Ivana Lotito : il desiderio di sorprendersi ancora

Ivana Lotito si racconta a Gilt Magazine tra cinema, nuovi personaggi, maternità e il ritorno alla Mostra del Cinema di Venezi

di Marco Gennari

Ci sono personaggi che segnano una carriera e altri che aprono strade nuove. Ivana Lotito sembra cercare soprattutto i secondi. Attraversando cinema, televisione e produzioni internazionali, ha costruito negli anni un percorso lontano dalle definizioni più semplici, scegliendo spesso donne complesse, contraddittorie, difficili da racchiudere in un’unica immagine.

Il grande pubblico l’ha conosciuta con Cado dalle nubi, mentre Gomorra – La serie e il ruolo di Azzurra Avitabile le hanno dato una visibilità internazionale. Da allora sono arrivati cinema d’autore, serialità, produzioni italiane e internazionali, senza perdere quella ricerca che oggi sembra guidare più di ogni altra cosa le sue scelte: trovare qualcosa che ancora non sa fare.

Il 2026 la vede impegnata in numerosi progetti, da I casi dell’avvocato Guerrieri alla produzione internazionale In Utero, fino al ritorno alla Mostra del Cinema di Venezia con Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, in concorso. Un ritorno che per Lotito ha un significato particolare: esattamente dieci anni fa era al Lido con Il più grande sogno, all’ottavo mese di gravidanza. Una distanza temporale che oggi diventa anche il racconto di ciò che è cambiato nella sua vita e nel suo modo di essere attrice.

Per Gilt Magazine, Ivana Lotito racconta il rapporto con i personaggi, il bisogno di non ripetersi, le donne che vorrebbe vedere sullo schermo e quella parte più ironica di sé che il cinema deve ancora scoprire.

Il tuo percorso attraversa cinema, televisione e produzioni internazionali, con personaggi molto diversi tra loro. Cosa cerchi oggi in un ruolo prima di decidere di farlo tuo?

Oggi credo di cercare soprattutto qualcosa che non sappia già fare. Se leggendo un personaggio penso immediatamente a come interpretarlo, spesso significa che mi interessa meno. Mi piace quando c’è una zona che non capisco subito, qualcosa che mi costringe a cercare e a mettere in discussione i miei strumenti.

Naturalmente contano la scrittura, il regista, il progetto nel suo insieme. Ma mi attraggono soprattutto i ruoli che sfuggono alle definizioni semplici, quelli che possono offrire a me e allo spettatore un punto di vista non scontato.

Prima di accettare un ruolo mi chiedo soprattutto questo: c’è qualcosa che può sorprendere me per prima? C’è un territorio che non ho ancora attraversato? Se la risposta è sì, allora sento il desiderio di intraprendere quel viaggio.

Azzurra Avitabile in Gomorra ti ha fatta conoscere anche al pubblico internazionale, ma negli anni hai interpretato donne molto diverse, spesso forti e fragili allo stesso tempo. Quanto è importante per te non ripeterti e continuare a esplorare personaggi sempre nuovi?

Moltissimo. Azzurra mi ha dato tanto, ma non ho mai desiderato costruire una carriera sulla replica di un personaggio riuscito. Quando un ruolo funziona è naturale che l’industria tenda a riconoscerti attraverso quell’immagine; per me, invece, è importante sottrarmi a ciò che so già fare.

Quello che cerco nei personaggi femminili è soprattutto la tridimensionalità. Per molto tempo le donne sono state raccontate attraverso categorie rigide: la moglie, la madre, la seduttrice, la vittima. Persino la “donna forte” rischia oggi di diventare una nuova semplificazione.

Non credo che le donne abbiano bisogno di essere trasformate in supereroine. Hanno bisogno di essere raccontate nella libertà di essere esseri umani: brillanti e vulnerabili, determinate e piene di dubbi, generose, egoiste, contraddittorie. E soprattutto fallibili. Trovo profondamente liberatorio vedere sullo schermo una donna che può sbagliare senza che quell’errore finisca per definirla interamente.

Credo che il vero cambiamento culturale passi anche da qui. Non basta avere più personaggi femminili o assegnare loro ruoli più centrali: deve cambiare lo sguardo con cui li raccontiamo. Le storie contribuiscono a costruire il nostro immaginario e, quando riescono a spostare anche di poco il modo in cui guardiamo qualcuno, possono modificare anche ciò che siamo abituati a considerare possibile.

Nel 2026 ti vedremo in numerosi progetti tra cinema e televisione, fino alla produzione internazionale In Utero. In un momento in cui i confini tra cinema, serialità e piattaforme sono sempre più sottili, cambia il tuo modo di affrontare questi diversi linguaggi?

È stato un anno molto prolifico, che mi ha permesso di attraversare progetti e personaggi molto diversi. È andata in onda anche I casi dell’avvocato Guerrieri, diretta da Gianluca Maria Tavarelli con Alessandro Gassmann, nella quale interpreto Annapaola, un personaggio che mi ha appagata molto perché incarna un’idea di modernità che per me è di grande ispirazione.

La sua modernità non ha bisogno di essere dichiarata: sta nel modo in cui occupa il proprio spazio nel mondo, nella libertà con cui attraversa il lavoro, le relazioni, il desiderio, le proprie contraddizioni. Non è definita da un ruolo sociale né costruita per rappresentare un modello. È una donna che può essere competente e vulnerabile, autonoma e fallibile, senza che nessuna di queste caratteristiche debba contraddire l’altra.

Cinema e serialità hanno forme e tempi differenti, ma credo che il mio modo di affrontare un personaggio dipenda molto di più dalla scrittura, dallo sguardo del regista, dagli attori che incontro e anche da ciò che sono io in quel momento della mia vita.

Negli anni cambia il nostro incanto, e anche il nostro disincanto, rispetto alla vita e agli esseri umani. Il tempo non passa soltanto sul corpo di un attore: modifica il suo sguardo. Oggi posso portare in un personaggio una stanchezza, una consapevolezza, un’esperienza che dieci anni fa non possedevo. Non perché sappia necessariamente di più, ma semplicemente perché ho vissuto di più.

E credo che debba evolvere anche lo sguardo con cui raccontiamo la società. In Utero per me è stato interessante proprio per questo. Interpretavo una donna omosessuale che inizialmente non voleva assumersi la responsabilità di una gravidanza. Ma la sua omosessualità non era “il tema”: era semplicemente la sua vita, la sua coppia. Il conflitto era altrove, nella maternità, nella responsabilità, nella scelta di diventare o non diventare genitori.

Trovo importante raccontare le infinite possibilità che esistono dietro quella scelta e le infinite sfaccettature della coppia. La modernità non consiste soltanto nel rendere visibili realtà che in passato lo erano meno. Il vero passaggio avviene quando quelle realtà non hanno più bisogno di essere sottolineate o rivendicate, ma vengono assorbite nel racconto come parte della normalità.

Dieci anni fa arrivavi a Venezia con Il più grande sogno. Oggi torni alla Mostra con Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, questa volta in concorso. Che effetto ti fa tornare al Lido e quanto senti di essere cambiata da allora?

Moltissimo, anche perché il ricordo di quella Venezia è legato a un momento molto particolare della mia vita: ero all’ottavo mese di gravidanza e aspettavo Diego, che sarebbe nato una settimana dopo.

Mentre stava accadendo qualcosa di importante nel mio percorso professionale, stavo per entrare in un mondo completamente sconosciuto. Ricordo l’entusiasmo ma anche la paura, e soprattutto una domanda: come avrei conciliato la donna e l’attrice che ero stata fino a quel momento con la madre che stavo per diventare? Quanto spazio sarebbe rimasto per il lavoro, il desiderio, l’ambizione?

Dieci anni dopo posso dire che la maternità non ha sottratto qualcosa alla mia identità professionale, l’ha stratificata. Assistere alla nascita e alla crescita di un essere umano significa anche conoscere l’amore nella sua potenza più naturale e viscerale e scoprire parti di sé che prima non avevano avuto ragione di manifestarsi.

La responsabilità e la paura sono grandi strumenti di conoscenza: scopri chi sei anche osservando come reagisci quando qualcuno dipende da te. Tutto questo inevitabilmente ti rende adulto e, allo stesso tempo, un figlio ti ricorda continuamente anche la bellezza di non esserlo sempre, rimettendoti in contatto con lo stupore, il gioco, una parte più istintiva di te.

Non credo che essere diventata madre mi abbia resa un’attrice migliore, ma certamente mi ha dato altri strati di sensibilità e altri luoghi emotivi ai quali attingere.

E sono felicissima che questo ritorno a Venezia avvenga con un film in concorso di Edoardo De Angelis, un autore che ammiro profondamente e con il quale ho avuto la possibilità di esplorare il lavoro, non semplicemente di eseguirlo. È stata un’esperienza artistica totale.

E poi c’è un cast che, da attrice prima ancora che da collega, mi fa sognare: Vanessa Scalera per me è una musa; Lino Musella è un attore che mi incanta e mi commuove; Elena Radonicich ha un’intelligenza e un’ironia che le invidio profondamente; Tommaso Ragno è semplicemente un fuoriclasse.

Dieci anni fa guardavo soprattutto quello che stava per cominciare. Oggi riesco anche a voltarmi indietro e a riconoscere ciò che è accaduto nel frattempo. E quella separazione tra vita personale e artistica che allora temevo di dover continuamente governare, oggi mi appare molto meno netta: negli anni le due si sono nutrite continuamente l’una dell’altra.

Dopo tanti personaggi, set e incontri, c’è ancora un sogno artistico che non hai realizzato? Un ruolo, un regista o un genere con cui vorresti confrontarti?

Moltissimi, per fortuna. Il desiderio è una parte fondamentale di questo mestiere e spero di non arrivare mai al punto di sapere già quali siano i personaggi che mi aspettano.

Ci sono naturalmente registi e attori con cui sogno di lavorare e vorrei continuare a fare esperienze internazionali. Mi interessa soprattutto la possibilità di essere guardata da un luogo diverso, fuori dalle associazioni che inevitabilmente si creano intorno a un attore nel proprio Paese. Uno sguardo che non conosce la tua storia professionale può intuire in te possibilità che magari tu stessa non avevi immaginato.

Vorrei poi esplorare molto di più la commedia. Sono stata associata soprattutto a personaggi drammatici, mentre sento di avere una parte ironica ancora poco frequentata nel mio lavoro. Mi interessa quella comicità che nasce dalle contraddizioni e dalle inadeguatezze umane, nel punto in cui comico e tragico quasi si toccano.

Ma forse il sogno più grande è incontrare qualcosa che oggi non saprei neppure desiderare: un personaggio che mi faccia pensare “non so come si fa”.

Le esperienze che mi hanno trasformata di più sono spesso arrivate proprio così, attraverso incontri e personaggi che non avevo previsto. Vorrei quindi lasciare uno spazio anche ai sogni che ancora non so formulare e continuare a essere sorpresa, possibilmente anche un po’ spaventata, da quello che verrà.

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