Tony di Corcia narra il religioso lavoro e la vita di Giorgio Armani

Giorgio Armani

Estremamente puntuale, dedito ad un progetto stilistico così semplice e allo stesso ambiguo, Giorgio Armani si sottrae da sempre alla febbre autocelebrativa dei nostri tempi, ma non può sottrarsi alla frenesia che alcuni scrittori contemporanei hanno manifestato nel volerlo analizzare, raccontare e definire.

Egli stesso afferma che l’eleganza risiede più nella “capacità di farsi ricordare, non di farsi notare”, et voilà: Tony Corcia, figura controversa del contemporaneo panorama letterario, vuole ripercorrere le importanti tappe della carriera di un creatore che ha per sempre cambiato il senso estetico della moda, insieme alla percezione di femminilità della donna. Decide di imbarcarsi in una difficile impresa il giovane scrittore, classe 1975, cercando di raccontare il Monarca della moda. L’intento è quello di rivelare attraverso le parole un uomo che molti anni fa decise di annullarsi a favore del suo lavoro, nemmeno fosse una missione la sua.

Il lavoro come religione

Di Giorgio Armani sorprendono la costanza e la fedeltà verso un progetto di bellezza iniziato per sottrazione negli anni della guerra, quando un pacco bomba gli esplose in viso, e sempre proseguito. La costanza e la religiosa devozione al lavoro sembrano essere il comune denominatore. In tale senso, il Monarca della moda ha sacrificato tutto come dono al lavoro, all’industria dell’abbigliamento: uomo che alla bellezza ha prima offerto in pegno la sua Volkswagen per comprare i mobili dell’ufficio, e che ha finito poi per consegnarle l’intera esistenza.

Impeccabile diligenza nell’impresa riuscitissima di vestire la donna come l’uomo, riuscendo nel farla diventare l’uomo più inaspettatamente femminile che la moda avesse mai immaginato. Lavoro di osservazione tecnico-stilistica che racconta come abbia studiato con ossequia ammirazione Chanel e Saint Laurent per amplificare la semplicità all’ennesimo. Erano gli anni Settanta quando l’ambiguità di questo creatore calcava le passerelle di Milano, su cui l’uomo ritrovava classe ed eleganza, per vederle poco dopo sottratte dalla stessa donna alla quale si accompagnava.

Processo estetico-stilistico per sottrazione

In tale riflessione estetico-stilistica, all’interno del lavoro di Armani assume fondamentale importanza l’interdipendenza tra il concetto di verità e bellezza. Anche se camaleontico e in continua metamorfosi, il lavoro dello stilista sembra disegnare un onesto percorso in divenire dove l’uomo e la donna si confondono, distinguono e giocano; i sessi vengono continuamente avvicinati e in modo quasi spasmodico confusi per fuori uscirne indissolubilmente legati. Il creatore esigeva che il Suo Uomo reclamasse la propria dolcezza, e così che la Sua Donna indossasse fiera la propria forza, restando sempre fedeli alla loro verità naturale.

In questo lavoro, dove la tecnica è al mero servizio della metamorfosi estetica, Armani è in grado di mutare la percezione e la sensibilità. Proprio come il concetto di estetica prevede: veste la donna con qualcosa di inaspettato, regalando alla nostra visione prima e sensazione poi, quello che percepiamo come bello. Esistono ambiti della tecnica sartoriale e della bellezza che sono facilmente riconoscibili e ancora di facile fruizione, ma non è così quando ci si avvicina alla fusione dei sessi: tale operazione non è di facile lettura oggi, figurarsi negli anni Settanta dell’impegnata Italia. In questo periodo storico Giorgio Armani ridisegna e rivoluziona i confini sessuali dell’abbigliamento. Un processo estetico che si materializza con la rivoluzione del taglio della giacca.

Come tutti i più grandi creatori ha dedicato alla riflessione estetica il suo tempo e il suo sapere: “la creazione richiede tempo e cultura”, afferma. Così, in uno strano procedimento inverso, Armani fa il pieno di conoscenze per poi ridurre tutto ai minimi storici dell’abbigliamento. Deve “avere intorno qualcosa di pulito e semplice se vuole costruire”, e la sua rigorosa metodica creativa è racchiusa nella sottrazione. Osannato e al tempo stesso rimproverato per questo, destruttura la giacca, sacrifica le linee elaborate e sagomate. Sconvolge questo capo eliminando il superfluo a favore della prediletta esaltazione dell’essenziale.

Prima ne scompone la struttura per poi rifiutarla in toto, abolisce l’imbottitura e la controfodera, sposta i bottoni; in conseguenza al rifiuto della tecnica, ha come risultato il ribaltamento delle fantasie, dirottamento delle pulsioni e rivoluzione dell’immaginario. Il passaggio epocale consiste nel cambiamento verso una giacca rilassata che segue il corpo, assecondandolo in funzione di ogni sua necessità. In tale operazione estetico-stilistica viene messo al bando qualsiasi lusso e sfarzo, e la bellezza di un capo viene sussurrata nella semplicità delle forme e nella sobrietà dei colori. Con questa forse inconsapevole operazione stilistica, Giorgio Armani avrebbe consegnato per sempre la sua esistenza all’estetica della moda.

Giorgio Armani di Tony Corcia

Se nel segno dell’estetica si manifesta il lavoro stilistico di Giorgio Armani, attraverso le parole del filosofo e sociologo György Lukács è possibile capirne il sacrificio; quest’ultimo, nel saggio L’anima e le forme (1910), sostiene come al conseguimento dell’opera d’arte – in quanto forma – sia inscindibilmente connesso il sacrificio della vita. In tal senso, quando leggerete l’ennesimo racconto celebrativo del Monarca della moda, pensate a ciò egli stesso afferma: “non ho dei veri e propri amici, e quando torno a casa, ad aspettarmi c’è solo il gatto”.

Giorgio Armani, un creatore di moda che ha sovvertito con delicate maniere, è rimasto fedele a tali cambiamenti per una vita; un imprenditore che ha sconvolto linee sartoriali ridisegnando i confini sessuali dell’abbigliamento, costruito un impero, collaborato con i più grandi musei di tutto il mondo (non ultimo il Museo Nazionale di Tokyo, con la sfilata cruise in occasione del rinnovo della Ginza Tower, mostra dedicata al lavoro dell’amico Tadao Ando all’Armani Silos); uno sperimentatore che ha inoltre inventato e brevettato quello che è stato definito dalla storia come il “non-colore”: il greige. Un lavoratore di difficile analisi e catalogazione.

In questo senso ambiziosa, ma comunque felice, l’intenzione di Tony Corcia di descrivere una personalità restia alla ribalta, discreta e riservata, riluttante all’autocelebrazione ma che sicuramente merita l’esaltazione letteraria. L’11 Settembre è stato presentato il libro, edito da Cairo Editore, che promette di rendere memoria al lavoro e alla vita di Re Giorgio Armani.

Ci si affanna per imprimerlo nella memoria e metterlo nero su bianco, quando il suo concetto di lavoro è ancora molto improntato verso il futuro: “Io credo nella memoria […] è la misura di noi stessi. Però non credo ai revival, non li trovo interessanti: al massimo sono un’ombra, un profumo, una velatura, perché si deve guardare avanti, costruire il futuro, essere contemporanei. Noi siamo, rispetto ad altri paesi, in genere molto preoccupati di eliminare il passato, dimenticarlo, o al massimo riscriverlo: credo, invece, che se ne debba essere ben consapevoli, conoscerlo a fondo, capirlo, per essere perfettamente attuali e costruire il futuro”.

Così, qualora un giorno Giorgio Armani dovesse, anche solo per pura vanità, venir colto dall’epidemia del vezzo autocelebrativo, gli verrebbe certamente perdonato. Del resto, conoscete un Re che non l’abbia mai avuto?

 

di Camilla Stella

Lascia un commento

Your email address will not be published.