Mattia Ferrari: la moda vista dall’art director che i grandi vogliono

1 Febbraio 2019 • Interviews

26 anni e un curriculum da fare invidia a un veterano delle passerelle. Collaborazioni con Bulgari, Versace, Moschino, Vogue. L’ultima in ordine di tempo: quella con Ermanno Scervino, con il quale ha in programma una sfavillante stagione di Festival e collezioni. È Mattia Ferrari, l’art director vicentino che ha fatto breccia nel cuore dei grandi brand. A Gilt Magazine racconta il suo percorso creativo e riflette sulle sfumature del successo nel roboante mondo della moda

Dai tuoi lavori si intuisce che sei molto preciso nel seguire le indicazioni del cliente nel creare contenuti. C’è però un mood o uno stile nel quale ti rispecchi di più?

Seguo l’iconografia del brand, ma cerco sempre di connotare i miei contenuti utilizzando le mie esperienze personali. Per esempio, nell’ultima campagna Versace uomo il mood era Clans of Versace, con un ragazzo che tornava alle sue origini, nella sua hometown, e rivedeva gli amici della sua infanzia. Ed è un po’ quello che faccio io a Vicenza, la mia città natale: viaggio da una parte all’altra del mondo, ma poi mi piace tornare a ritrovare i miei amici, andare insieme negli stessi bar o a fare passeggiate negli stessi posti.

Quindi, diciamo che cerco di creare un’autenticità nei miei progetti basandomi su esperienze personali. Questo a livello di contenuto. Per quanto riguarda lo stile, il mio lo definirei indirizzato verso il glamour. A me piace il bello, il bello canonico, quello delle modelle di Victoria’s Secret per intendersi. Può anche passare per una scelta commerciale, ma trovo che certi personaggi siano davvero versatili a livello editoriale.

A parer mio, oggi sembrano esistere nella moda due correnti di stile e di pensiero contrapposte: la corrente Prada e la corrente Versace. Da un lato c’è la moda concettuale di Miuccia, dove “è bello ciò che non è bello”, mentre dall’altro c’è il mondo di Donatella, edonistico, orientato al divertimento e al lifestyle. Sono due correnti che non si incontrano, portatrici di valori estetici differenti, ma non per questo non possono convivere pacificamente. Io mi riconosco di più nella corrente Versace, ma mi piace ricordare che anche Miuccia e Donatella sono amiche.

Donatella Versace è dunque il grande personaggio nel mondo della moda che prendi a riferimento?

In realtà nella vita non ho un idolo, non ho una persona nel mondo della moda che prendo a riferimento. Ammiro sicuramente figure come Anna Wintour, ma non cerco strenuamente qualcuno nel quale rispecchiarmi. Mi ispiro piuttosto a dei modelli di business: sono molto affascinato dal mondo di Instagram. Io non ho mai emulato nessuno nella mia vita, non ho mai comprato una scarpa o un cappello perché li indossava qualcuno su un giornale. Ho sempre tentato di essere diverso. Quindi per me è molto interessante lavorare in questo mondo digital, nel quale sono io a creare i contenuti che diventeranno i trend di domani. Sono io a presentare la celebrity da emulare, e mi diverto molto ad analizzare sia a livello social che sociale come il grande pubblico si rapporta verso persone come Bella Hadid, che per me sono normalissime, ma che per il resto del mondo sono icone da idolatrare.

Dunque sei passato da quella che il pubblico percepisce come l’altra parte della barricata: quella delle celebrities e dei grandi nomi. Ti senti sotto pressione a lavorare con questi personaggi?

Tantissimo [ride]. È vero che lavorare coi grandi nomi è sempre stimolante, ma ti devi anche assumere la piena responsabilità dei tuoi progetti. A me piace creare collaborazioni a lungo termine con i brand, come quella che ho adesso con Ermanno Scervino, perché questo dà un senso di continuità al mio lavoro. Ma nel mondo del digital la pressione non viene tanto dai personaggi importanti quanto dal dover sempre stare attenti alla performance dei propri contenuti, dagli insights sui social al ROI [Return of Interest, ndr]. C’è un continuo scambio con gli uffici marketing dei brand, e il mio lavoro creativo – tanto quanto il loro matematico – deve sempre riflettere il targeting e i contenuti che per quello specifico pubblico risultano più appealing.

Parlando proprio di costruzione dei contenuti rivolti ad un pubblico social, ci sono degli indicatori in particolare che ti aiutano a orientare il tuo processo creativo?

Intanto mi oriento in termini geografici. Se devo ideare una campagna per il mercato asiatico, so che certi modelli, ad esempio di scarpe, sono meno apprezzati che in altre parti del mondo, quindi non li utilizzo. Stessa cosa se mi rendo conto che certe immagini o pose potrebbero urtare la sensibilità di alcuni paesi. Bisogna sempre pensare che, prima dell’avvento dei social, le opinioni sul tuo lavoro le sentivi alle sfilate o agli eventi ufficiali, magari le potevi leggere sui giornali, ma finiva lì. Oggi non appena metti fuori qualcosa hai i commenti in diretta, e le persone sono sempre pronte ad individuare scelte stilistiche poco ponderate o insensibili, magari anche laddove non ce ne sono. Sei esposto costantemente al giudizio.

C’è un modo in cui riesci ad arginare questo giudizio costante?

Per dire la verità, ad un certo punto la pressione è talmente tanta che o abbandoni tutto o ti ci abitui. Fai dei respiri e continui ad andare al tuo passo, cercando sempre di dare il meglio. Devi tenere a mente che tutti si aspettano che tu faccia sempre meglio, perciò non puoi vivere sognando di arrivare al traguardo con la bandiera a scacchi, perché non esiste, è una corsa a fare sempre e solo meglio.

E dunque qual è il punto in cui una persona che fa il tuo lavoro può dire di aver raggiunto il successo?

Premetto che io per primo non riesco a riconoscermi come una persona arrivata. So che le persone apprezzano il mio lavoro, mi emoziona essere su Forbes, ma so anche che per me la strada è ancora lunga. Questo ha i suoi pro e i suoi contro. Da un lato mi mantiene sempre attivo e ambizioso, dall’altro rischi di non goderti mai i piccoli successi. Non so dire quando potrebbe arrivare il successo per una persona che fa il mio specifico lavoro. Probabilmente per me non arriverà mai, o almeno non lo sentirò mai davvero, anche se magari altri che mi vedono dall’esterno possono percepirmi come uno che il successo lo ha già raggiunto, viste anche le collaborazioni importanti che sto portando avanti. Ma per me aver lavorato con Versace o Bulgari non segna un confine inderogabile tra avere e non avere successo: magari sono dei traguardi importanti, ma il successo in questo settore è troppo complesso per avere solo questa connotazione. Credo poi che se sono arrivato a questo punto è anche grazie al mio team. Ho fatto e faccio ancora tanto da solo, ma loro sono una parte fondamentale per il mio lavoro e bisogna rendergliene atto.

Visto che hai citato l’argomento, sei tu personalmente a scegliere i membri del tuo team?

Sì, come ho detto all’inizio ero da solo, poi dopo due anni ho avuto la prima assistente e con lei abbiamo l’agenzia che fa da team amministrativo. Per quanto riguarda invece il team esecutivo – capelli, make up, produzione – non lavoro sempre con lo stesso. Mi piace creare un servizio su misura per ogni brand con le persone più adeguate. Ho i miei riferimenti con i quali lavoro spesso, però cerco sempre di cambiare in base alle esigenze del cliente. Do una grande importanza al crearmi intorno una rete di professionisti, visto che nella moda il networking può sempre aprirti nuove possibilità. L’importante è che ci sia uno scambio reciproco di professionalità.

È passata dunque l’era dello stilista o dell’art director come figura assoluta, inarrivabile e distaccata da tutti.

Adesso più che mai, tutti fanno tutto. Non c’è più la figura sterile del designer-solo-designer o del fotografo-solo-fotografo. Riccardo Tisci va sulla cover di Vogue Brasile, Karl Lagerfeld scatta Vogue Arabia, Gigi Hadid intervista Bella [Hadid]. Io potrei fare l’art director di una sfilata come di una campagna per un profumo, e magari in futuro potrei tenere una rubrica su un magazine per raccontare proprio il backstage dei miei lavori.

Secondo te quale potrebbe essere l’evoluzione di questa tendenza verso l’ecletticismo delle figure della moda?

Per me si incanala tutto in un processo di evoluzione storica. Una volta chi scriveva i libri erano gli scrittori; ora chiunque può fare un libro. Ogni persona che possiede un cellulare può creare dei contenuti ogni giorno. I processi complicati del passato sono stati semplificati dall’uso dello smartphone: una volta per fare un video ti servivano attrezzature, luci, fotocamera, mentre adesso vai in strada con lo smartphone e registri un contenuto che può rimanere tuo personale tanto quanto venduto al pubblico. Quindi secondo me da ora in poi le persone, compresi i professionisti, diventeranno sempre più autonomi nel realizzare i propri contenuti: io potrei decidere di costruire il mio brand, scattare la mia campagna, gestire le mie vendite, trovare le mie modelle, tutto in autonomia. Il mondo dei social è riuscito a creare degli artisti a 360 gradi, che comunque hanno bisogno di un team, ma che riducono molto il numero dei fornitori con cui collaborare.

A proposito di collaborazioni, di chi ti avvali per scegliere la musica dei tuoi video? Chiunque li guarda si rende subito conto che c’è dietro una scelta ponderata, non è un semplice sottofondo.

La musica me la faccio fare su misura, è una colonna portante di ogni mio lavoro. Collaboro con uno studio musicale che crea appositamente una track list sulla base delle mie richieste e dopo la perfezioniamo insieme sullo stile del brand. Poi, sia il video maker che l’editor fanno il montaggio in base alla musica, e non il contrario. Le scene vengono plasmate sulla base della musica. Ci sono stati addirittura dei lavori partiti proprio da una canzone che ho sentito. Anche perché l’idea di un progetto per me può nascere da qualunque cosa. Ad esempio, per una campagna di Casadei l’ispirazione mi era venuta guardando un episodio di Gossip Girl. Ma potrebbe essere qualsiasi cosa, anche una scena vista per strada la mattina.

Parliamo invece di una tua collaborazione in corso alla quale hai già accennato, quella con Ermanno Scervino.

Con Ermanno Scervino abbiamo una collaborazione fino al prossimo settembre e faremo delle produzioni sulla linea beachwear e invernale, ma seguiremo anche i vari Festival del Cinema, come Cannes e Venezia. A Venezia abbiamo lavorato anche per la scorsa edizione del Festival ed è stato splendido, abbiamo realizzato dei video getting ready con Catrinel Marlon e Lottie Moss particolarmente significativi.

In tutto questo turbinio di impegni, riesci a trovare un momento per rilassarti?

Mai! [ride]. Ma ho 26 anni, penso che questo sia il momento giusto per cavalcare l’onda. Questo è un lavoro talmente frenetico che devi imparare a ritagliarti i tuoi momenti di relax mentre sei in treno o in aereo. Devi trovare il tuo personale nirvana anche nelle situazioni più caotiche.

Quali sono le cose che ti auguri e che non ti auguri per il futuro?

Senza dubbio mi auguro di continuare ad avere il supporto delle persone care che ho intorno. È vero che sono abituato a fare le cose da solo – a 16 anni mi sono trasferito da solo a Los Angeles e a 18 a New York – però tengo tantissimo ai miei rapporti con la famiglia e gli amici. Sono le relazioni che voglio conservare a tutti i costi. Poi ovviamente mi auguro di continuare a lavorare con un gran numero di brand e poter sempre offrire la massima professionalità. Quello che non mi auguro rispecchia il fatto che questo mondo è talmente veloce e si rischia di diventare obsoleti talmente in fretta che bisogna essere come una candela: devi sempre stare acceso, perché se ti spegni non ti riaccendi più. Io al momento mi sento molto fiducioso in me stesso, ma voglio sempre sfidarmi e lasciarmi uno spazio per crescere.

 

di Martina Faralli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *