Be Brave: Renzo Rosso, l’intelligenza artificiale e il rischio di diventare il proprio mito

Be Brave di Francesco Carrozzini racconta Renzo Rosso a Venezia 83 attraverso moda, Diesel e intelligenza artificiale: la nostra recensione critica

a cura della Redazione

Cominciamo da New York

Diesel arriva ufficialmente negli Stati Uniti e decide di aprire su Lexington Avenue. Non in una strada qualsiasi: nel Paese che ha inventato il mito del denim, il marchio italiano entra direttamente nel territorio di Levi’s.

È da questa dichiarazione di guerra che Francesco Carrozzini decide di iniziare Be Brave.

Non dall’infanzia di Renzo Rosso. Non dalla prima azienda. Non da una successione ordinata di date.

Dal gesto.

Perché per comprendere Rosso bisogna probabilmente partire proprio da questo: fare qualcosa che, almeno sulla carta, sarebbe più prudente non fare.

Da lì il documentario torna indietro e attraversa la sua storia personale e professionale attraverso famiglia, collaboratori, creativi e persone che hanno contribuito alla costruzione dell’universo Diesel e, successivamente, OTB. Tra le testimonianze compaiono Anna Wintour, John Galliano, Glenn Martens, Jovanotti, Imran Amed, Adriano Goldschmied e Johan Lindeberg, oltre ai figli e ai familiari di Rosso.

Il risultato non è però una biografia tradizionale.

E per fortuna.

Renzo Rosso non c’è

L’idea narrativa più divertente di Carrozzini è quasi paradossale: realizzare un documentario su Renzo Rosso facendo in modo che Renzo Rosso non sia davvero lì a raccontarsi.

La poltrona preparata per la sua intervista rimane vuota. Rosso compare indirettamente, telefona, interviene, ma Carrozzini è costretto a ricostruirlo attraverso gli altri e attraverso una misteriosa interfaccia chiamata Nozer Sosor.

È un espediente intelligente perché evita almeno in parte uno dei problemi classici del documentario biografico dedicato a un imprenditore vivente: il protagonista seduto davanti alla macchina da presa che spiega retrospettivamente perché tutte le proprie intuizioni fossero geniali.

Qui il personaggio viene invece costruito per frammenti.

Emerge un uomo ossessionato dall’innovazione, ma soprattutto dalla comunicazione.

Perché Diesel non ha semplicemente venduto jeans.

Ha venduto un’attitudine.

Prima dei social, Diesel aveva già capito tutto

È probabilmente la parte più interessante del documentario.

Oggi siamo abituati a parlare di engagement, viralità, branded content, community e disruption come se fossero invenzioni dell’era digitale.

Diesel faceva qualcosa di molto simile quando Instagram non esisteva ancora.

Le campagne pubblicitarie non avevano necessariamente bisogno di mostrare bene un paio di jeans. Dovevano provocare una reazione. Potevano essere assurde, politicamente scorrette, ironiche, disturbanti o semplicemente incomprensibili.

L’importante era una cosa:

non essere ignorate.

Ed è qui che il ritratto di Rosso diventa culturalmente più interessante della semplice storia dell’imprenditore di successo.

Rosso comprende molto presto che nel mercato contemporaneo il prodotto non basta. Bisogna costruire un linguaggio.

La stessa Biennale descrive il fondatore di Diesel come un imprenditore che ha spinto continuamente comunicazione, provocazione e ironia verso il limite.

In altre parole, Diesel aveva intuito una delle regole fondamentali della moda contemporanea: prima ancora di comprare un prodotto, dobbiamo desiderare di appartenere al mondo che quel prodotto rappresenta.

Poi arriva l’intelligenza artificiale

Ed è qui che Be Brave smette di essere semplicemente un documentario sulla moda.

Carrozzini utilizza l’intelligenza artificiale generativa come elemento strutturale del film. Non soltanto per creare alcune sequenze impossibili da ricostruire attraverso materiali d’archivio, ma intervenendo sull’intero processo visivo.

Alberto Barbera lo ha presentato come il primo lungometraggio documentario italiano interamente lavorato attraverso l’IA: anche immagini realmente girate e materiali d’archivio sono stati sottoposti a elaborazioni digitali. La produzione ha impiegato oltre un anno e mezzo per sviluppare un workflow specifico mantenendo, secondo i realizzatori, il controllo creativo umano sul risultato.

Il paradosso è perfetto.

Raccontare un uomo ossessionato dall’idea di anticipare il futuro utilizzando la tecnologia che oggi più di ogni altra divide il mondo creativo.

Carrozzini ricostruisce persino momenti dell’infanzia di Rosso dei quali evidentemente non esistono immagini. Interviste, repertorio e materiale sintetico cominciano così a contaminarsi.

E improvvisamente la domanda non riguarda più Diesel.

Riguarda il cinema.

Quello che vediamo è ancora vero?

È il punto nel quale Be Brave diventa davvero provocatorio.

Il documentario è storicamente legato all’idea di testimonianza: guardiamo un’immagine perché presumiamo che, in qualche forma, qualcosa sia realmente accaduto davanti a una macchina da presa.

L’intelligenza artificiale distrugge questa certezza.

Possiamo vedere l’infanzia di Renzo Rosso senza che quella scena sia mai stata filmata. Possiamo osservare un’immagine apparentemente d’archivio che è stata modificata. Possiamo trovarci davanti a qualcosa che sembra memoria e che invece è ricostruzione sintetica della memoria.

Carrozzini non cerca di nascondere il problema.

Lo mette al centro.

Il film gioca deliberatamente sul confine fra verità e artificio, fino a costringere lo spettatore a domandarsi quanto possa ancora fidarsi di ciò che sta vedendo. Reuters ha sottolineato proprio questo cortocircuito: Be Brave utilizza immagini reali e generate per ricostruire momenti impossibili da documentare, entrando direttamente nel dibattito sull’impatto dell’IA sul lavoro e sulla creatività.

Ed è probabilmente questa la parte più riuscita dell’esperimento.

Perché la tecnologia non è soltanto utilizzata dal film: diventa l’argomento del film.

Ma innovare non significa automaticamente creare

Qui, però, bisogna fermarsi.

Perché Be Brave corre un rischio evidente: confondere innovazione tecnologica e innovazione artistica.

Non sono necessariamente la stessa cosa.

Utilizzare l’IA in maniera così estesa è tecnicamente interessante. In alcuni momenti produce immagini sorprendenti. In altri l’artificialità è evidente e può persino diventare coerente con la natura pop e provocatoria del racconto.

Ma una nuova tecnologia non rende automaticamente nuova un’idea.

Ed è forse proprio questa la domanda più importante che il film, volontariamente o meno, lascia aperta.

Se un’immagine può essere generata in pochi secondi, il valore creativo risiede ancora nell’immagine?

Oppure si sposta sulla persona che ha saputo immaginarla, selezionarla, modificarla e inserirla dentro un racconto?

Carrozzini e Rosso sostengono una posizione abbastanza netta: l’IA deve essere compresa e governata come strumento, mentre la creatività umana rimane insostituibile.

È una posizione condivisibile.

Ma il film è più interessante quando lascia la domanda aperta che quando cerca di risolverla.

Il problema Renzo Rosso

Esiste poi un’altra questione.

Be Brave è un film su un imprenditore raccontato attraverso amici, collaboratori, familiari e alcune delle figure più importanti del sistema moda.

E quasi tutti sembrano concordare su qualcosa: Renzo Rosso è straordinario.

Anna Wintour. John Galliano. Glenn Martens. Jovanotti. I collaboratori. I figli.

È inevitabile, a un certo punto, domandarsi dove sia il contraddittorio.

Il documentario racconta magnificamente la costruzione del mito Rosso, ma raramente sembra davvero interessato a decostruirlo. E questo rappresenta probabilmente il suo limite critico più evidente.

Perché una carriera lunga decenni, un gruppo internazionale, acquisizioni, trasformazioni aziendali, campagne provocatorie e un impero della moda avrebbero offerto materiale anche per domande più scomode.

Il rischio è quindi quello dell’agiografia tecnologicamente sofisticata.

Il film è sufficientemente intelligente da scherzare con l’immagine del proprio protagonista — perfino il red carpet veneziano ha giocato con maschere raffiguranti il volto di Rosso — ma ironizzare sul mito non significa necessariamente metterlo davvero in discussione.

Ed è una distinzione importante.

Da Diesel a Margiela: costruire un impero senza uniformarlo

D’altra parte, sarebbe altrettanto sbagliato ridurre Rosso al personaggio.

La sua importanza nella moda contemporanea è legata anche alla capacità di costruire un gruppo nel quale convivono identità creative molto differenti.

Diesel è soltanto l’origine di un percorso che porta alla nascita di OTB e a un sistema nel quale la dimensione industriale deve convivere con quella creativa.

Ed è significativo che nel documentario compaiano figure come John Galliano e Glenn Martens.

Perché rappresentano precisamente ciò che rende interessante il rapporto tra Rosso e la moda: la disponibilità a lavorare con personalità che non hanno bisogno di essere normalizzate.

In questo senso il titolo Be Brave smette per un momento di sembrare uno slogan motivazionale.

Diventa una strategia imprenditoriale.

Lasciare che qualcuno rischi significa anche accettare la possibilità che sbagli.

Ed è qualcosa che l’industria della moda, sempre più governata da numeri, algoritmi e performance trimestrali, tende inevitabilmente a rendere più difficile.

La meravigliosa stupidità umana

Alla fine Carrozzini introduce forse l’idea più bella del film.

L’intelligenza artificiale può analizzare quantità immense di dati. Può ricostruire immagini. Può imitare stili. Può generare scenari che non sono mai esistiti.

Ma la creatività possiede anche qualcosa di profondamente irrazionale.

La Biennale sintetizza la provocazione di Be Brave parlando della creatività capace di nascere dalla “meravigliosa stupidità umana”.

Ed è una definizione molto più intelligente di quanto sembri.

Aprire un negozio di denim italiano nel cuore di Manhattan per sfidare gli americani poteva sembrare stupido.

Fare campagne pubblicitarie che rischiavano di scandalizzare il pubblico poteva sembrare stupido.

Comprare marchi difficili, affidarsi a creativi imprevedibili, investire su idee che nessun algoritmo avrebbe necessariamente classificato come sicure: stupido.

Ma l’innovazione nasce spesso esattamente lì.

Nel momento in cui qualcuno decide di fare qualcosa che i dati probabilmente gli sconsiglierebbero.

Be Brave funziona proprio quando smette di celebrare

Be Brave non è quindi il documentario definitivo su Renzo Rosso.

Probabilmente non vuole nemmeno esserlo.

È troppo vicino al proprio protagonista per sezionarlo davvero e troppo affascinato dalla sua mitologia per distruggerla. A volte sembra un film su Rosso, altre volte quasi una prosecuzione cinematografica del suo stesso modo di comunicare.

Ed è contemporaneamente il suo difetto e la sua coerenza.

Perché un documentario tradizionale su Renzo Rosso sarebbe forse stato il modo meno interessante possibile per raccontare Renzo Rosso.

Carrozzini sceglie invece di rischiare. Manipola le immagini, mescola vero e artificiale, introduce l’intelligenza artificiale proprio mentre il cinema si domanda se debba averne paura.

Non tutto funziona.

Ma almeno qualcosa accade.

E in un momento storico nel quale moda, comunicazione e cinema sembrano sempre più ossessionati dall’idea di prevedere ciò che il pubblico desidererà, Be Brave lascia una provocazione che vale più della celebrazione del suo protagonista:

se affidassimo davvero ogni decisione agli algoritmi, avremmo ancora il coraggio di avere una pessima idea?

Perché alcune pessime idee falliscono.

Altre diventano Diesel.

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