Dopo undici giorni di cinema, red carpet e grandi autori, l’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia sceglie di congedarsi con una risata. Ma non una risata innocente.
Presentato fuori concorso come film di chiusura il 12 settembre, Dio Ride di Giovanni Veronesi arriva in Sala Grande subito dopo la cerimonia di premiazione. È un film ambientato nel Seicento, liberamente ispirato a fatti realmente accaduti, ma basta poco per capire che il passato è soltanto il punto di partenza.
Al centro c’è Fra Leopoldo da Casamacchia, interpretato da Pierfrancesco Favino: un cappuccino che attraversa i villaggi toscani predicando un Vangelo semplice, comprensibile, vicino alla gente. Il suo Dio non punisce continuamente. Sorride. E soprattutto permette agli uomini di ridere.
Il problema è che quando la gente comincia a ridere, il potere comincia a preoccuparsi.
Favino e Orlando, due idee opposte di potere
Veronesi costruisce il film intorno a questa intuizione e trova nei suoi protagonisti l’elemento più convincente.
Pierfrancesco Favino porta Fra Leopoldo lontano dalla figura del santo immobile. Il suo è un uomo terreno, istintivo, attraversato da una fede che nasce prima di tutto dal rapporto con le persone. È proprio questa umanità a renderlo pericoloso: il suo messaggio funziona perché non viene imposto dall’alto.
Dall’altra parte c’è Silvio Orlando, nel ruolo dell’inquisitore incaricato di fermarlo. E la scelta funziona perché il conflitto non ha bisogno di trasformarsi continuamente in scontro urlato. I due attori incarnano piuttosto due concezioni opposte: la fede che avvicina e l’istituzione che controlla, la parola libera e quella autorizzata, la possibilità di mettere in discussione un sistema e la necessità di conservarlo. Veronesi stesso ha definito il film un lavoro drammatico sulla comicità e sulla capacità della risata di destabilizzare chi detiene il potere.
Ed è in questo confronto che Dio Ride trova i suoi momenti migliori.
Il Seicento somiglia parecchio al 2026
Naturalmente, parlare di eresia, censura e Inquisizione significa parlare anche di oggi.
Il film non cerca troppo di nasconderlo. Il rapporto fra verità e autorità, la costruzione del consenso, la paura verso chi utilizza ironia e satira per smontare il linguaggio ufficiale: il Seicento di Veronesi funziona soprattutto quando diventa uno specchio deformante del presente.
Il regista utilizza così la commedia nel suo significato più classico e forse più italiano: far ridere per poter parlare di qualcosa che divertente non è affatto.
È anche il motivo per cui la scelta di Dio Ride come ultimo film di Venezia 83 appare coerente. Alberto Barbera aveva sottolineato proprio la combinazione tra ironia, leggerezza e un tema tradizionalmente serio, ricollegandola a una tradizione del cinema italiano troppo a lungo trascurata.
Bellissimo da guardare
Per un magazine di moda, però, Dio Ride merita attenzione anche per un altro motivo: la costruzione visiva del suo Seicento.
I costumi sono firmati da Carlo Poggioli, mentre Carmine Guarino cura la scenografia e Maurizio Calvesi la fotografia.
Ed è qui che il film acquista una propria eleganza. Gli abiti non servono semplicemente a dichiarare l’epoca: diventano immediatamente indicatori di appartenenza, gerarchia e potere. La severità ecclesiastica, la semplicità del frate, il peso delle istituzioni e la dimensione popolare convivono dentro un’immagine che utilizza il costume per definire prima ancora che per decorare.
In un film che parla continuamente della distanza fra chi governa e chi viene governato, anche ciò che i personaggi indossano diventa linguaggio.
E poi c’è Carlo Cecchi, nel ruolo di Papa Innocenzo X, presenza che acquista un significato particolare trattandosi di una delle ultime interpretazioni dell’attore.
Non tutto riesce con la stessa leggerezza
Dio Ride, però, non è un film perfetto.
Quando lascia respirare i suoi interpreti e permette alla commedia di nascere naturalmente dalle situazioni, Veronesi ritrova quella leggerezza intelligente che appartiene alla parte migliore del suo cinema. Quando invece il messaggio contemporaneo viene sottolineato troppo, il meccanismo diventa più evidente e il film perde parte della propria ambiguità.
È il rischio inevitabile di un’opera costruita intorno a una tesi così precisa.
Anche la struttura della commedia storica percorre territori già frequentati dal cinema italiano: il religioso anticonformista, l’istituzione ottusa, il popolo, l’Inquisizione, l’uomo apparentemente semplice che finisce per mettere in crisi un sistema molto più grande di lui. Una delle prime reazioni critiche ha rilevato proprio questa familiarità dell’impianto, pur riconoscendo la forza di Favino e della scrittura delle prediche.
Ma Dio Ride possiede qualcosa che gli permette di superare almeno in parte questi limiti: crede davvero nella propria idea di umanità.
Dio ride. Il potere un po’ meno
Il titolo, alla fine, contiene tutto.
Perché il vero protagonista del film non è soltanto Dio, né Fra Leopoldo. È la risata.
Quella cosa apparentemente insignificante che attraversa le classi sociali senza chiedere autorizzazione. Che può rendere ridicolo un uomo potentissimo in pochi secondi. Che non può essere completamente regolamentata e che, proprio per questo, nella storia ha spesso fatto paura a chi pretendeva di controllare il racconto.
Veronesi non realizza il film più radicale visto a Venezia 83, né probabilmente voleva farlo. Realizza invece una commedia popolare, visivamente curata e accessibile, capace di alternare divertimento e riflessione senza rinunciare alla propria identità italiana.
E dopo una Mostra attraversata da film complessi, politici e spesso durissimi, forse non era sbagliato uscire dalla Sala Grande proprio così.
Con una domanda apparentemente semplicissima: se persino Dio può ridere, perché il potere ha così tanta paura di farlo?
