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	<title>ester pantano &#8211; Gilt Magazine</title>
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		<title>Il coraggio di non dipendere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Feb 2026 10:38:10 +0000</pubDate>
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<p>La femminilità, oggi, non è un concetto astratto. È una questione strutturale. Ha a che fare con il potere, con l’autonomia, con la possibilità reale di scegliere. Ed è da qui che nasce questo numero, perché parlare di moda e lusso senza interrogarsi su cosa renda davvero libere le persone significa fermarsi alla superficie.</p>



<p>Da alcuni anni un mio amico, compagno di liceo, vive in Svezia. Il nostro confronto, nel tempo, si è spesso allargato al funzionamento di quel sistema: il lavoro, il welfare, il rapporto tra individuo e Stato. All’interno di questo racconto emerge in modo naturale anche il ruolo della donna. Mi parla di stipendi adeguati, di servizi che permettono di conciliare lavoro e vita privata, di asili accessibili, di una struttura sociale che riduce drasticamente la dipendenza economica. Non vivendo lì, non posso verificare fino in fondo quanto questo modello sia virtuoso o quali siano le sue contraddizioni. Ma se anche solo una parte di ciò che mi viene raccontato corrispondesse alla realtà, sarebbe comunque un esempio utile da osservare. Perché quando una donna non è costretta a dipendere, può scegliere. E la possibilità di scegliere è il primo vero atto di libertà.</p>



<p>In Italia, e in molti altri contesti, la femminilità resta invece spesso legata all’immagine più che all’autonomia. La sensualità viene celebrata, l’indipendenza evocata, ma raramente sostenuta da condizioni concrete. È un tema che ritorna ciclicamente, e che in queste settimane è tornato al centro del dibattito pubblico. Le vicende riportate da Fabrizio Corona – sulle quali è corretto mantenere un atteggiamento garantista – non fanno che riportare alla luce dinamiche già note. Sedici anni fa si parlava di Vallettopoli. Oggi i nomi cambiano, ma il meccanismo resta simile: posizioni di potere che promettono opportunità, visibilità, avanzamenti di carriera; dall’altra parte, persone che accettano compromessi per accedere a quello spazio. Non è una questione morale, ma sistemica.</p>



<p>È importante distinguere. C’è una differenza netta tra l’abuso di un ruolo – anche quando non è esplicito, ma si esercita attraverso pressioni, aspettative, silenzi – e la scelta consapevole di muoversi all’interno di un sistema. Il risultato esterno può sembrare lo stesso, ma il costo interiore è diverso. La femminilità non è solo una questione di stile o di eleganza, per quanto la moda italiana abbia insegnato al mondo cosa significhi bellezza. Ha a che fare con la possibilità di restare fedeli a se stesse, di non dover rinunciare alla propria integrità per essere accettate.</p>



<p>Queste dinamiche non riguardano solo lo spettacolo. Il mondo della moda le conosce bene. Le ho incontrate direttamente nel mio percorso professionale. Un ambiente che ama definirsi meritocratico, ma che spesso si muove per relazioni personali, simpatie, equilibri fragili. Negli anni ho visto emergere figure molto giovani che si attribuiscono ruoli di grande responsabilità senza averne ancora la solidità, trasformando incarichi professionali in strumenti di potere personale. Ho vissuto situazioni di esclusione legate non alla qualità del lavoro, ma a rapporti deteriorati e a rancori individuali.</p>



<p>Ho vissuto dinamiche di esclusione evidenti anche all’interno di brand importanti come Dsquared2, che conosco da oltre sedici anni. Il passaggio della gestione delle relazioni pubbliche a figure molto giovani e, a mio avviso, prive dell’esperienza e delle competenze necessarie per ricoprire un ruolo così delicato, ha segnato un punto di rottura. Dal punto di vista dell’immagine e della comunicazione, il brand ha progressivamente preso una direzione discutibile, lontana dalla solidità e dalla visione che lo avevano reso riconoscibile negli anni. Non si tratta di una questione anagrafica, ma di preparazione, di visione strategica, di capacità reale di rappresentare un marchio internazionale.</p>



<p>A questo si è aggiunto un altro elemento, ancora più critico: per motivazioni che nulla hanno a che fare con il valore editoriale o professionale, si è progressivamente creata una chiusura selettiva. Alcuni profili sono stati esclusi, mentre venivano sistematicamente favoriti influencer e figure prive di reale contenuto, scelti non per merito ma per prossimità personale a chi gestiva le relazioni pubbliche. Un sistema di favoritismi che ha finito per premiare cerchie ristrette di “amichetti” invece di costruire un dialogo serio con professionisti e realtà editoriali consolidate. Mi auguro sinceramente che a livello apicale qualcuno se ne accorga e intervenga, perché quando la comunicazione viene affidata all’improvvisazione e alle dinamiche personali, il danno non è individuale: è del brand stesso.</p>



<p>In un altro caso, una persona che in passato aveva collaborato con una rivista che coordinavo, alla chiusura del progetto editoriale (era il lontano 2008 ed erano i primi esperimenti di editoria digitale) reagì in modo ostile. Anni dopo, una volta ottenuto un ruolo di rilievo nelle relazioni pubbliche di una grande maison di moda, utilizzò quella posizione per escludere la nostra testata sistematicamente. Alla sua uscita dal brand, la situazione tornò alla normalità. Oggi, in un contesto diverso, lo schema si ripete. È l’esempio di come il potere, se non governato da competenza e responsabilità, diventi uno strumento di rivalsa.</p>



<p>Di fronte a tutto questo, la scelta è stata una sola: non dipendere. Continuare a lavorare con dignità, senza piegarsi, senza cercare legittimazioni forzate. La libertà, anche quando comporta rinunce, resta l’unico vero spazio di coerenza.</p>



<p>È con questo sguardo che nasce il nuovo numero. Un numero che affronta la femminilità come forza consapevole, non come ruolo imposto. Il volto che abbiamo scelto è quello di Ester Pantano, attrice autentica, prossimamente al cinema con <em>Io+Te</em>. In lei convivono eleganza, profondità e una presenza che non si esaurisce nell’immagine.</p>



<p>Guardiamo poi allo sport e al futuro, con un ampio focus sulle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina, mettendo in luce il ruolo delle donne, le quote rosa, i passi avanti e le sfide ancora aperte. Raccontiamo la moda donna come espressione di un presente che chiede identità, non decorazione. Raccontiamo lo spettacolo con una copertina speciale dedicata per la prima volta a Sanremo: durante la settimana del Festival condotto da Carlo Conti vi porteremo nella città della musica, tra interviste, eventi e incontri.</p>



<p>E poi il cinema internazionale, con gli Oscar e le interpreti che oggi incarnano un’idea di sensualità che va oltre l’estetica, diventando linguaggio culturale. Come sempre, attraversiamo il lifestyle in tutte le sue declinazioni: beauty, viaggi, motori, tecnologia, arte.</p>



<p>Questo numero è un invito a riflettere su cosa significhi davvero femminilità, oggi: non un compromesso, non una concessione, ma la possibilità concreta di scegliere. E, in un sistema che ancora fatica a garantire questa libertà, resta il lusso più autentico che esista.</p>



<p>Buona lettura.</p>
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		<title>La coerenza come stile. Ester Pantano racconta il suo cinema</title>
		<link>https://www.giltmagazine.it/interview/la-coerenza-come-stile-ester-pantano-racconta-il-suo-cinema/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Feb 2026 10:36:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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		<category><![CDATA[Ester Pantano attrice]]></category>
		<category><![CDATA[Ester Pantano film]]></category>
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					<description><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p>Diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia, si muove con naturalezza tra cinema, teatro e televisione, costruendo nel tempo un percorso coerente, mai accomodante</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<img width="768" height="461" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-768x461.jpg" class="webfeedsFeaturedVisual wp-post-image" alt="" loading="lazy" style="display: block; margin-bottom: 5px; clear:both;max-width: 100%;" link_thumbnail="" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-768x461.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-300x180.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2-480x288.jpg 480w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-2.jpg 1000w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" />
<p>Attrice siciliana, classe 1990, Ester Pantano è una di quelle presenze che non attraversano lo schermo in modo neutro. Porta con sé un’energia precisa, un pensiero strutturato, una visione del mondo che si riflette inevitabilmente nei personaggi che sceglie di interpretare. Diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia, si muove con naturalezza tra cinema, teatro e televisione, costruendo nel tempo un percorso coerente, mai accomodante.</p>



<p>Il grande pubblico la conosce per ruoli popolari che l’hanno resa riconoscibile e amata, ma è nel cinema più intimo e autoriale che Pantano sembra trovare il suo spazio più autentico: quello in cui il personaggio femminile non è funzione narrativa, ma soggetto complesso, politico, vivo. Le sue donne non sono mai decorative, mai rassicuranti. Sono attraversate da contraddizioni, desideri, fratture, scelte radicali.</p>



<p>Parallelamente al lavoro artistico, Ester Pantano ha sempre mantenuto una posizione chiara e pubblica su temi legati ai diritti, al linguaggio, alla rappresentazione del corpo femminile e al ruolo delle donne nello spazio culturale e mediatico. Una presa di posizione che non si traduce in slogan, ma in una coerenza profonda tra ciò che interpreta e ciò che è.</p>



<p>In <em>Io+Te</em>, film che la vede protagonista nei panni di Mia, questa traiettoria trova una nuova, intensa declinazione. Ma il racconto che emerge va oltre il singolo ruolo: parla di identità, di libertà, di desiderio, di maternità, di potere. E soprattutto di un modo di essere donna che non accetta di essere semplificato, addomesticato o ridotto a narrazione conveniente.</p>



<p>Un dialogo che attraversa il cinema, la società e lo stile – inteso come postura esistenziale – e che restituisce il ritratto di un’attrice e di una donna che ha scelto, consapevolmente, da che parte stare.</p>



<p><strong>In </strong><strong><em>Io+Te</em></strong><strong> interpreti Mia, una donna indipendente, razionale, apparentemente impermeabile ai legami, che però viene attraversata da un amore capace di rimettere tutto in discussione. Cosa ti ha affascinato di più di questo personaggio e in quale punto del suo percorso ti sei sentita più vicina a lei come donna, prima ancora che come attrice?</strong></p>



<p>Mi ha affascinato il modo in cui Mia trova un rimedio ai suoi traumi infantili e all’assenza dei genitori: una madre attrice, spesso lontana per lavoro, e un padre che l’ha abbandonata. Di fronte a questo vuoto, sceglie un lavoro stabile, di grande responsabilità, un lavoro in cui salva vite e porta vita. Eppure, una volta rientrata nella sua dimensione privata, sente il bisogno di essere slegata da tutto e da tutti. Gli esseri umani si adattano a ciò che hanno e, quasi sempre, riescono a salvarsi.</p>



<p>Di lei riconosco profondamente l’indipendenza e l’emancipazione: non dover chiedere il permesso a nessuno, sapersela cavare da sola e, soprattutto, non lasciarsi sopraffare da ciò che la società ha deciso per te solo perché sei una donna.</p>



<p>Anch’io sono impermeabile ai legami, ma a quelli tossici. È una cosa che ho imparato negli anni e riguarda tutti i tipi di relazioni: amorose, amicali, lavorative.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1000" height="400" src="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano.jpg" alt="" class="wp-image-141963" srcset="https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano.jpg 1000w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-300x120.jpg 300w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-768x307.jpg 768w, https://www.giltmagazine.it/wp-content/uploads/2026/02/Ester-Pantano-480x192.jpg 480w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p><strong>Mia vive la sensualità come esperienza libera, non necessariamente legata alla promessa o alla stabilità. In un’epoca in cui il corpo femminile è spesso raccontato attraverso stereotipi o aspettative esterne, che tipo di femminilità e sensualità ti interessava portare in scena attraverso di lei? E quanto questa visione dialoga con la donna Ester Pantano di oggi?</strong></p>



<p>È fondamentale sdoganare tutti i luoghi comuni sulle donne “rassicuranti”, prive di pulsioni sessuali, addomesticate per le mura domestiche, per figliare e accudire il focolare. È una narrazione profondamente maschile e tremendamente conveniente. Le donne desiderano, giocano, esplorano esattamente come gli uomini. Solo che per troppo tempo questo è stato vietato, condannato, giudicato.</p>



<p>Da bambina venivo definita un maschiaccio. In realtà ero solo libera, piena di passioni. Non mi interessava portare sensualità, ma verità. Mia seduce se vuole, non sempre e non per compiacere. È padrona del suo corpo, in tutto. Per me la sensualità è questo: avere passioni e nutrirle.</p>



<p><strong>Il film affronta con grande delicatezza e verità il tema della maternità mancata o difficile, mostrando come questa esperienza possa incidere profondamente sull’identità di una donna. Da attrice, quanto è stato complesso entrare in questa fragilità così intima e quanto pensi sia ancora necessario, oggi, raccontare senza filtri queste storie?</strong></p>



<p>È necessario raccontarle, perché esiste ancora chi condanna le donne che decidono di abortire. Chi condanna una donna che sceglie di abortire dopo una violenza. Chi si oppone all’aborto anche quando la donna rischia la vita. Ci sono tantissime questioni che devono ancora essere analizzate, messe a fuoco, illuminate.</p>



<p>In questa storia si porta alla luce anche ciò che continua a essere nascosto o reso illeggibile attraverso parole ambigue. Ed è lì che il cinema deve intervenire: per restituire chiarezza, dignità, complessità.</p>



<p><strong>Dai lavori più popolari, come </strong><strong><em>Oi vita mia</em></strong><strong>, fino a progetti cinematografici più intimi e autoriali come </strong><strong><em>Io+Te</em></strong><strong>, il tuo percorso mostra una continua ricerca di ruoli femminili non convenzionali. C’è un filo rosso che senti di seguire nelle tue scelte artistiche? E che tipo di personaggi senti di voler esplorare sempre di più in futuro?</strong></p>



<p>La mia fortuna – e il mio onore – è stato forse quello di essere scelta e riconosciuta come donna portatrice di valori, di un potere proprio nel mio stare al mondo. Anche nel verbalizzare il mio disaccordo verso strutture sociali che continuano a imporsi.</p>



<p>Porto avanti un’idea di indipendenza, emancipazione e di assoluto rifiuto del compromesso. Credo sia fondamentale, oggi, accettare il rischio di un “no” pur di restare a posto con la propria coscienza. I cambiamenti reali passano anche dalle piccole cose quotidiane: dal linguaggio, dal modo di porsi, di dialogare, dal pretendere parole giuste. Le parole sono importanti.</p>



<p>Un film che ha cambiato profondamente la mia vita è <em>Francesca e Giovanni</em>, in cui interpreto Francesca Morvillo. Una magistrata straordinaria, ancora oggi raccontata sui giornali come “la moglie di”. Questo è un problema enorme di narrazione.</p>



<p>E abbiamo il dovere – soprattutto chi ha più visibilità – di cambiarla. Non possiamo più accettare una televisione che espone corpi femminili come accessori, donne mezze nude chiamate a sorridere, rassicurare, eccitare, mentre gli uomini parlano e detengono il contenuto. È imbarazzante. Dobbiamo riprenderci questo potere. Io so di far parte di quelle donne che non vogliono essere addomesticate. E che, soprattutto, non lo sono.</p>



<p><strong>Il cinema, come la moda, ha il potere di raccontare chi siamo e chi stiamo diventando. Se dovessi definire il tuo rapporto con lo stile – inteso non solo come abiti, ma come modo di stare nel mondo – diresti che oggi ti rappresenta di più l’eleganza della coerenza o il coraggio della trasformazione?</strong></p>



<p>Cinema e moda raccontano da sempre il tempo che viviamo: il sogno, l’onirico, l’utopia. Spesso, nei film e negli stili che amo, portano rivoluzioni e libertà scardinate da ogni regola, lontane dalla perfezione.</p>



<p>Oggi hanno una responsabilità enorme: non creare dismorfismi, non proporre modelli irrealistici, non trasformare le persone in Frankenstein della chirurgia estetica. Io credo di essere un’elegante rivoluzione contro gli stereotipi imposti. Spero che i ragazzi scelgano modelli ispirazionali, non estetici. Che sviluppino il proprio gusto, che siano fieri delle loro disuguaglianze, della loro personalità non conforme.</p>
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