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	<title>Blonde trama &#8211; Gilt Magazine</title>
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	<description>Un mondo dorato a portata di click</description>
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		<title>“Blonde”, il nuovo film su Marilyn Monroe in concorso a Venezia79</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Clara]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Sep 2022 13:07:27 +0000</pubDate>
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<p><strong>Il sogno ovattato&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p>Scritto e diretto da<strong> Andrew Dominik</strong>, che cercava questo film da 14 anni, “<strong>Blonde</strong>” elabora un&nbsp; personale tentativo di empatizzare con la storia di <strong>Marilyn Monroe</strong>.&nbsp;</p>



<p>Ciò che colpisce è come il film riesca a mostrarci una Norma Jean/Marilyn pura, nonostante non&nbsp; faccia che raccontare cronologicamente la vita drammatica dell’attrice: l’infanzia di sballottamenti&nbsp; e noncuranza, il difficile rapporto con la madre ricoverata in psichiatria, l’assenza profonda del&nbsp; padre, gli abusi sessuali e non ultime le precarie relazioni sentimentali.&nbsp;</p>



<p>Certo, non manca qualche invenzione che romanza la storia, ma ciò che conta è come il regista&nbsp; cerchi di portarci a fianco di un sentimento e di un animo, che si ipotizza deve aver vissuto&nbsp; l’attrice.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Marilyn in questo film rimane intatta, restituendo giustizia a un mondo di riflettori e violenze che&nbsp; hanno cercato di disintegrarla. La scelta di raccontare il film in semi-soggettiva, alternando anche&nbsp; con il bianco e nero, potrebbe risultare banale, ma la cura con cui viene alternato al colore, e la&nbsp; delicatezza della regia (interessante l’impiego di lenti dall’effetto “swirly bokeh”), ci restituiscono quel bilico in cui viveva Marilyn, costantemente tradita e delusa da chi le stava intorno. Delusioni&nbsp; che ovattano la sua vita fino a renderla irreale come un sogno.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>Lo sguardo imprigionato&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p>Lo sguardo non è mai univoco e stabile, ma essendo frutto di intenzioni, relazioni, è sempre in&nbsp; bilico. Cosa rimane allora? Rimane ciò che viene guardato in tutta la sua semplicità, Marylin. La sua&nbsp; personalità soffocata, la dolcezza della sua immagine e il suo sguardo ancora lì, come sospeso.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Dominik prova a raccontarci questa Marilyn, una donna troppo fiduciosa verso gli altri, sempre&nbsp; “messa da parte” a guardare e a guardarsi. Due gravidanze fallite, la cui prima a causa della&nbsp; produzione, una madre noncurante e un padre assente, una vita messa all’angolo. Rimane quella&nbsp; maschera, il sé sotto i riflettori, vero e proprio “profilo” che rappresenta una Marilyn divisa.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>La regia riesce a portarci dentro la dolcezza di quell’animo che dev’essere stato Marilyn. Pure&nbsp; nell’episodio dei barbiturici, Marylin ci viene mostrata nella sua purezza, in quel suo sguardo dolce&nbsp; e “innamorato”. L’atto di ingoiare le pillole diventa un atto di dolcezza verso se stessa, come se&nbsp; cercasse in un morbido riposo un ultimo rifugio.&nbsp;Ma la dolcezza stride con il dolore di un corpo rigettato.</p>



<p>Le immagini del feto, le parole del marito&nbsp; “pezzo di carne”, la scena con Kennedy etc…richiamano un immaginario artificioso che mette tra&nbsp; parentesi il corpo nell’urlo e nel dolore. E Dominik vorrebbe ripartire da qui, da quel’icona del cinema divisa nello sguardo, per ripensare&nbsp; l’audiovisivo stesso. Scrive in una nota di regia: “Non è forse il cinema stesso una macchina del &nbsp;desiderio? L’abbiamo in qualche modo uccisa noi stessi con il nostro sguardo?”</p>
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