Il ventre dell’architetto: arte, fisica e filosofia

8 Giugno 2020 • cinezoom

Il ventre dell’architetto, storia di un’ossessione

È difficile pensare che un film che abbia come sfondo la città di Roma e le sue bellezze possa avere una brutta fotografia; forse, come italiani, saremo di parte, ma è indubbio che la Capitale sia la luce brillante che riesce a illuminare ogni cosa, a rendere godibile una pellicola dalla trama indefinita o cupa, e Il ventre dell’architetto (1987) ne è la prova tangibile.

Si tratta del quarto lungometraggio del regista dai gusti pittorici e visionari Peter Greenaway, autore cinematografico noto per le sue inquadrature simili a dipinti. Il ventre dell’architetto è la storia di un’ossessione, di un sentimento che colpisce la salute e la mente del suo protagonista fino all’inevitabile tragica fine.

L’architetto Stourley Kracklite arriva a Roma da Chicago insieme alla moglie Louisa, incinta, per soggiornarvi nove mesi: deve organizzare una mostra di architettura dedicata ai progetti di Étienne-Louis Boullée, teorico dell’architettura neoclassicista, illuminista e visionario.

Parallelamente alla crescita del bambino nella pancia della compagna, infedele, lui sente maturare dentro sé un malessere, un cancro al pancreas, e pensa di essere stato avvelenato dalla stessa moglie. Il tormento aumenta sempre di più fino alla follia: Kracklite precipita in un delirio costituito da immagini di pance di statue e lettere indirizzate a Boullée.

La caduta dell’uomo nell’immensità dei monumenti antichi

La figura che più viene rappresentata nel film è quella circolare: la sfera, per esempio, del progetto del “Cenotafio di Newton” di Boullée, rappresentata sotto forma di torta glassata; la spirale, che rappresenta il movimento della “Torre” dell’autore francese verso l’alto ma che è anche simbolo di caduta e della gravità che attira verso il basso.

Importante valenza simbolica il monumento del Vittoriano, luogo scelto per l’allestimento della mostra su Boullée; il suo colonnato diventa lo spazio museale ideale e teatro della conclusione del film, un abbraccio che pone fine alla sofferenza dell’architetto, ormai abbandonato e solo. La condizione dell’uomo che si perde nella grandiosità dell’arte e, in questo caso, nella bellezza della Città Eterna, un universo di immensità in confronto alla vita di un singolo personaggio, che lotta con un dramma esistenziale.

 

di Maria Giulia Gatti

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