Paolo Giordano torna alla ribalta con “Divorare il cielo”

3 dicembre 2018 • Interviews, Sommario

La pagina bianca, sofferenza dello scrivere e insieme appagante gioia nel momento in cui, finalmente, si completa l’ultimo punto. Vale forse la pena di considerare, allora, che a salvarci è proprio quel senso di indefinitezza, come per il bicchiere mezzo vuoto che, di fatto, è anche mezzo pieno. Quel mezzo pieno ci permette di credere che ce la possiamo fare, che c’è qualcosa di nuovo da intraprendere. Nuove prospettive da analizzare, scelte azzardate, non ci guida che l’istinto.

Pare essere d’accordo Paolo Giordano, giovane autore divenuto celebre con il suo romanzo La solitudine dei numeri primi (Mondadori, 2008). A dieci anni dal suo premiato best seller d’esordio, Paolo Giordano torna alla ribalta con Divorare il cielo, e ci invita, con lo stile raffinato e visionario che contraddistingue la sua penna, in un mondo fiabesco in cui, ancora una volta, a far da protagonista è la giovinezza e il suo desiderio insaziabile d’amore e di vita, non senza qualche nota amara. Una prova ambiziosa e riuscita, che consente a Giordano di voltarsi con serenità verso il successo passato, per poi muoversi oltre, in direzioni nuove e alternative. Ne abbiamo parlato con lui in questa intervista.

Cominciamo con una domanda di rito, un po’ mainstream. Il vuoto dello scrittore, la pagina bianca, l’horror vacui. Le è mai capitato di trovarsi in questa situazione? Se sì, come l’ha affrontata?

Capita sempre. Ma ho imparato ad amare quel vuoto che segue la fine di un libro e precede l’inizio del successivo. Molto del lavoro sta nel saper abitare quel vuoto, tenendo a bada la fretta, l’ansia. Più l’attesa è prolungata, più lontano riesci a spingerti dalla tua versione precedente. Altrimenti rischi di riscrivere davvero lo stesso libro. Oggi, forse, un po’ di vuoto è perfino un privilegio. Quanto al bianco della pagina, è soprattutto una questione di fede (e di statistica accumulata): prima o poi verrà riempita da qualcosa.

Nei suoi romanzi lei racconta l’amore, il dolore, la necessità ultima dell’uomo di trovare uno scopo alla sua esistenza. C’è una componente autobiografica in ciò che scrive?

C’è sempre. Ma non è detto che la componente autobiografica coincida con il dato autobiografico. Il mio vissuto non è necessariamente quello dei miei personaggi, anzi, spesso il vissuto dei miei personaggi è opposto al mio. Ma ogni storia che ho scritto è una riflessione su una parte di esistenza affrontata, su ciò che caratterizzava quegli anni, su quello che mi stava intorno. E, in un certo senso, più il dato personale viene tradito più è possibile essere onesti, perché ci si libera dalla paura del giudizio.

Pensiamo a Divorare il cielo, il suo ultimo romanzo, e alla sua protagonista, la ventenne Teresa. Potremmo definire il percorso di consapevolezza compiuto dalla ragazza uno specchio della consapevolezza che lei ha maturato negli anni come scrittore?

Non l’ho mai pensato in questi termini, ma chissà! Di sicuro Teresa, che conosciamo all’inizio come una ragazza impulsiva, un po’ testarda e frettolosa, impara nel corso della storia ad ascoltare. A restare seduta e ascoltare la verità fino in fondo. È un tipo di coraggio specifico, molto arduo da ottenere. Ed è qualcosa che, senza dubbio, ha a che fare anche con la scrittura stessa.

Fisica e letteratura, scienza e lettere: due poli separati in due estremità opposte ma unite in Paolo Giordano, come i due numeri primi del suo bestseller, separati ma inevitabilmente uniti al contempo. Come integrare questi due mondi apparentemente antitetici?

Magari smettendo di considerarli antitetici. La scienza e la tecnologia impregnano le nostre vite come mai prima nella storia. E questa compenetrazione diventerà sempre più profonda. Perciò, qualunque separazione netta fra i saperi non può che essere fonte di grande rischio per ognuno, il rischio, soprattutto, di esistere in un mondo che fatichiamo a decifrare, i cui codici ci risultano sempre più oscuri. Ma ho l’impressione che nelle generazioni che si affacciano, la frattura tra le “due culture” verrà ricomposta in modo abbastanza naturale, come qualcosa che appartiene al Novecento.

L’abbiamo vista protagonista al Piccolo Teatro di Milano in alcune piece tratte da suoi adattamenti: Galois e Fine pena. Cosa rappresenta il Teatro per Paolo Giordano e che frequentazione ha avuto – e ha – con esso? C’è del teatro nei suoi romanzi e della narrazione nel suo teatro?

Sono un neofita del teatro. E ho affrontato i due lavori teatrali con questo spirito, come un’incursione in un territorio che mi affascina ma del quale non sono affatto esperto. Negli anni di formazione avevo più sintonia con il cinema. Andavo a teatro, ma lo percepivo spesso come una forzatura intellettuale che m’imponevo. Ora no. Credo che frequenterò il teatro sempre di più.

Il suo è stato un percorso in straordinaria salita, ha viaggiato come un treno. Quanto è importante, soprattutto in una realtà come quella odierna così difficile da decifrare e piuttosto richiedente nei nostri confronti, togliere il piede dall’acceleratore e ritrovare la calma necessaria per riconnettersi a se stessi?

Forse questo mi riporta alla questione iniziale dell’horror vacui, inchiodandomi a una risposta più sincera. Vorrei davvero allentare la spinta sull’acceleratore, ci penso spesso, e penso che sarebbe semplicemente un modo più saggio di vivere. Non credo alla vita per il lavoro, non credo alla produttività a tutti i costi,. Ma tutte le volte che ho tentato di rallentare molto, mi sono trovato perso. Immagino sia una di quelle cosa che dovrò imparare lentamente. Ciò che faccio, per ora, è di aumentare a poco a poco lo spazio per le attività apparentemente “inessenziali” del quotidiano: fare la spesa, cucinare, mettere in ordine, anche guardare la tv. Attività che, ovviamente, inessenziali non sono affatto.

La Redazione ringrazia Paolo Giordano per la sua grande disponibilità e cordialità.

 

di Sara Baschirotto

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