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		<title>Gli inaspettati imperi di Very Ralph Lauren</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Oct 2019 12:08:06 +0000</pubDate>
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<p>Ralph Lifschitz, questo l’originario nome dell’uomo meglio conosciuto come <b>Ralph Lauren</b>, e titolo dell’omonimo documentario “<b>Very Ralph</b>” firmato HBO, diretto dall’indefettibile <b>Susan Lacy</b>. Presentato in anteprima al <b>Festival del Cinema di Roma</b> e in uscita il 16 Novembre per Sky Arte, il docufilm promette di testimoniare l’uomo prima, per svelarne il successo imprenditoriale solo poi, al fine ultimo di poterne comprendere meglio i primi passi.</p>
<p>Al rapporto con il documentario cinematografico la regista racconta di esservi giunta per caso: è giovane e sogna di fare la giornalista, inizia a lavorare nel mondo dei media americani e qui decide di documentare e disegnare cinematograficamente le vite degli altri. Con fare magnetico, subisce il fascino di coloro che creano, coloro che, per la grande necessità interiore di creare e comunicare superano ostacoli, forzature culturali, e ancora, demoni personali per la pura esigenza di esternare.</p>
<p>Rientra così nei margini tracciati da queste linee guida Ralph Lauren, nato nel Bronx nel 1939, figlio di immigrati ebrei della Bielorussia, che attraverso l’ispirazione cinematografica decide di cambiare il suo avvenire creando capi di abbigliamento. Non sono i successi di per sé ad interessare Susan Lacy, quanto il <b>collegamento diretto con il lato umano</b>, la forza motoria intrinseca nell’uomo che consente di arrivare alla riuscita: “I am a humanistic filmaker” dichiara Lacy, “sono interessata nel tracciare un ritratto umano di chi ho difronte e per farlo ho bisogno di totale fiducia e libertà”.</p>
<h3>L’ambizioso romantico progetto di Ralph Lauren</h3>
<p>Durante la proiezione viene sviscerato ogni lato della <b>personalità imprenditoriale</b> di Ralph Lauren, il quale crede così fermamente nel suo progetto da pensare di poter rispondere “no” ad importanti proposte di collaborazione, economicamente remunerative. Ralph Lauren scombina inaspettatamente il rigido approccio della moda maschile di quegli anni; emerge il lato più controverso e pionieristico di un uomo che diventa <i>designer</i> in un’industria del fashion, con rigidi canoni stilistici e commerciali, dove solo la donna si rivolge ai designer e l’uomo ancora cura il suo guardaroba rigorosamente dal sarto. Very Ralph espone la <b>coerenza estetica</b> di un precario essere umano che mette su stoffa tutte le sue ambizioni, e ispirato dal cinema Hollywoodiano riversa nelle sue creazioni tutta un’epoca e un’intera nazione.</p>
<p>Simbolo primordiale di questo processo creativo, le sue ampie <b>cravatte</b>: esageratamente più larghe (di centimetri) rispetto alle più comuni e allungate dell’epoca, atipiche per la selezione di colori pastello, insuete per i materiali arricchiti e flamboyant, decretano il successo di un uomo che cambierà la percezione dell’abbigliamento e racconterà una storia intrinsecamente americana. Per farlo, sceglie immagini reali, quotidiane, evocative del bello, molto spesso giocate sul concetto dell’<b>anti-fashion</b>. Decide di parlare di garbo ed eleganza, diventando così “<b>il porto sicuro nel mondo della moda</b>”.</p>
<p>Ralph Lauren, folle da pensare che l’immagine di un evocativo <i>countryside americano </i>sarebbe bastata come campagna pubblicitaria, e senza errore: una campagna pubblicitaria di abbigliamento, dove l’abbigliamento non è compreso, è il modo in cui lo stilista rischia tutto per raccontare non la tendenza di quell’anno, bensì uno stile di vita, un modo di vivere l’abbigliamento. Sceglie modelli e modelle di colore quando ancora le passerelle e le pagine di moda erano bianchissime; <b>democratizza</b> l’idea di ciò che era di tendenza e dichiara egli stesso l’impegno “nell’aver donato <b>romanticismo ai vestiti</b>”.</p>
<p>Affiora la più personale storia di uno tra i più ricchi e possidenti uomini del mondo, che non smette di pensare alle sue umili origini, quando nel Bronx osservava suo padre dipingere. Così i colori della tavolozza del padre vengono convertiti in chiavi cromatiche necessarie per la lettura dello stile nazionale, country ma allo stesso tempo elegante e impeccabile. In un’esistenza assegnata dal destino, dove non possedeva nulla, sono i film ad aprire a Ralph Lauren una finestra sulla vita che avrebbe voluto e potuto avere. <b>Il cinema</b> gli insegna come vivere un mondo in cui non era cresciuto, a cui non apparteneva ma che aveva il proposito di conoscere e ridisegnare.</p>
<h3>L’intima regia di Susan Lacy</h3>
<p>La <b>regia</b> riesce a raccontare le ambizioni, i successi ma anche le paure, gli azzardi e le cadute di colui che “è salito su questo treno (l’industria della moda) molti anni fa e non ha nessuna intenzione di scendere” (Anna Wintour). Un uomo che concorre nel mondo della moda da più di sessant’anni, da cui però rifugge allo stesso tempo. Descritto come isolato dal fashion system, sfuggente e schivo, riservato alla sua vita di uomo, marito, padre e nonno, così diserta le feste hollywoodiane per mangiare e ridere con la famiglia, e interpretando Sinatra canta per i corridoi di casa con un mestolo in mano.</p>
<p><b>La fotografia è documentaristica</b>, caratterizzata dall’alternarsi di immagini di repertorio e interviste più recenti. La struttura temporale è in continuo movimento tra l’oggi e l’ieri, con un piano emotivo in continuo up and down tra il personale e il professionale. Un documentario che di statico non ha nulla, e che stilisticamente riesce nel mostrare la parte forse più vulnerabile, ma anche la più autentica, del designer americano.</p>
<p>La regia sceglie di raccontare Ralph Lauren nell’intimo con le voci della moglie, dei figli e dei fratelli; nel professionale con gli elogi e i pensieri celebrativi dei colleghi del fashion system. Commuove ritrovare i volti e le voci di Weber e Lagerfeld, ancora la Wintour e i colleghi del giornalismo americano come André Leon Talley, insieme a Jason Wu, Naomi Campbell, Martha Stewart, Calvin Klein, Diane von Furstenberg, Tyson Beckford, Tina Brown, Jessica Chastain, Vanessa Friedman, Paul Goldberger e persino Hillary Clinton.</p>
<p>Nonostante tutto, non sono tanto gli aspetti inediti e rivelati del film a colpire, quanto come Ralph Lauren sia riuscito nell’impresa titanica di creare <b>due imperi</b>: il suo brand <b>Polo Ralph Lauren</b>, dove sono racchiuse le ambizioni e i sogni di un imprenditore, e ancora più importante, il <b>grande impero della famiglia</b>, dove è custodito “tutto quello che conta per un uomo, con tutto, ma proprio tutto, quello di cui ho bisogno” (Ralph Lauren).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>di Camilla Stella</i></b></p>
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		<title>Almost nothing. Cern: la scoperta del futuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Nov 2018 09:19:20 +0000</pubDate>
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<p>Come si può pensare anche solo per un momento di lasciare tutto al caso e non fermarsi a meditare almeno un attimo su che cosa ne sarà del nostro <b>futuro</b>? Quale sarà l’ambiente di cui faremo parte e che ci circonderà in ogni momento della nostra giornata? Ma soprattutto, chi cercherà la risposta a tutte le nostre domande per riuscire ad affrontare al meglio il mondo di cui faremo parte? Ve lo siete mai chiesti?</p>
<p>Pare proprio che il collettivo di artisti e filmmakers di <b>ZimmerFrei</b> abbia cercato di dare risposta a tutte queste domande, e con l’aiuto dei suoi collaboratori Massimo Carozzi, Anna De  Manincor e Anna Rispoli &#8211; che hanno fondato tutto questo a Bologna nel 2000 &#8211; hanno dato vita ad una vera e propria collaborazione per produrre dei film che diano la possibilità di investigare dettagli di contemporaneità attraverso le abitudini, la cultura, la società a cui appartiene l’umanità d’oggi con l’utilizzo delle arti visive, delle performances, della musica e dello spettacolo. <b>Almost nothing</b> è proprio questo: uno dei migliori esperimenti cinematografici mai riusciti.</p>
<h3>Almost nothing, parliamo veramente “quasi del nulla”?</h3>
<p>Titolo discutibile quello di un film che non si sofferma soltanto sull’analizzare quello che vedono tutti, non vi pare? Eppure, da fuori, <b>Cern</b>, sembra esattamente questo: un insieme di fisici delle particelle, collocati in una cittadina che si trova tra la Francia e la Svizzera, che cercano di trovare una risposta alle loro teorie tramite l’utilizzo della <b>scienza</b> e della <b>fisica</b>. Ma che cos’è in realtà?</p>
<p>In verità, parliamo di un gruppo molto vasto di persone che lavorano come se fossero un unico cervello, un’unica macchina che cerca di mettere corpo e mente nelle proprie scoperte; gente che ha una vita, che instaura delle relazioni fisiche ed emotive con gli altri, che combatte ogni giorno per creare delle nuove regole di funzionamento di un sistema che sembra già pianificato. Uomini che non smettono di costruire delle vere e proprie basi per una società che non si vedono in superficie, come potremmo dire per il lavoro degli architetti, ma che lasciano spazio a pensieri molto più profondi e di spessore.</p>
<h3>Almost nothing&#8230;Utopia o realtà?</h3>
<p>La <b>ZimmerFrei</b> ha più volte raccontato quanto tempo e dedizione ha portato la realizzazione di questo film: a partire dagli ambienti più inusuali, più disabitati e spaesati in cui girare, fino ad arrivare alle scrivanie e agli uffici di questi uomini e donne solamente per fare loro delle domande, in 16 minuti di tempo, con la speranza di ricevere una risposta che non si sa se sarebbe stata coperta totalmente dal suono di alcuni dei più grandi macchinari scientifici del nostro Pianeta.</p>
<p>Perfino <b>Anna De Manincor</b>, citando i suoi colleghi, spiega con quale stupore e con quale gioia si erano trovati ad affrontare una comunità che sembrava aver creato una connessione tra la propria vita e la scienza, rendendola una cosa unica. Come si erano sentiti davanti ad un “villaggio utopico” in cui nessuno sembrava lamentarsi del proprio lavoro, ma tutti parevano invece soddisfatti in ogni momento in cui si trovavano in quel luogo.</p>
<p>Per questo, nulla poteva essere più soddisfacente del risultato del documentario che è stato prodotto. L’<b>inverosimile</b>, il <b>surreale</b> e il <b>reale</b> sono riusciti a coalizzarsi tra loro in un&#8217;unica registrazione, dando a vita a quello che fin dal principio si era ricercato.</p>
<p>Non manca altro che immergervi nella visione di questo film, considerato uno dei più grandi ed interessanti documentari dal <b>Ministero dei Beni Culturali e del Turismo</b>, per capire esattamente di cosa stiamo parlando e di ciò che vogliamo trasmettere per farvi comprendere che, la maggior parte delle volte, andare oltre quello che si vede superficialmente si rivela molto più di quello che avremmo pensato. Dal <b>18 novembre</b> 2018 in tutte le sale cinematografiche italiane.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>di Luciana Losada </i></b></p>
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		<title>Coldplay &#8211; A head full of dreams: un sogno diventato realtà</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Nov 2018 09:46:43 +0000</pubDate>
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<p>“Everything is possible, if you never give up and if you believe in love”.  Sono queste le parole che, chiudendo gli occhi, rievocano nella mente di chi il 3 luglio 2017 era allo stadio San Siro di Milano e con il cuore pieno di adrenalina ed emozione, ascoltava e ballava sulle note di Chris, Will , Guy e Jonny. Sulle note dei <b>Coldplay</b>.</p>
<p>E quell’emozione e quella adrenalina, quella voglia di cantare i loro brani più belli, da Fix you a Paradise, da Viva la Vida a Up&amp;up, riemergono davanti alle scene inedite del docufilm evento <b>A head full of dreams</b>. Due decenni di musica e passione, di prove e concerti, raccontati dal regista <b>Mat Whitecross</b> con l’obiettivo di farci respirare a pieni polmoni e toccare con mano non solo il grande talento, ma anche la forte amicizia che lega, dal lontano 1997, quei quattro ragazzi inglesi.</p>
<h3>14 novembre, la data da segnare in agenda</h3>
<p>L’appuntamento è  fissato per <b>mercoledì 14 novembre</b>, solo per una notte, in oltre 2000 cinema in tutto il mondo, tra cui 49 sale italiane. <b>A head full of dreams</b>, in collaborazione con Trafalgar Releasing, sarà proiettato in lingua originale con sottotitoli in italiano e 10 minuti di contenuti extra esclusivi.</p>
<h3>Coldplay, venti candeline di successo e amicizia</h3>
<p>In una scena del film appare un Chris Martin giovane e universitario che sorridendo e indicando  la telecamera dice “Chris, Guy, Jonny, Will. Don’t you forget!” E proprio non si sbagliava, perché vent’anni dopo tutti noi conosciamo e amiamo i <b>Coldplay</b>. Vent’anni raccontati in una pellicola che fa trasparire<b> il sacrificio e la passione per la musica</b> di quattro ragazzi ignari del successo che i loro tour avrebbero avuto in tutto il mondo, dall’Europa, all’Asia, dall’America all’Oceania, ma consapevoli del loro sogno: <b>lasciare il segno</b> nella storia della musica. Un sogno diventato realtà grazie ad un altro pilastro su cui poggiano la storia e la pellicola dei Coldplay: <b>la forte amicizia e la stima reciproca </b>che lega i quattro membri e che Whitecross ha voluto far emergere per farci comprendere quanto la musica e i Coldplay che siamo abituati a vedere ne siano solo una conseguenza.</p>
<h3>I Coldplay e una magia da vivere al cinema</h3>
<p>Un mix perfetto di ingredienti che hanno permesso a quei ragazzi che cantarono timorosi Yellow, nella loro prima apparizione in TV nel ‘98, di diventare quei Coldplay che nell’ultimo tour, <b>A head full of dreams</b> (da cui il film prende il titolo), dopo un bacio al palco, corrono verso i fan e regalano loro pura magia. Una magia, vi assicuriamo, a cui si prende parte guardando il film, tutto d’un fiato!</p>
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<h3><b><i>di Amalia Malagrinò</i></b></h3>
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