Settembre ha sempre avuto qualcosa di particolare.
È il mese dei ritorni, delle agende che tornano a riempirsi, delle sveglie che ricominciano a suonare presto e di quella sensazione, a metà tra nostalgia e desiderio di ricominciare, che accompagna inevitabilmente la fine dell’estate.
Per molti italiani le vacanze sono ormai finite. Per altri, purtroppo, quest’anno non sono nemmeno cominciate: perché viaggiare è diventato più costoso, perché le priorità sono state altre o semplicemente perché non sempre ci si può permettere di fermarsi. Ed è forse anche per questo che settembre conserva un significato molto più profondo di un semplice cambio di stagione.
Si riparte.
Riparte la frenesia delle iscrizioni in palestra, dei corsi di danza, di teatro, di lingua, di fotografia, delle mille attività che ogni anno promettiamo a noi stessi di iniziare. Riprendono le scuole, gli uffici, gli appuntamenti, i progetti lasciati sulla scrivania prima dell’estate. Le città tornano gradualmente a riempirsi e le giornate ricominciano ad avere un ritmo diverso.
Noi di Gilt Magazine, in realtà, siamo tornati operativi già da due settimane proprio per costruire questo nuovo numero: un’edizione che accompagna simbolicamente la conclusione dell’estate e apre le porte all’autunno, ma soprattutto a una delle stagioni più intense dell’anno per tutto ciò che raccontiamo ogni giorno.
E abbiamo deciso di farlo scegliendo una parola che sarà il filo conduttore di questo numero: ICONS.
Icone, innanzitutto, del cinema. Donne e uomini che attraverso un volto, un personaggio, una scena o un’intera carriera sono riusciti a superare il proprio tempo, entrando nell’immaginario collettivo. Ma le icone non appartengono soltanto al grande schermo. Esistono nella moda, nella musica, nell’arte, nel design, nello sport, nella cultura. Possono essere persone, luoghi, oggetti e persino gesti capaci di rappresentare un’epoca.
E soprattutto un’icona non è necessariamente qualcuno che appartiene al passato.
Le icone continuano a nascere.
Alcune le riconosciamo immediatamente. Altre hanno bisogno del tempo per diventarlo.
Non poteva esserci quindi luogo migliore di Venezia per cominciare a raccontarle.
Dal 2 al 12 settembre, il Lido torna a essere il centro del cinema internazionale con l’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Un’edizione che si aprirà con Ink di Danny Boyle, con Jack O’Connell, Guy Pearce e Claire Foy, presentato in anteprima mondiale e in concorso, e che si concluderà con Dio ride di Giovanni Veronesi, con un cast che comprende Pierfrancesco Favino, Silvio Orlando, Alma Noce e Carlo Cecchi.
E Venezia 83 celebrerà proprio due ICONS del cinema mondiale.
Il 2 settembre George Clooney riceverà il Leone d’Oro alla carriera, con Laura Dern chiamata a celebrarne il percorso durante la cerimonia inaugurale. Attore, regista, produttore, ma soprattutto uno dei volti che negli ultimi trent’anni hanno saputo incarnare una certa idea contemporanea di Hollywood.
Accanto a lui un’altra straordinaria protagonista della storia del cinema: Ellen Burstyn, premio Oscar e interprete di titoli entrati nell’immaginario collettivo come L’esorcista, Alice non abita più qui e, più recentemente, Interstellar, sarà a sua volta insignita del Leone d’Oro alla carriera.
Due generazioni, due percorsi profondamente differenti e una caratteristica comune: essere riusciti ad andare oltre il singolo film, diventando parte della cultura popolare e della storia del cinema.
Ma è proprio osservando due figure come Clooney e Burstyn che vale forse la pena fermarsi un momento.
Perché abbiamo bisogno delle icone?
Me lo sono chiesto più volte anche durante i viaggi di questa estate.
In Sicilia, passando da Favignana, uno dei luoghi scelti da Christopher Nolan per la sua Odissea, fino a Pantelleria, Taormina e ai templi della Valle dei Templi, mi sono ritrovato davanti a paesaggi che sembrano appartenere contemporaneamente al presente e a qualcosa di molto più antico. Luoghi nei quali il mito non è soltanto una storia raccontata migliaia di anni fa, ma continua in qualche modo ad abitare il paesaggio.
E la stessa sensazione, in maniera completamente diversa, l’ho provata viaggiando in Giappone.
Davanti a un torii che segna l’ingresso in uno spazio sacro, a un tempio, all’immagine quasi perfetta del Monte Fuji o semplicemente osservando quei simboli che attraversano da secoli la cultura giapponese, si comprende quanto ogni civiltà abbia sempre avuto bisogno di costruire le proprie immagini di riferimento.
I Greci avevano gli dèi e gli eroi. Il Giappone ha tramandato nei secoli divinità, guerrieri, imperatori e simboli della natura. Il Cristianesimo ha costruito una delle più potenti iconografie della storia occidentale. Re, condottieri, artisti ed esploratori hanno finito per incarnare epoche intere.
In fondo, siamo sempre stati circondati da icone.
Sono cambiate le immagini. Sono cambiati i mezzi attraverso i quali le conosciamo e probabilmente è cambiata anche la velocità con cui decidiamo di eleggerle tali.
Ma non è cambiato il nostro bisogno di averle.
Oggi molte delle nostre icone arrivano dal cinema, dalla musica, dalla televisione, dallo sport e, sempre più spesso, dai social network. I media ne amplificano la presenza, ne costruiscono il racconto e qualche volta contribuiscono persino a crearne il mito.
Un tempo servivano anni, a volte secoli, perché un’immagine attraversasse il mondo. Oggi possono bastare pochi secondi e uno smartphone.
Eppure essere famosi non significa necessariamente essere un’icona.
La celebrità appartiene al presente. L’icona riesce a superarlo.
Ed è questa, forse, la differenza più interessante.
Le icone diventano simboli perché finiamo per attribuire loro qualcosa che va oltre la persona stessa. Rappresentano un modo di essere, un ideale, un desiderio, un periodo della nostra vita o persino un’intera epoca. Ci aiutano a dare un volto a concetti altrimenti astratti.
George Clooney, per esempio, non rappresenta soltanto i film che ha interpretato. Nel tempo è diventato l’immagine di una certa Hollywood: il divismo classico trasportato nella contemporaneità, l’eleganza apparentemente naturale, il carisma, ma anche la capacità di attraversare cinema popolare e cinema d’autore, recitazione, regia, produzione e impegno pubblico senza perdere una propria identità riconoscibile.
Ellen Burstyn racconta qualcosa di diverso e forse complementare: la forza di una grande interprete capace di attraversare oltre mezzo secolo di cinema senza dipendere dalla costruzione tradizionale della celebrità. I suoi personaggi hanno raccontato fragilità, maternità, solitudine, dipendenza, desiderio, paura e rinascita. È l’icona dell’attore che rimane attraverso ciò che interpreta, prima ancora che attraverso l’immagine che costruisce di sé.
Due modi completamente differenti di diventare simboli.
Ed è proprio questo il punto: abbiamo bisogno delle icone perché abbiamo bisogno dei simboli.
Ci permettono di riconoscerci, di ricordare, qualche volta di aspirare a qualcosa. Attraverso di loro costruiamo una parte del nostro immaginario e persino della nostra memoria personale.
Una canzone può riportarci immediatamente a un’estate di vent’anni fa. Il volto di un attore può ricordarci chi eravamo quando abbiamo visto per la prima volta un determinato film. Un abito, una fotografia, un profumo o un luogo possono diventare la rappresentazione di un intero periodo della nostra vita.
Forse è per questo che, nonostante la tecnologia cambi continuamente il nostro modo di comunicare, continuiamo a creare icone.
Cambiano i nostri Olimpi, cambiano i nostri eroi e cambiano soprattutto i mezzi attraverso i quali li celebriamo. Ma il meccanismo, in fondo, rimane sorprendentemente umano.
Perché dietro ogni icona c’è sempre una storia. Ma soprattutto c’è qualcuno che, guardandola, decide di attribuirle un significato.
Ed è da qui che nasce il tema di questo numero.
Venezia, del resto, sarà anche uno dei luoghi nei quali tornerà prepotentemente una delle discussioni destinate ad accompagnarci nei prossimi anni: fin dove può arrivare l’intelligenza artificiale nella creazione artistica?
Be Brave, il documentario di Francesco Carrozzini dedicato a Renzo Rosso, fondatore di Diesel, arriva alla Mostra come il primo lungometraggio documentario italiano interamente lavorato attraverso l’intelligenza artificiale. Anche le sequenze originariamente girate dal vero sono state successivamente rielaborate con l’AI.
Una sperimentazione radicale che apre inevitabilmente interrogativi sul futuro dell’immagine, del cinema e, più in generale, della creatività. Non soltanto su ciò che la tecnologia è capace di fare, ma soprattutto su quale debba continuare a essere il ruolo dell’essere umano nel processo creativo.
E parlando proprio di ICONS, la domanda diventa ancora più interessante.
In un futuro nel quale potremo generare immagini, volti e mondi sempre più perfetti attraverso una macchina, che cosa renderà qualcuno davvero iconico?
Probabilmente ciò che lo ha sempre reso tale: l’identità.
Da Venezia, poi, ci sposteremo velocemente verso un altro universo che sulle icone ha costruito gran parte della propria storia: la moda.
Perché mentre l’autunno comincia appena a farsi sentire, sulle passerelle si guarda già alla Primavera/Estate 2027.
Si partirà da New York, dal 10 al 15 settembre, con una stagione che si inaugurerà ufficialmente con il debutto di Henry Zankov alla direzione creativa di Diane von Furstenberg, mentre già il 9 settembre Ralph Lauren, Coach, Cult Gaia e Rachel Comey anticiperanno il calendario ufficiale con i loro show. A chiudere la settimana sarà Thom Browne.
Poi Londra, dal 17 al 21 settembre, dove il calendario partirà con Paul Costelloe e dove uno degli eventi simbolicamente più importanti sarà il ritorno di Alexander McQueen nella capitale britannica: la maison sfilerà il 20 settembre, tornando alle proprie radici per la prima volta sotto la direzione creativa di Seán McGirr. Tra le novità anche Christopher Kane alla sua prima prova per Mulberry, mentre Burberry, Erdem, Simone Rocha e Richard Quinn contribuiranno ancora una volta a raccontare quell’identità creativa e sperimentale che continua a distinguere Londra.
E quindi casa nostra: Milano, dal 22 al 28 settembre.
Sessanta appuntamenti tra show fisici e digitali porteranno nuovamente la città al centro dell’industria internazionale. Tra gli osservati speciali ci sarà il debutto di Loris Messina e Simone Rizzo alla direzione creativa di Moschino, previsto il 25 settembre. Sarà anche la stagione delle conferme: Maria Grazia Chiuri presenterà la sua seconda collezione per Fendi, Meryll Rogge tornerà con Marni e Demna proseguirà il nuovo capitolo di Gucci.
Infine Parigi, dal 28 settembre al 6 ottobre, ultimo grande capitolo del fashion month. Sessantotto sfilate e trentatré presentazioni, con due debutti particolarmente attesi: Drew Henry da Courrèges e Kai Nesselrath da Carven. Torneranno inoltre nel calendario maison come Valentino, Maison Margiela e Sacai.
Quattro capitali e quattro modi differenti di raccontare la moda.
Ma soprattutto un interrogativo che ritorna anche qui: chi saranno le prossime icone?
Perché la moda vive di cambiamento, ma costruisce continuamente simboli destinati a rimanere. Chanel, Dior, Armani, Versace, Saint Laurent, Valentino: dietro i grandi nomi esistono persone, intuizioni e visioni che hanno trasformato un abito in qualcosa di più grande, facendolo diventare linguaggio, cultura e, qualche volta, storia.
Cinema e moda, dunque. Ma non soltanto.
Settembre riaccende progressivamente anche i palcoscenici dei teatri, apre la nuova stagione dei concerti, riporta nelle città mostre, spettacoli, eventi, presentazioni e appuntamenti culturali.
Ricominciano le stagioni sportive, riparte la televisione, tornano le produzioni e si rimettono in moto quei mondi della cultura, dell’intrattenimento e della creatività che durante l’estate sembrano rallentare per qualche settimana.
E ognuno di questi mondi ha le proprie icone.
Alcune hanno attraversato generazioni. Altre stanno scrivendo adesso la propria storia. Altre ancora forse le incontreremo proprio nei prossimi mesi senza sapere che, tra qualche anno, guarderemo indietro riconoscendo in loro il volto di un’epoca.
Ma settembre è soprattutto ripartenza.
Non necessariamente da dove avevamo lasciato.
A volte settembre significa anche ricominciare da zero. Cambiare un’abitudine, iniziare un progetto, rimettere ordine nelle priorità, prendere una decisione rimandata per mesi.
C’è chi torna nello stesso ufficio e chi ne cerca uno nuovo. Chi riprende un progetto e chi decide finalmente di abbandonarlo. Chi ha davanti un anno già programmato e chi, invece, non sa ancora esattamente quale direzione prenderà.
Ed è perfettamente normale.
Perché ripartire non significa necessariamente sapere già dove arriveremo. Significa avere ancora la curiosità e l’energia per scoprirlo.
Anche per Gilt Magazine questo settembre rappresenta l’inizio di una nuova stagione. Ci aspettano mesi intensi, nuovi progetti, nuove storie, nuovi incontri e molte novità che avremo modo di raccontarvi strada facendo.
E allora abbiamo scelto di iniziare proprio dalle ICONS: da chi ha lasciato un segno, da chi continua a farlo e da chi, forse, sta iniziando proprio oggi.
Perché le icone raccontano ciò che siamo stati, ma spesso anticipano anche ciò che saremo.
Intanto cominciamo da qui.
Dall’ultimo respiro dell’estate, dalle prime giornate che si accorciano, da Venezia, dalle passerelle internazionali, dai cinema, dai teatri e dalle città che tornano a correre.
L’estate finisce.
Il nuovo anno, quello vero, forse comincia proprio adesso.
