciano Floridi]]></category>
		<category><![CDATA[Luciano Floridi filosofo]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Luciano-Floridi-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Luciano-Floridi-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Luciano-Floridi-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Luciano-Floridi-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/01/Luciano-Floridi.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Abbiamo intervistato Luciano Floridi per capire cosa significhi davvero vivere nell’era dell’innovazione, quando l’intelligenza artificiale non è più solo uno strumento bensì un ambiente</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it/interview/il-mondo-che-ci-sceglie-conversazione-con-luciano-floridi/">Il mondo che ci sceglie: conversazione con Luciano Floridi</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it">Gilt Magazine</a>.</p>
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<p><em>Filosofo, accademico e una delle voci più autorevoli al mondo sul tema dell’intelligenza artificiale, Luciano Floridi studia da anni l’impatto delle tecnologie digitali sulla società, sull’etica e sul modo in cui prendiamo decisioni. Attualmente è John K. Castle Professor in the Practice of Cognitive Science e direttore fondatore del Digital Ethics Center all’Università di Yale. I suoi studi sono un punto di riferimento globale per governi, aziende e istituzioni. Lo abbiamo intervistato per capire cosa significhi davvero vivere nell’era dell’innovazione, quando l’intelligenza artificiale non è più solo uno strumento, ma un ambiente.</em></p>



<p><strong>L’intelligenza artificiale non è più solo qualcosa che usiamo, ma qualcosa in cui viviamo. Cosa cambia per l’uomo quando la tecnologia inizia a influenzare il contesto delle nostre scelte prima ancora delle scelte stesse?</strong></p>



<p>Facciamo un passo indietro e chiediamoci chi disegna l’ambiente decisionale entro cui ci muoviamo. Immaginiamo una video call con due sfondi diversi: ognuno comunica qualcosa, manda segnali, suggerisce chi siamo o chi vogliamo apparire.</p>



<p>Ora allarghiamo lo sguardo: quei “fondali” sono le realtà digitali in cui operiamo ogni giorno. Qualcuno li progetta, con intenzioni che non sono necessariamente manipolatorie, ma che inevitabilmente <strong>orientano</strong>: mettono in evidenza certe opzioni e ne nascondono altre.</p>



<p>È vero, l’individuo mantiene una capacità di scelta. Ma, come si dice in Scozia, <em>chi paga il pifferaio sceglie la musica…E aggiungo io come si balla</em> (ride). Chi paga e sviluppa l’intelligenza artificiale ne decide il funzionamento e, di conseguenza, influenza anche le nostre decisioni, scelte, e preferenze.</p>



<p><strong>Oggi l’AI produce immagini e video sempre più credibili. Dai meme alle modelle virtuali seguite come persone reali: stiamo perdendo i riferimenti o stiamo entrando in una nuova forma di realtà?</strong></p>



<p>Ci sono alcuni punti fondamentali da chiarire. Prima di tutto, questa non è una rottura totale: è l’esplosione di un trend che esiste da sempre. La modella, per esempio, è sempre stata in parte “finta”: un modello ideale, irraggiungibile, quasi platonico. È sempre stata una figura irreale. La differenza oggi è che <strong>non dobbiamo più cercare quel modello nel mondo reale: lo costruiamo direttamente noi</strong>.</p>



<p>Fino a ieri avevamo esseri umani che trattavamo come avatar. Oggi abbiamo avatar che trattiamo come esseri umani. Ma la logica di fondo era già lì. Il vero problema non è tanto la quantità di immagini artificiali — che è enorme e produce rumore — ma la <strong>mancanza di strumenti per distinguere</strong>. Il rumore soffoca il segnale. Se avessimo un “radar” efficace, potremmo individuarlo comunque.</p>



<p>Il punto è questo: non è necessario bloccare il “noise”, ma <strong>migliorare il radar</strong>. Se so cosa cercare, il segnale emerge. Se non ho strumenti critici, una valanga di contenuti artificiali cancella ogni riferimento. E poi c’è un altro tema, ancora più interessante: non è detto che scegliere l’artificiale sia sempre un errore. Ma questa è un’altra questione.</p>



<p><strong>Capita sempre più spesso di vedere persone seguire modelle o modelli chiaramente irreali. È possibile che molti non se ne accorgano?</strong></p>



<p>Credo che ormai non sia più questo il punto centrale. Certo, c’è chi non capisce — succede, fa parte dell’umanità. Ma la cosa davvero interessante sono quelli che <strong>lo sanno benissimo</strong>. L’intelligenza artificiale ha qualcosa di rassicurante. La sua natura artificiale crea una distanza emotiva: so che non è reale, ed è proprio questo che mi protegge. Posso alzare l’asticella, provare a imitare quel modello. E se non ci riesco, ho una giustificazione pronta: <em>non è reale</em>. Così la pressione sociale si allenta.</p>



<p><strong>Questo ricorda molto </strong><strong><em>Her</em></strong><strong>, il film di Spike Jonze, dove il protagonista (Joaquin Phoenix) si innamora di un’entità artificiale che risponde sempre nel modo giusto.</strong></p>



<p>Esatto. E soprattutto <strong>non richiede alcuno sforzo di adattamento</strong>. Non mi chiede di cambiare, di incontrarla, di mettermi in discussione. Non pretende nulla. È una direzione che stiamo prendendo sempre di più, e non va sottovalutata. Educarsi a gestire tutto questo non sarà semplice.</p>



<p><strong>In realtà questi dialoghi con le macchine esistono da decenni.</strong></p>



<p>Assolutamente. I primi esperimenti risalgono agli anni Sessanta, con un famoso programma chiamato ELIZA. C’erano già persone che cercavano relazioni con ELIZA, un semplice software di poco più di 400 linee di codice. La tecnologia cambia, ma certi bisogni umani sono costanti.</p>



<p><strong>L’intelligenza artificiale moltiplica le possibilità, mentre il lusso crea valore limitandole. È una contraddizione o una nuova forma di esclusività?</strong></p>



<p>L’esclusività come fonte di valore è un punto centrale. Ma credo che l’AI non debba intervenire sul prodotto in sé. Come faccio ad avere diecimila giacche “esclusive”? (ride)</p>



<p>La vera opportunità è nel <strong>processo</strong>. In una ricerca fatta con Audi, mi fecero notare che non esistono due Audi identiche: ogni auto è leggermente personalizzata. Questo oggi è ancora più facile con l’AI ma non basta più.</p>



<p>Nel mondo della moda il passo successivo è il <strong>contatto con il processo e con la sua fonte</strong>. Non compro solo l’abito, ma l’esperienza del processo che lo ha generato. Se potessi comprare una giacca e, insieme, incontrare chi l’ha disegnata, per me avrebbe un valore enorme.</p>



<p>La moda è ancora molto legata all’ultimo anello della catena, all’oggetto. Solo da poco ha scoperto lo storytelling. Ma il vero fulcro rimane&nbsp; il tempo — limitato — del creatore. Ed è lì che nasce l’unicità dell’incontro.</p>



<p><strong>Lei parla spesso di responsabilità umana nell’uso dell’intelligenza artificiale. In un settore come la moda, chi dovrebbe essere il vero responsabile: il creativo, il brand o chi progetta gli algoritmi?</strong></p>



<p>Tutti, ma in modo diverso. Ciascuno è coinvolto, tutti hanno le loro responsabilità, ma la <strong>responsabilità primaria è del brand</strong>. È quest’ultimo che decide la strategia su come integrare l’AI, con quali valori e con quali limiti.</p>



<p><strong>Sostenibilità, inclusività, diversity: l’AI può renderle reali o rischia di trasformarle in semplice narrazione?</strong></p>



<p>Entrambe le cose. Può spingere in una direzione o nell’altra. Oggi, paradossalmente, chi lavora davvero su questi temi spesso lo fa controcorrente — e questo dà ancora più valore alle scelte autentiche. L’AI può diventare un radar anche qui: lungo la filiera produttiva individua dettagli che l’occhio umano fatica a cogliere.</p>



<p><strong>Un consiglio al mondo della moda, diviso tra entusiasmo e paura?</strong></p>



<p>Il rischio maggiore è adottare l’AI senza cambiare i processi per integrarla. Non posso fare la stessa torta e aggiungere l’AI come zucchero a velo sopra. Serve cambiare la ricetta. L’intelligenza artificiale è <strong>strutturale</strong>: va integrata ripensando i processi dall’interno. Per farlo bisogna conoscerli in modo profondissimo, altrimenti non si sa dove intervenire.</p>



<p><strong>Nasceranno nuove professioni?</strong></p>



<p>Tantissime. Serviranno proprio a questo: cambiare i processi. Perché se un’azienda non capisce che il mondo sta evolvendo rapidamente, semplicemente…chiude.</p>
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		<title>È tempo di essere lucidi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jan 2026 10:01:50 +0000</pubDate>
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<p>Durante le festività in molti mi hanno chiesto di prendere le distanze dalla vicenda che ha coinvolto Alfonso Signorini, nata dalle dichiarazioni di Fabrizio Corona. Qualcuno ha persino suggerito di rimuovere la copertina e la sua intervista. È proprio in momenti come questi che emerge quanto, troppo spesso, si smarrisca il senso della misura. Il buon senso. E, soprattutto, la capacità di leggere i fatti con lucidità, senza farsi trascinare da reazioni emotive o da una narrazione urlata.</p>



<p>Ad oggi, i fatti sono pochi e chiari. Fabrizio Corona ha portato alla luce dinamiche che esistono da sempre e che riguardano <strong>gran parte del mondo dello spettacolo</strong>, non solo la televisione italiana, ma anche quella internazionale. Meccanismi noti, raccontati sottovoce da decenni, che attraversano televisione, cinema, moda, musica. Questa volta, però, il racconto si è concentrato su un nome preciso, probabilmente per motivi personali. E tutti gli altri? Come mai non abbiamo altri nomi da far emergere ?&nbsp;</p>



<p>Non stiamo assistendo a una rivelazione epocale, né a una scoperta sconvolgente. Stiamo piuttosto osservando l’ennesima rappresentazione di un sistema che funziona così da sempre. Ciò che abbiamo oggi in mano sono <strong>immagini e messaggi</strong>, estrapolati dal loro contesto e restituiti al pubblico attraverso un’intervista. Ma le modalità, le responsabilità, le testimonianze e le reali dinamiche <strong>non possono essere decifrate guardando uno spezzone video o seguendo un’ondata social</strong>.</p>



<p>Sia chiaro: non si tratta di giustificare nessuno. Si tratta di rifiutare l’idea che ogni scandalo mediatico debba trasformarsi automaticamente in una sentenza collettiva. Reagire d’istinto significa accettare di essere guidati, ancora una volta, da una narrazione che vive di polarizzazione e semplificazione. La verità – quella vera – non nasce nei talk show, né sui social network. La verità la stabiliscono le indagini, i fatti verificati, e solo in ultima istanza <strong>la magistratura</strong>. Tutto il resto, almeno per ora, è <strong>spettacolo, intrattenimento, rumore</strong>.</p>



<p>Ma veniamo a noi. Il nuovo anno doveva aprirsi con il botto. E, in effetti, di botti ce ne sono stati. Purtroppo, anche tragici. Non possiamo non fermarci un attimo davanti alla terribile tragedia di <strong>Crans-Montana</strong>, dove giovanissimi hanno perso la vita in una discoteca la notte di Capodanno. Alle vittime e alle loro famiglie va la nostra vicinanza più sincera, con l’auspicio che venga fatta piena luce e che la giustizia faccia il suo corso.</p>



<p>Un altro evento che ha scosso il mondo intero è l’attacco degli <strong>Stati Uniti al Venezuela</strong> e la cattura del presidente <strong>Nicolás Maduro</strong>, accusato di aver facilitato il narcotraffico dal Sudamerica verso gli USA. A livello geopolitico, il clima è incandescente: Colombia, Messico e Cuba si stanno mobilitando per prevenire ulteriori attacchi, definiti “scellerati e fuori da ogni logica”, in difesa del Venezuela. Il quadro globale non è rassicurante. Le tensioni aumentano, le guerre si moltiplicano, e non resta che osservare, quasi trattenendo il fiato, sperando che il peggio venga scongiurato.</p>



<p>Sul web, come sempre, le opinioni sono arrivate a raffica: politici, celebrity, opinion leader. Tutti pronti a dire la loro. Ma la domanda resta una sola: <strong>quello che vediamo è davvero la realtà?</strong> Chi decide cosa percepiamo? Chi costruisce la narrazione?</p>



<p>A questa domanda prova a rispondere – con profondità e visione – la nostra lunga <strong>intervista di copertina a Luciano Floridi</strong>, professore e oggi titolare della cattedra di Filosofia ed Etica dell’Informazione a Yale. Un dialogo intenso, ricco di spunti, che apre riflessioni fondamentali sul presente e soprattutto sul futuro, in particolare sull’impatto dell’<strong>intelligenza artificiale nel mondo della moda e del lusso</strong>.</p>



<p>Il numero di gennaio, come da tradizione, apre l’anno ed è un <strong>numero maschile</strong>, dedicato al tema dell’<strong>innovazione</strong>. La moda uomo è protagonista assoluta: Pitti Uomo, Milano Fashion Week Uomo, Parigi Fashion Week e Haute Couture sono al centro del racconto.</p>



<p>Tra gli eventi imperdibili, uno sguardo ai <strong>Golden Globes</strong>, andati in scena questa notte a Los Angeles, e a uno degli appuntamenti automobilistici più iconici al mondo: <strong>ICE St. Moritz</strong>, l’evento di auto d’epoca sul ghiaccio più cool di sempre. L’anima maschile attraversa anche le nostre rubriche beauty, motori, gioielli, teatro, arte, design e lifestyle, come da nostro DNA.</p>



<p>Non vi svelo altro. Vi lascio il piacere di scoprire questo <strong>numero frizzante</strong>, mentre all’orizzonte si avvicinano le <strong>Olimpiadi Invernali</strong>, che saranno senza dubbio uno dei temi più discussi del prossimo numero.</p>



<p>Buon anno a tutti.<br>E buona lettura.</p>
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		<title>Luciano Floridi e la nuova filosofia dell’intelligenza artificiale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Nov 2025 16:31:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[La differenza fondamentale]]></category>
		<category><![CDATA[Luciano Floridi]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2025/11/La-differenza-fondamentale--768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2025/11/La-differenza-fondamentale--768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2025/11/La-differenza-fondamentale--300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2025/11/La-differenza-fondamentale--480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2025/11/La-differenza-fondamentale-.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Luciano Floridi ridefinisce l’intelligenza artificiale come agency: azione senza coscienza, etica senza illusione.</p>
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<p>Nel tempo in cui l’intelligenza artificiale si appropria del linguaggio, delle immagini e persino dell’immaginazione, il filosofo Luciano Floridi invita a fermarsi e riflettere. Con La differenza fondamentale, Artificial Agency: una nuova filosofia dell’intelligenza artificiale (Mondadori), propone una chiave di lettura che ribalta la retorica del progresso tecnologico: l’IA non pensa, non comprende, ma agisce, e proprio in questa “differenza” risiede il punto più decisivo del nostro futuro.</p>



<p><strong>Capire le macchine per capire noi stessi</strong></p>



<p>Floridi, tra i maggiori studiosi di filosofia dell’informazione e etica digitale, invita a non cadere nel mito dell’intelligenza artificiale “umana”. Le macchine, scrive, non sono intelligenti come noi: sono agenti artificiali, capaci di agire ma non di comprendere. La vera sfida non è emulare la mente, ma imparare a convivere con sistemi che decidono, calcolano e influenzano il mondo senza avere coscienza di sé.</p>



<p><strong>Un pensiero lucido nell’era dell’automazione</strong></p>



<p>Con rigore accademico ma tono divulgativo, Floridi costruisce una riflessione che unisce filosofia, etica e innovazione. Il libro è una bussola per orientarsi nel caos digitale, tra i rischi di delegare scelte morali a entità algoritmiche e la necessità di un nuovo umanesimo informazionale. L’obiettivo è riconquistare la nostra centralità, comprendendo ciò che davvero ci distingue dalle macchine.</p>



<p><strong>L’urgenza di una consapevolezza collettiva</strong></p>



<p>In un panorama dominato dall’entusiasmo tecnologico, La differenza fondamentale diventa un atto di responsabilità culturale. Floridi ci ricorda che l’IA non sostituisce l’uomo, ma lo obbliga a ridefinirsi: a capire dove finiscono i limiti della tecnologia e dove inizia la libertà umana. Un saggio che non offre risposte facili, ma apre la via a una filosofia del futuro.</p>



<p><strong>Oltre l’intelligenza, verso la responsabilità</strong></p>



<p>La lezione di Floridi è chiara: più che insegnare alle macchine a pensare, dobbiamo imparare a pensare noi l’intelligenza artificiale. Solo così potremo distinguere la differenza fondamentale che ancora ci rende umani.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it/lifestyle/letteratura/luciano-floridi-e-la-nuova-filosofia-dellintelligenza-artificiale/">Luciano Floridi e la nuova filosofia dell’intelligenza artificiale</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.giltmagazine.it">Gilt Magazine</a>.</p>
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