Dimenticare per un momento la Venezia delle cartoline, dei red carpet e dei grandi eventi internazionali. Dietro la sua immagine più spettacolare esiste una città quotidiana, fatta di ricordi, mestieri, oggetti e persone che continuano a custodirne l’identità. È proprio questa Venezia a diventare protagonista di Diario veneziano, il progetto monumentale e partecipato concepito da Ilya ed Emilia Kabakov e realizzato con il contributo di oltre 700 abitanti della città metropolitana. Presentata in occasione della Biennale Arte 2026, l’opera si sviluppa tra Ca’ Tron e il Padiglione Venezia, trasformando le storie individuali in un grande autoritratto collettivo della città. Non una mostra semplicemente dedicata a Venezia, dunque, ma un’opera costruita insieme a Venezia.
Settecento vite per raccontare una città
Il cuore di Diario veneziano non è un singolo capolavoro, ma una moltitudine di esistenze. Più di 700 veneziani, appartenenti a generazioni, professioni e contesti sociali differenti, hanno partecipato al progetto consegnando una pagina di diario e un oggetto personale scelto come rappresentazione simbolica della propria storia.
Ci sono artigiani e studenti, gondolieri e albergatori, pensionati, commercianti, sportivi, creativi, famiglie storiche e nuovi cittadini. Le loro memorie, paure, nostalgie e speranze confluiscono in 38 vetrine espositive, costruendo un mosaico umano che attraversa la laguna e la terraferma. Gli oggetti più comuni cambiano così statuto: sottratti alla quotidianità e inseriti nello spazio museale diventano tracce intime, piccoli archivi di una Venezia che raramente finisce sotto i riflettori.
La Venezia lontana dal red carpet
In una città abituata a essere osservata dal mondo, i Kabakov scelgono di spostare l’obiettivo. Diario veneziano mette infatti al centro proprio le persone che non appaiono sui red carpet, ma che attraverso il lavoro, le relazioni e la vita quotidiana permettono alla città di continuare a esistere.
Le testimonianze sono organizzate in undici percorsi tematici, dai ricordi familiari di Memorie tra le maree ai mestieri di Tradizioni, il fuoco da custodire, passando per Sognare Venezia, La topografia degli affetti, Il sussurro del tempo e Semi di speranza. È quasi una geografia sentimentale della città: non più definita soltanto da palazzi, ponti e canali, ma dalle emozioni e dai legami di chi la considera casa.
Da Ca’ Tron alla Biennale Arte 2026
Curato da Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, il progetto costruisce un ponte fisico e simbolico tra Venezia e la Biennale. Il nucleo principale è stato ospitato dal 9 maggio al 28 giugno 2026 a Ca’ Tron, palazzo cinquecentesco affacciato sul Canal Grande e sede dell’Università Iuav di Venezia. Una selezione dell’opera continua invece a vivere al Padiglione Venezia, ai Giardini della Biennale, fino al 22 novembre 2026, all’interno del progetto espositivo Note persistenti.
Qui Diario veneziano dialoga con la visione della Biennale Arte 2026, In Minor Keys, di Koyo Kouoh, concentrandosi in particolare sui veneziani attivi nei territori della creatività. Architettura, musica, danza e scrittura entrano così in relazione, facendo emergere una Venezia culturale che esiste oltre la dimensione monumentale della città.
Un museo effimero della vita reale
Il progetto riprende un’intuizione sviluppata dai Kabakov già nel 1993 a Gand, reinterpretandola oggi attraverso Venezia e la sua comunità. È perfettamente coerente con la ricerca della coppia e con le loro celebri “installazioni totali”, nelle quali memoria personale, utopia, sogno e dimensione collettiva diventano parte di un unico ambiente immersivo.
A tre anni dalla scomparsa di Ilya Kabakov, Diario veneziano assume inevitabilmente anche il valore di un nuovo capitolo del lungo rapporto tra gli artisti e la città, iniziato quasi cinquant’anni fa. Ma la vera protagonista rimane Venezia stessa. Non quella immobile e perfetta dell’immaginario turistico, bensì una città fragile, contraddittoria e ancora sorprendentemente viva. Qui le persone non fanno da sfondo all’arte: diventano l’arte. Ed è forse questo il gesto più prezioso dell’intero progetto.
