La leggenda del numero 10. Pelè e la sua storia immensa

6 giugno 2017 • cinezoom

Brunori Sas canta “il calcio è la sola religione del mondo”, ed è da questa rima che nasce la voglia di raccontare la storia di una leggenda che il calcio l’ha sofferto, odiato e tanto amato: Edson Arantes do Nascimento (Kevin de Paula).

I piedi rigorosamente scalzi, un pallone – senza aria – fatto di calzini arrotolati, e il duro allenamento con un mango acerbo per i palleggi e uno maturo per le finezze. E quella promessa al padre nel 1950: “vincerò io una Coppa del Mondo, papà”.

Raccontare il calcio è quasi un’impresa, e di leggende calcistiche non è pieno il mondo. Ci sono bravi giocatori, anime dure e anime sensibili, ma sono pochi coloro che hanno contribuito a cambiare le visioni, gli schemi di gioco e i sentimenti per amare uno sport tanto da farlo diventare sacro come una religione.

Al numero 10 della Nazionale brasiliana del 1958 c’è Pelè, nome generatogli dai figli di papà del suo paese, la sua ginga (passo base della capoeira), l’elemento unificante tra i colpi di attacco, le schivate difensive e gli elementi puramente acrobatici, ma anche la vergogna di essere se stesso, tutte le sue paure, i dubbi, le incertezze, i crolli, e una frase che risuona continuamente nella sua testa: “mostraci cosa accade quando hai il coraggio di farci vedere chi sei veramente”.

Sì, perché giocare uno sport significa mettersi a nudo come essere umano, imparando a soffrire ed accettare il supporto di chi, come te, ama quello che stai facendo. Significa dimostrare a chi ti segue che lo stai facendo per lui, per te, e per chi crede nelle emozioni generate da un team, da una squadra che diventa vita, sorrisi, attimi di felicità, condivisione e unione.

Da quel famoso 29 Giugno del 1958, il giorno in cui il Brasile vinse la sua prima coppa del mondo, lo stile ginga divenne il “bel gioco, il calcio brasiliano diventò acclamatissimo e fu proprio la loro differenza a renderli belli.

Una storia che oggi somiglia ad un’illusione, ma Pelè ha insegnato a tutti che il vero lusso sarà sempre quello di essere se stessi e “per diventare un professionista, non ti devi vergognare di chi sei”. Le promesse si mantengono, e si realizzano.

di Chiara Marrapodi

[ssba]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *