Un Passo alla Volta: quando un cognome importante diventa una domanda

Un Passo alla Volta di Simone Coppo arriva a Venezia 83: Martina Ferragamo interpreta sua nonna Wanda in un corto tra moda, cinema, eredità e identità

a cura della Redazione

Ci sono cognomi che vengono dopo il nome.

E poi ce ne sono altri che sembrano arrivare prima.

Ferragamo appartiene inevitabilmente alla seconda categoria.

Quando Martina Ferragamo entra sul set di Un Passo alla Volta per interpretare Wanda Ferragamo, non sta semplicemente preparando un personaggio. Sta per indossare gli abiti di sua nonna e raccontare una storia che, molto prima di diventare cinema, appartiene alla propria famiglia.

Ed è questa sovrapposizione a costituire l’idea più interessante del cortometraggio di Simone Coppo, presentato in anteprima il 9 settembre al Teatro La Fenice durante Venezia 83. Il film nasce da un’idea dello stesso Coppo e di Martina Ferragamo e vede nel cast anche Margherita Buy, Francesco Colella e Francesco Centorame.

Non è realmente un biopic su Wanda.

Non è nemmeno una ricostruzione della storia della maison.

È piuttosto un film su cosa accade quando una storia familiare diventa così importante da trasformarsi in eredità pubblica.

E sul problema inevitabile che ne consegue: come trovare la propria identità quando una parte di essa sembra essere stata scritta prima ancora della nostra nascita?

Wanda non è soltanto la nonna

Martina ha 28 anni ed è nata esattamente cento anni dopo Salvatore Ferragamo. Ha raccontato a Vogue Italia di essersi interrogata a lungo su cosa significhi prendersi cura di ciò che ha ricevuto dalla propria famiglia. Nel corto questa domanda diventa finzione: Martina interpreta un’attrice chiamata a vestire i panni della propria nonna Wanda.

La scelta è tutt’altro che neutrale.

Wanda Miletti Ferragamo non rappresenta infatti soltanto la memoria privata di una famiglia.

Alla morte improvvisa di Salvatore, nel 1960, fu lei a raccogliere l’eredità del marito e a contribuire alla trasformazione dell’azienda in una realtà internazionale. Martina ha spiegato di avere cercato di mettere da parte il rapporto personale con la nonna per concentrarsi sulla donna e sull’imprenditrice.

Ed è qui che il film acquista una dimensione più interessante.

Interpretare Wanda significa inevitabilmente confrontarsi con una donna che ha dovuto compiere esattamente ciò che Martina sta cercando di comprendere: ricevere qualcosa di enorme e decidere cosa farne.

Il parallelismo è quasi troppo perfetto.

Ma funziona.

Poi Martina indossa le scarpe

Il cinema cambia quando entra in gioco un oggetto.

Nel reparto costumi Martina indossa le scarpe di Wanda.

Cammina.

Inciampa.

Blackout.

E improvvisamente il set contemporaneo scompare.

Ci ritroviamo nel 1927, sul set di The King of Kings di Cecil B. DeMille, uno dei luoghi simbolici del rapporto fra Salvatore Ferragamo e Hollywood. È qui che Martina incontra un giovane Salvatore, interpretato da Francesco Centorame. Anche Vogue Italia individua proprio in The King of Kings uno dei riferimenti attraverso cui il film recupera il legame originario fra Ferragamo e il cinema americano.

Il dialogo è brevissimo.

“Il tempo siamo noi. Un passo alla volta.”

Ed è probabilmente l’immagine più semplice e riuscita del corto.

Perché la scarpa smette per un momento di essere un prodotto.

Diventa passaggio.

Permette letteralmente alla protagonista di camminare dentro la propria storia.

Ferragamo e il cinema, cento anni dopo

La scelta di Venezia acquista così un significato che va oltre l’operazione promozionale.

Il rapporto fra Salvatore Ferragamo e il cinema precede infatti la nascita della maison come la conosciamo oggi. Negli anni Venti Ferragamo lavorava già a Hollywood e realizzava calzature destinate anche alle produzioni cinematografiche; il film recupera proprio quel legame storico per riportare il nome Ferragamo dentro il cinema attraverso una discendente che ha scelto di fare l’attrice.

È una circolarità quasi perfetta.

Forse persino troppo perfetta.

Perché Un Passo alla Volta è anche un prodotto estremamente consapevole della propria simbologia: la scarpa, il passo, il tempo, il set, Hollywood, il nonno, la nonna, la nipote.

Tutto torna.

Tutto possiede un significato.

E proprio questa precisione rappresenta contemporaneamente la forza e il limite dell’operazione.

Margherita Buy guarda. E aspetta.

Dentro questo meccanismo perfettamente costruito, Margherita Buy interpreta la regista Margherita.

Ed è una presenza fondamentale.

Non spinge Martina verso la performance. La osserva. Capisce che la tensione dell’attrice non deriva semplicemente dal ruolo ma dal peso emotivo di ciò che quel ruolo rappresenta.

Francesco Colella interpreta invece Claudio, collega e coprotagonista, che nel film nel film veste i panni di Matteo, storico collaboratore di Salvatore. È lui a cercare di riportare Martina alla concretezza: le battute, la scena, il lavoro dell’attore. Il cast ufficiale conferma proprio questa doppia costruzione dei personaggi: Martina/Wanda e Claudio/Matteo.

Ma Martina continua a correre.

Ed è un dettaglio importante.

Perché Un Passo alla Volta costruisce tutto il proprio racconto intorno a due movimenti opposti:

correre e camminare.

All’inizio Martina corre perché sente di dover essere all’altezza.

Alla fine cammina perché ha capito che non deve arrivare da nessuna parte prima del tempo.

Il rischio del branded cinema

È qui, però, che bisogna guardare il film anche con un minimo di distanza critica.

Un Passo alla Volta è prodotto da Image Hunters e presentato da Ferragamo.

Non è un dettaglio.

Perché il cinema di moda contemporaneo vive continuamente sopra una linea molto sottile: quella che separa il racconto cinematografico dal branded content.

Coppo sceglie intelligentemente di non costruire uno spot tradizionale. Non assistiamo a una sfilata mascherata da cortometraggio e il prodotto non viene continuamente esibito. Il centro dichiarato rimane la relazione tra eredità, aspettative e libertà individuale.

Eppure l’universo Ferragamo resta inevitabilmente idealizzato.

Salvatore è il visionario.

Wanda è la donna straordinaria che raccoglie la sua eredità.

Martina è la nuova generazione chiamata a trovare il proprio percorso.

La famiglia diventa quasi un continuum di talento, coraggio e creatività.

Dove sono le contraddizioni?

Dove sono il peso realmente scomodo di quel cognome, il desiderio magari di rifiutarlo, la rabbia, il conflitto tra privilegio ed emancipazione personale?

Il film li sfiora, ma non può — o forse non vuole — affondare davvero il coltello.

Ed è qui che il cortometraggio rimane inevitabilmente un’opera interna alla mitologia della maison.

Ma Martina introduce qualcosa che il brand non può controllare

Eppure c’è un elemento capace di incrinare quella perfezione.

Martina stessa.

Perché utilizzare una vera discendente della famiglia invece di un’attrice chiamata semplicemente a interpretarla introduce nel film qualcosa che nessuna sceneggiatura può completamente simulare.

Quando Martina teme di non essere all’altezza di Wanda, la distanza fra personaggio e interprete scompare.

È esattamente il cortocircuito individuato anche dal racconto che accompagna ufficialmente il film: ciò che ereditiamo deve essere trasformato in una scelta personale, altrimenti rimane soltanto qualcosa che ci è stato consegnato.

Ed è qui che Un Passo alla Volta smette finalmente di parlare soltanto dei Ferragamo.

Perché non bisogna ereditare una maison internazionale per conoscere quella sensazione.

Tutti riceviamo qualcosa.

Un cognome.

Una famiglia.

Aspettative.

Errori.

Privilegi.

Traumi.

Talenti.

Modelli ai quali assomigliare o dai quali fuggire.

Diventare adulti significa anche decidere cosa conservare e cosa lasciare indietro.

La moda come memoria

E naturalmente ci sono gli abiti.

Ma qui il costume possiede una funzione particolarmente interessante perché non serve semplicemente a ricostruire un’epoca.

Quando Martina veste Wanda, il vestito diventa quasi un dispositivo identitario.

È possibile indossare i vestiti di qualcuno senza diventare quella persona?

È possibile camminare nelle sue scarpe senza essere costretti a seguirne esattamente il percorso?

La moda diventa quindi una forma di memoria.

È qualcosa che conserviamo materialmente quando una persona non esiste più. Un abito mantiene una forma. Una scarpa porta i segni di chi l’ha indossata. Un oggetto attraversa generazioni che invece cambiano.

Ed è particolarmente significativo che proprio Ferragamo scelga una scarpa come elemento attraverso il quale Martina attraversa il tempo.

Poche maison avrebbero potuto permettersi una metafora altrettanto letterale.

Un passo alla volta. Forse anche il film avrebbe potuto rischiare di più

Il finale riporta tutto al presente.

Claudio, nei panni di Matteo, porge le condoglianze a Wanda per la morte di Salvatore e le domanda come sia possibile andare avanti dopo una perdita così grande.

Poi improvvisa.

Margherita osserva dal monitor e comprende che qualcosa nella scena sta diventando autentico.

Martina non corre più.

Non cerca la battuta perfetta.

Ascolta.

E risponde:

“Un passo alla volta.”

È un finale elegante e inevitabilmente emozionale.

Forse persino troppo perfetto nella sua circolarità.

Perché Un Passo alla Volta possiede tutti gli ingredienti per diventare qualcosa di ancora più radicale: una giovane donna, un cognome gigantesco, il privilegio, l’aspettativa, il desiderio di costruire una carriera autonoma e una nonna diventata simbolo dell’imprenditoria italiana.

Coppo sceglie invece una strada più gentile.

Non distrugge il mito Ferragamo.

Lo umanizza.

Ed è una differenza importante.

Ereditare non significa appartenere al passato

Alla fine è forse questa la parte più riuscita del cortometraggio.

Salvatore Ferragamo non dice a Martina dove andare.

Le dice di rallentare.

È un messaggio sorprendentemente contemporaneo in un’industria — quella della moda, ma ormai anche quella della comunicazione — ossessionata dalla velocità.

Nuove collezioni.

Nuovi direttori creativi.

Nuovi contenuti.

Nuove campagne.

Nuovi volti.

Tutto deve accadere immediatamente.

Un Passo alla Volta propone invece un’idea quasi fuori moda: il tempo necessario a diventare qualcuno.

Il cortometraggio di Simone Coppo non è abbastanza distante dalla famiglia che racconta per diventare un vero ritratto critico della dinastia Ferragamo. Rimane un’opera celebrativa, costruita con eleganza e perfettamente consapevole del valore simbolico del proprio protagonista.

Ma trova qualcosa di autentico quando smette di raccontare il successo.

Quando lascia Martina da sola davanti alla domanda più difficile.

Non: come posso essere all’altezza dei Ferragamo?

Ma:

chi voglio essere io, dopo tutto ciò che ho ricevuto?

E forse il modo migliore per scoprirlo è davvero quello più semplice.

Un passo alla volta

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