Prigionieri di un prefabbricato

Ai sopravvissuti alle grandi catastrofi naturali è sovente assegnata una nuova casa. Casa provvisoria, si intende, nell’attesa che la vecchia e vera casa sia restaurata e con essa ripristinati ricordi, sentimenti, passioni senza la quali non si può vivere a lungo. Ma i tempi sovente superano le iniziali e ottimistiche previsioni; così le case provvisorie si vestono di gerani rossi alle finestre, si allargano in verande con tavoli coperti di tovaglie a quadretti per cenare all’aperto e all’interno si portano quadri, fotografie e oggetti che rappresentano memorie del passato. Guardandole sembrano vere case. Anche ci le abita finisce per crederlo; dimentica che esse aldilà dell’apparenza sono prive di fondamenta, edificate in fretta su blocchi di cemento che non affondano nel terreno esse espongono i loro abitanti a rischi uguali e forse superiori a quelli incontrati nel disastro che lì li ha costretti a rifugiarsi.
Usciamo dalla metafora per un momento. Ogni vita incontra le sue catastrofi, momenti tragici in cui tutto sembra essere perduto e in cui è necessario ricostruirsi in fretta. Compaiono così “amori di fortuna”, “occupazioni traballanti”, “famiglie di supplenza”. Chi potrà biasimare o liquidare con il termine “difensivo”, frequente in psicologia, tali scelte. In qualche misura tutto è difensivo e per fortuna disponiamo di qualche difesa. Dove si colloca dunque il problema? Tornando alla metafora della casa direi nelle tovaglie e nei fiori. E traducendo direi nell’affezionarsi troppo a un’immagine di sé che non corrisponde al vero, non fondata in una storia personale, dimentica delle proprie scelte precedenti, ostinatamente legata all’idea che tutto è reversibile e rifondabile. In questi casi un nuovo trauma avrà sul soggetto le stesse conseguenze di un uragano che si abbatte su un prefabbricato. Sarà invece necessario impegnarsi nella messa in sicurezza della propria vera casa; scoprirne i punti di debolezza, accettare l’inestetismo dei contrafforti, vigilare sulla comparsa di nuove crepe, e infine nemmeno disprezzare la casa provvisoria che tenuta un po’ spoglia a disadorna ci ha comunque protetto e permesso di tornare alla nostra verità. Concediamoci dunque nei momenti di grande difficoltà di addolcire e romanzare un po’ la nostra biografia, anche questi abbellimenti di fatto ci appartengono e esprimono i nostri ideali, ma non indugiamo troppo e prima di essere costretti a farlo mettiamo mano al restauro di noi stessi.

Marco Farina

Psicoterapeuta

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